«Tapala amoo etii ake E’Ngai »[1]

Capii di essere ormai prossimo a Laikipia guardando i fianchi delle donne per la strada. I fianchi delle Kikuyu, appena velati dagli ampi motivi floreali dei loro parei, erano tutt’altra cosa dalle esili cosce delle Maasai, avvolte nei loro mantelli di lana rossa tra le file di caprette smilze nei pascoli della Rift Valley. Le signore Kikuyu, mogli di prosperi agricoltori di una terra fertilissima e gonfia d’acqua, non dovevano fare molti chilometri per giungere ad una fonte; camminavano poco e cucinavano a fuoco alto in pentole unte di lardo. Così da sposate, dopo il primo o il secondo figlio, tendevano a diventare obese dalla vita in giù. A Laikipia, la magrezza non era mai un buon segno: le Kikuyu magre erano Kikuyu povere o malate.

Capii di essere ormai prossimo a Laikipia guardando i fianchi delle donne per la strada. I fianchi delle Kikuyu, appena velati dagli ampi motivi floreali dei loro parei, erano tutt’altra cosa dalle esili cosce delle Maasai, avvolte nei loro mantelli di lana rossa tra le file di caprette smilze nei pascoli della Rift Valley. Le signore Kikuyu, mogli di prosperi agricoltori di una terra fertilissima e gonfia d’acqua, non dovevano fare molti chilometri per giungere ad una fonte; camminavano poco e cucinavano a fuoco alto in pentole unte di lardo. Così da sposate, dopo il primo o il secondo figlio, tendevano a diventare obese dalla vita in giù. A Laikipia, la magrezza non era mai un buon segno: le Kikuyu magre erano Kikuyu povere o malate.
Salii da Nairobi verso l’equatore in matatu, seduto su un posto al finestrino. Tornavo a Nyahururu perché finalmente, dopo tre anni di attesa, stava per iniziare il processo che avrebbe dovuto fare chiarezza sulla morte di Dino Moser. L’ultima immagine che serbavo di lui mi faceva ancora visita in sogno, di tanto in tanto, e non era affatto un’apparizione gradevole. La mattina del rinvenimento del cadavere, aggrappato al nastro giallo con la scritta ‘Do not cross – Crime scene’, con la macchina fotografica avevo zoomato sul corpo steso a terra a pancia in giù. Ciò che avevo visto era una mezza maschera di sangue, la metà sinistra di un viso atrocemente deturpato dai sordidi capricci della vendetta; l’altra metà giaceva a terra, confusa con la terra rossa. Da quel giorno l’anima di quel volto massacrato attendeva giustizia. Era stato ucciso un muanake, un iniziato al clan: un crimine che non poteva restare impunito senza scatenare le ire degli spiriti. Tra i Kikuyu era sorta la leggenda che l’anima di Dino girasse inquieta per la foresta di notte, impossessandosi della mente degli elefanti e spingendoli verso le shamba a devastare gli orti. Le incursioni degli elefanti sui campi, dal giorno dell’omicidio, si erano fatte sempre più frequenti, perché era a causa di un elefante e di una piantagione di cavoli, si diceva, che Dino era stato ucciso. Ormai nella provincia di Nyahururu non c’era più un Kikuyu che seminasse cavoli nella propria shamba. Tra i Kikuyu del nord, correva l’usanza periodica di uccidere un elefante e spartire le sue carni tra i membri del clan: una sorta di risarcimento danni, quando la fauna selvatica in cerca di cibo danneggiava le campagne. Ma da tempo nessun capo villaggio osava più ordinare la cattura di un elefante. Si preferiva seminare verdure di cui gli elefanti non erano ghiotti, o piuttosto lasciare incolta parte della propria terra. Il prezzo dei cavoli al mercato della città era decuplicato: i cavoli dovevano essere importati, da Ol Kalau soprattutto, nel cuore della Central Province, o dalla vicina verdeggiante regione del Meru, alle pendici del Monte Kenya.


Proprio come i fianchi delle sue donne, la Rift Valley centrale traboccava di vita grazie ai temporali degli ultimi giorni: l’erba era folta nei campi, il mais stava maturando e le acacie della febbre gialla schiudevano le prime nuove foglie verde tenero. Nel cielo plumbeo tuonavano i lampi sopra il lago Baringo, visibile dallo scorcio della scarpata di Engelesha, dov’erano migrati i fenicotteri rosa di Nakuru. I facoceri, i rinoceronti neri e le gazzelle di Thompson trovavano riparo dalla pioggia nella boscaglia verdeggiante. Tra una pioggia e l’altra soffiava forte il vento sulla melma scura bucata dai molluschi della riva di soda, diffondendo l’odore del guano. Sugli altipiani centrali, il sole mattutino nutriva le acacie, i manghi e gli alberi del pepe; la pioggia pomeridiana rinvigoriva i cedri, gli eucalipti e gli abeti rossi.

Aveva piovuto anche a Nyahururu, nel cuore dell’Africa verde, fremente, disastrata dei Kikuyu generosi e ladri, pii e venali, santi e assassini. La corruzione diffusa negli enti pubblici, la mancanza di sicurezza e le infrastrutture inadeguate, come la ferrovia costruita dagli Inglesi fuori uso ormai da decenni, avevano rallentato ma mai arrestato il dinamismo e l’affarismo di cui andavano fieri. I Kikuyu avevano mille facce. Erano pittoreschi e variopinti come i muri della loro città. In pochi anni, infatti, Nyahururu era stata tappezzata di murales per mano di un gruppo di giovani ambientalisti. Tutto era iniziato con una timida protesta sul muro di un bagno pubblico: “Non tagliate le nostre foreste”; la scritta, in lingua Kikuyu, era accompagnata da un dipinto raffigurante alcuni alberi abbattuti e la sabbia del deserto in rapida avanzata. Da allora, altri adolescenti avevano seguito l’esempio e si erano riuniti in gruppo, per dipingere tutti i muri della stazione degli autobus. Le loro creazioni artistiche invitavano la gente a difendere le foreste e nel contempo a piantare alberi nelle rispettive proprietà, in modo da garantire una risposta al proprio fabbisogno di legname. Il murale era un modo di comunicare semplice e diretto che raggiungeva tutti, anche chi non sapeva leggere; ed era un metodo economico, dato che venti murales di ampia metratura costavano ad un committente quanto una pagina di pubblicità in un quotidiano. I giovani pittori ecologisti lavoravano col proprio numero di telefono appeso sulla schiena, una forma di autopubblicità che li aveva resi molto noti, trasformando il talento in un lavoro redditizio. In poche settimane, avevano abbandonato i bagni pubblici e i muri della stazione per passare a spazi più in vista offerti da alcuni commercianti. Per le strade aveva così avuto inizio una leale ed etica concorrenza alle pubblicità di sigarette, bibite e birra. Anche l’ospedale aveva deciso di abbellire la propria facciata con un murale ritraente un vecchio guaritore Kikuyu intento a curare un’ammalata con una pianta medica. Era accaduto lo stesso alla facciata della banca centrale. Ora toccava al tribunale: gli artisti erano già piazzati con scale e scalette, assieme ai venditori di pannocchie arrosto, con gli occhi rossi di febbre malarica e i denti consumati.
Erano tutti lì, i Kikuyu, fuori del palazzo di giustizia; uomini in giacche zozze e lise ma di lana pregiata, ragazze in piumini con colli di pelliccia sintetica arruffata, bambine vestite di rosa e bianco con pizzi sporchi da bambole da soffitta e scarpette laccate impolverate e la candela al naso, con appresso qualche mosca. Indossavano i loro abiti migliori, i capi occidentali di seconda mano comprati a prezzi stracciati al mercato dell’usato. Nella vita di ogni giorno, i Kikuyu ignoravano il lusso: i ricchi vivevano come pezzenti nelle loro capanne, pur possedendo cospicui conti in banca. Ma il vestito della domenica era un’altra cosa e quel lunedì era come domenica. Il fermento si palpava nell’aria come una corda tesa. La valenza simbolica del processo era enorme; c’erano i pastori e gli agricoltori, i latifondisti e i piccoli coltivatori diretti, i cattolici, gli anglicani e le congregazioni protestanti, i musulmani e gli hindu. In aula, ogni gesto e ogni parola avrebbero avuto un preciso significato e avrebbero scritto un capitolo di storia di quella parte dell’Africa, dove il mondo era considerato un potente spettacolo. Tutto sarebbe stato plateale fino all’estremo, come in un rituale arcaico o in una celebrazione liturgica. I protagonisti avrebbero dovuto esibire notevoli doti recitative per convincere e trascinare; la giuria non avrebbe mai emesso una sentenza contraria al parere espresso dalla folla e dal capo della comunità. I Kikuyu, che solo da poche generazioni avevano imparato a leggere dai missionari, non avevano ancora perduto la passione per le storie raccontate, né tanto meno la pazienza di ascoltarle; al contrario, adoravano ascoltare. I più mattinieri erano riusciti a prendere posto in aula, interessati a seguire ogni battuta del processo; molti altri si erano già accucciati in corridoio, mentre i bambini stavano fuori, sdraiati sull’erba, assieme alle donne sedute ad allattare i più piccoli. Era così nei ritrovi, negli spettacoli e nelle funzioni religiose: porte sempre aperte, pargoli che scorrazzavano, adulti che entravano e uscivano per andare in bagno, per dare da mangiare ai figli, o semplicemente perché si stancavano di stare seduti troppo a lungo in un luogo chiuso. Da alcuni anni facevo il giornalista e in tribunale sarei stato in buona compagnia: le principali testate da Nairobi in su avevano sguinzagliato i propri inviati più svegli; tra di loro c’erano anche diverse giovani donne, serene e distese nei loro ampi abiti multicolore, con lunghe treccine di plastica rossiccia incollate ai capelli naturali secondo la moda, un registratore in mano e un bambino sulle spalle. Quel lunedì mattina tutto sembrava pronto per alzare il sipario sulla verità; e tutto il Kenya era in attesa.

Le corti penali del Kenya si basavano per lo più sul sistema della common law, come in molte altre ex colonie britanniche, anche se alcune leggi erano nate dall’integrazione nel sistema inglese di vecchie norme tribali e islamiche. Il processo si sarebbe svolto in Inglese, che era ancora la lingua ufficiale e che tutti studiavano fin dalla scuola elementare. Oltre al giudice togato, c’era una giuria popolare, una pubblica accusa e un avvocato difensore dell’imputato. Presiedeva la corte John Stanislaus Engomeba, residente a Ol Kalau, di padre Kikuyu e madre indiana entrambi cristiani anglicani. La cosa era di buon auspicio. ‘Ngomeba infatti aveva subito per anni gli effetti della discriminazione etnica, vedendosi stroncare ogni possibilità di carriera. Era diventato presidente di tribunale penale solo col nuovo governo. Tra i Kikuyu aveva la fama di essere un giusto e un accanito difensore dei diritti civili.
Esordì con una lunga introduzione, partendo da molto lontano, com’era di gradimento alla gente di quelle parti. “Signore e signori qui riuniti. Il Kenya sta attraversando un delicato periodo di transizione sociale e politica. Come sapete, i cavalli di battaglia in campagna elettorale del nostro presidente Emilio Mwai Kibaki, leader della coalizione dell’Arcobaleno, sono stati la lotta alla piaga della corruzione e l’approvazione del nuovo documento costituzionale. Kibaki ha vinto le elezioni presidenziali del 27 dicembre 2002 con oltre tre milioni di voti, pari al sessantadue per cento dell’elettorato. Il presidente uscente Arap Moi ha fallito il tentativo alquanto naif di incoronare Uhuru Kenyatta, figlio del primo presidente del Kenya dopo la rivolta Mao Mao e l’indipendenza del 1964. Il partito dell’Arcobaleno, invece, ha fatto la differenza garantendo una svolta democratica. Ricordiamo, Yote yawezekana, bila Moi, questo lo slogan che echeggiava ovunque nei giorni successivi il voltapagina elettorale: ‘Tutto è possibile senza Moi’. Dopo quasi di tre anni, tuttavia, l’elettorato è per lo più deluso. Ormai appare chiaro a tutti noi che la corruzione dei piccoli ufficiali, dei prefetti, dei dirigenti pubblici, come delle alte sfere di governo, è un osso duro da estirpare. Le condizioni delle vie di comunicazione restano precarie e vaste aree del Paese sono ancora prive di elettricità, acqua potabile e assistenza medica. Le telecomunicazioni mantengono costi proibitivi. Kibaki ha rispolverato la pessima abitudine, praticata per decenni da Moi, di reprimere con la violenza le manifestazioni pacifiche trasformando le strade in campi di battaglia. La nuova costituzione, frutto di un tavolo di trattative tra le comunità cristiane, mussulmane e i rappresentanti della società civile, è stata varata dopo tre anni di aspri dibattiti parlamentari, ma senza l’avvallo popolare rischia di risolversi in un nulla di fatto; l’atteso referendum, come sapete, si terrà nel mese di novembre. La bozza prevede che i lunghi periodi di affitto ancora concessi ai latifondisti stranieri, alcuni dei quali durevoli per novecentocinquant’anni, vengano ridotti a novantanove anni. I clan, infatti, rivendicano con forza i propri diritti sulle terre, espropriate un secolo fa per mano dei coloni bianchi. I Maasai della Rift Valley e i Samburu di Laikipia – esasperati dall’irregolarità delle piogge, dai periodi di siccità sempre più frequenti e dall’avanzata del deserto che, dopo anni di deforestazione selvaggia, da Isiolo in giù poco a poco impoverisce il suolo – di tanto in tanto si organizzano in tafferugli di piazza da Nairobi a Nanyuki, per rivendicare il diritto di far pascolare le proprie mandrie nelle vaste tenute dei wazungu, in gran parte occupate dalle riserve di caccia per facoltosi turisti europei. E’ passato oltre un secolo dal 15 agosto 1904, quando i capi Maasai analfabeti furono spinti a firmare con l’impronta del pollice l’impegno a cedere ai coloni le terre lungo la Rift Valley, dove era in corso la costruzione della ferrovia, e a trasferire le proprie mandrie in riserve lontane dagli insediamenti britannici. Oggi il vento di cambiamento soffia con impeto e qualcosa è già cambiato. I ragazzi di strada sono scomparsi dalle nostre città grazie all’istituzione della scuola dell'obbligo. Alcuni farmaci di base iniziano a comparire negli ospedali pubblici; alle trappole infernali dei matatu, malgrado le proteste e gli scioperi dei guidatori, sono stati imposti limiti di velocità e cinture di sicurezza, e le tragedie sulle strade stanno diminuendo drasticamente. Nel Paese si comincia a respirare un’aria fresca di sicurezza e di giustizia. Nei tribunali, poco a poco, inizia a venir meno la corruzione dei giudici e si registrano i primi casi di magistrati corrotti denunciati e perseguiti penalmente. E’ in questo clima di cauto ottimismo e di timida fiducia nel sistema giudiziario che oggi, nella corte penale da me presieduta, lo Stato apre il processo contro l’autista Kikuyu Charles Magesa, accusato dell’omicidio di father Moser.”
Engomeba si addentrò dunque nella descrizione del delitto: il cruento, inquietante e imbarazzante caso Moser: “Il cadavere del sacerdote cattolico Dino Moser, di cinquantadue anni, originario di Canal San Bovo (Italia) e missionario in Kenya da quasi trentun anni nella provincia di Laikipia, fu rinvenuto la mattina del 2 ottobre 2002 a Nyahururu, a poche decine di metri dalla prigione locale. Freddato con un colpo di pistola alla testa, il corpo presentava una vistosa ferita sui genitali. L’agente di polizia John Ole Karam, di guardia quella notte alla prigione, venne ucciso pochi giorni dopo a Nakuru con un colpo di pistola partito, secondo le fonti ufficiali, durante una lite passionale. Father Moser si era laureato in scienze politiche e aveva frequentato il seminario nella città italiana di Padova. In Kenya, era stato cappellano della chiesa cattolica di Nyahururu, poi parroco di Ol Moran, prima di essere nuovamente trasferito a Nyahururu come responsabile supervisore della nuova diocesi in formazione. Da alcuni anni viveva fuori città, nel quartier generale della missione, ed era destinato a divenire uno degli ultimi vescovi bianchi kenioti. Era un uomo in perfette condizioni di salute. Malgrado l’età, non aveva perso il temperamento da alpinista: in Africa aveva scalato il monte Kenya, il Kilimanjaro e il Meru. A Laikipia, amministrava la tenuta agricola sulla collina, formava i giovani seminaristi e coordinava i sacerdoti, anche se nell’ultimo periodo della propria vita si era dedicato soprattutto alla giornalismo politico; aveva collaborato come editorialista con i principali quotidiani e si era battuto per poter aprire una propria radio. Poco prima di morire, father Moser aveva confidato ad alcuni colleghi di temere per la propria vita. Nel 1999, era stato minacciato di espulsione dal Paese e il dipartimento dell’immigrazione gli aveva rifiutato il rinnovo del permesso di lavoro; il permesso gli era stato infine concesso, dopo che la Chiesa e alcune associazioni per i diritti civili avevano accusato il governo di persecuzione politica. All’alba del 2 ottobre, per ragioni mai del tutto chiarite, ad eseguire i rilievi di legge sulla scena del crimine furono alcuni agenti dell’FBI, il cui rapporto stilato pochi giorni dopo non venne mai accettato dagli amici della vittima e dalla Chiesa cattolica. Father Moser, secondo l’FBI, sarebbe stato uno squilibrato, un pederasta, e quella notte a Nyahururu, in preda ai sensi di colpa, avrebbe deciso di farla finita autoevirandosi e infine sparandosi un colpo alla tempia. Alcune adolescenti Samburu di Ol Moran avrebbero rilasciato all’FBI deposizioni compromettenti su father Moser, insinuando di essere state costrette a dormire con lui in cambio di cibo, cibo che altrimenti egli avrebbe riservato soltanto ai Kikuyu. Ma le ragazze non furono mai rintracciate dalla polizia locale. Va sottolineato che più volte FBI e CIA collaborarono con il governo Moi, che tuttora gli USA sostengono il Kenya quale postazione militare strategica per le loro basi navali di Mombasa e per le piste aree nel nord, ai confini con la Somalia; che sono in molti in Kenya a nutrire dei dubbi sull’inconfutabilità delle indagini condotte dai corpi investigativi americani. E che tuttavia il caso Moser venne archiviato come suicidio dalla polizia kenyota senza alcuna confutazione del rapporto, sebbene non vincolante, dell’FBI. Il nunzio apostolico di Nairobi, noto per le sue esplicite affermazioni contro la corruzione del Paese e per questo minacciato più volte, affermò ufficialmente a mezzo stampa di disconoscere la tesi americana. I quotidiani kenioti pubblicarono per intero una lettera in cui il monsignore descriveva meticolosamente le incongruenze del rapporto, smontando le accuse diffamanti e le prove del suicidio. I Kikuyu iniziarono a promuovere in tutto il Paese una raccolta di firme affinché la magistratura riaprisse il caso e facesse piena luce sulla vicenda. Oggi l’opinione della pubblica accusa è che father Moser sia stato ucciso per vendetta personale in seguito al diniego di aiutare economicamente uno dei suoi più stretti collaboratori, il suo autista, caduto in disgrazia in seguito all’incursione di un elefante nella sua piantagione di cavoli a Engelesha. L’imputato per l’omicidio di father Dino Moser è l’autista Charles Magesa, da quattro mesi agli arresti nella prigione di Nyahururu. L’accusa tenterà di dimostrare che Magesa avrebbe attratto father Moser in una trappola, conducendolo con un pretesto nel luogo dove si sarebbe consumato il delitto. Dopo averlo picchiato, forse con l’aiuto di uno o più complici, l’avrebbe freddato con un colpo di pistola alla tempia e in seguito avrebbe fatto scempio del suo corpo. Successivamente, si sarebbe sbarazzato dell’arma, dandosi alla fuga. L’accusa proverà altresì a dimostrare che l’imputato versava in una precaria condizione economica a suo parere attribuibile al comportamento della vittima, e tale rancore gli avrebbe fornito un valido movente per uccidere.”
L’avvocato della difesa era un tale Mimiruk, un Kikuyu di Nyahururu che aveva studiato legge grazie alla sponsorizzazione della missione cattolica. Erano stati proprio gli amici di Dino ad ingaggiarlo per garantire all’imputato una difesa, qualunque fosse il suo grado di colpevolezza. Mimiruk non sembrava valere molto come legale e non era certo un nome noto. In tribunale avrebbe fatto sfilare una serie di testimoni chiamati a ricordare quante persone avessero odiato la vittima e in quanti fossero in possesso di un valido movente per uccidere. Sarebbero stati giorni faticosi per chi aveva amato Dino, quasi un processo al morto. Mimiruk infatti, rivolgendosi alla giuria, premise da subito che il proprio assistito forse non era del tutto estraneo alla scena del crimine, ma che di sicuro non aveva né sparato né tramato per l’omicidio in discussione. “A dimostrazione di questa tesi” affermò con assoluta certezza, “chiameremo a testimoniare delle persone, tutte altamente motivate a togliere di mezzo Dino Moser: un uomo scomodo per questa comunità, per nulla amato e ben voluto da tutti, al di là delle apparenze e di quanto l’accusa vorrebbe sostenere.”
Non si sapeva molto, invece, della pubblica accusa, un giovane di etnia Luo fresco di laurea e intenzionato a fare carriera. Un successo nel caso Moser sarebbe stato un’ottima credenziale per gli incarichi futuri, pertanto la sua motivazione era alle stelle. Si chiamava David Esibi e si diceva che da mesi studiasse giorno e notte per inchiodare Charles Magesa e chiudere quanto prima il dibattimento. Charles era povero e accusato di un crimine ritenuto odioso dai Kikuyu. In pochi stavano dalla sua parte, da quando nel dicembre 2004 il rampante Esibi era arrivato da Nairobi per riaprire l’inchiesta e, su segnalazione della stessa Chiesa cattolica, aveva ordinato alla polizia locale di indagare tra i collaboratori di Dino. Ben presto, dopo la raccolta di alcune testimonianze attendibili, Charles era stato arrestato e incriminato per omicidio.
Fu proprio David Esibi ad aprire le danze, chiamando a testimoniare per primo Alì Mikore, uno dei due poliziotti giunti la mattina del 2 ottobre 2002 sulla scena del crimine ad identificare il cadavere.
“Entrai in servizio alle sei, mentre il mio collega Karam era già sul posto, avendo fatto il turno di notte per presidiare la prigione” ricordò l’agente Mikore. “Per strada, c’era tanta gente che aspettava il mio arrivo, uomini e donne del posto. Tutti urlavano che father Dino era morto. Sembravano disperati. Allora li seguii. Poco distante, nel campo di mais dietro la prigione, vidi il cadavere. Karam era già lì.” Mikore non fu avido di dettagli: “Il corpo era disteso a pancia in giù. Aveva il cranio spappolato. A terra, attorno alla testa, c’era una macchia di sangue di circa mezzo metro. Spostando il cadavere, mi accorsi che la cerniera dei pantaloni era abbassata e che il sesso... be’, lo sapete.”
“Lei dunque toccò il cadavere?” domandò Esibi.
Alì Mikore inorridì: “Niente affatto. Lo spostai appena con un con un piede, giusto per guardarlo in faccia.”
“E cosa vide?”
“Non conoscevo di persona father Moser e quella che restava non si può esattamente definire una faccia, ma i contadini radunati attorno al corpo mi dissero che era lui.”
“Le risulta che qualcuno di loro abbia toccato il cadavere prima del Suo arrivo?”
“Ne dubito. Chi oserebbe avvicinarsi al cadavere di uno straniero? Nessuno quella mattina era in cerca di guai.”
“Karam l’aveva già esaminato?”
“Nemmeno per sogno. Era sconcertato. Restò sempre ad una distanza di almeno tre metri dal corpo.”
I Kikuyu vivevano nel presente e nelle loro attività quotidiane sembravano non temere la morte, eppure erano terrorizzati all’idea di toccare un cadavere. Prima che prendesse piede l’usanza muzungu dell’inumazione rituale, motivata anche con la crescita della popolazione e quindi col crescente rischio di epidemie, la tradizione Kikuyu prescriveva il trasporto del corpo del defunto lontano dal villaggio, nella savana; sotto il sole e le stelle, in poche ore, il cadavere si scioglieva tra le fauci degli avvoltoi e delle iene, divorato e ridotto al nulla, rapidamente e senza sotterfugi, perché tutto ciò che era composto si doveva decomporre, come un qualunque elemento della terra. Ma senza che nessuno lo vedesse. Guardare un cadavere in decomposizione era tabù. Se il cadavere era quello di un uomo ucciso, poi, le cose si complicavano: avvicinarsi significava spesso incorrere nei ricatti della polizia. Chi non avesse pagato una tangente, sarebbe stato accusato di essere l’assassino; se per giunta si trattava di uno straniero, il costo lievitava e i contadini di Nyahururu non avevano certo denaro da buttare. Per questo avevano scrutato il corpo del sacerdote mantenendosi ad una distanza di sicurezza e disperandosi da lontano.
“Tutti pensarono ad un omicidio passionale, mi capite” continuò Mikore. “Il sacerdote era un bell’uomo di pelle bianca. Manteneva un bell’aspetto perfino da morto, con la faccia viola di botte. Chi lo sa, forse un marito geloso...”
Il pene lacerato era una faccenda pietosa e appariva fin troppo chiaro l’interesse della stampa per quel macabro dettaglio. Ma ‘Ngomeba non voleva scandalismi nella propria aula. Al testimone non erano richieste opinioni e pertanto Mikore fu caldamente invitato ad attenersi ai fatti.
“In pochi minuti arrivò a Nyahururu una squadra di wazungu, americani” proseguì il teste.
“In pochi minuti, sì” osservò Esibi, “esattamente alle sei e dieci. “Agenti dell’FBI. Chi li chiamò?”
“Non ne ho idea. Atterrarono in aereo su un campo lungo la strada per Nakuru. Esibirono il distintivo dell’FBI e dovemmo cedere subito a loro le indagini. Ordini dall’alto, ci dissero. Il nostro capitano confermò. Poco dopo, ne arrivarono degli altri, in macchina. Circoscrissero la zona, ultimarono i rilievi molto in fretta e in meno di quaranta minuti, prima delle sette, trasportarono il cadavere all’ospedale per l’autopsia.”
“La polizia locale partecipò ai rilevamenti sulla scena del crimine?”
“No. Fummo tutti allontanati. Nemmeno agli amici della vittima fu concesso di oltrepassare il nastro giallo. Da quanto ne so, comunque, gli americani non fecero un ottimo lavoro: non trovarono né il proiettile né il bossolo, quindi non furono in grado di stabilire da che arma fosse partito il colpo.”
“L’FBI sostenne la tesi del suicidio” affermò il pubblico ministero. “Ma il fazzoletto nella tasca di Dino Moser era macchiato del suo stesso sangue, come dimostrarono le analisi del Dna. Come lo spiega? Come può un uomo spararsi alla tempia, pulirsi col proprio fazzoletto e rimetterselo in tasca?”
“Non può. Può tuttavia autoinfliggersi delle lesioni, pulirsi le mani e dopo spararsi.”
“Non sembra affatto logico.”
“Le persone alle volte fanno cose strane.”
“E come può, una volta premuto il grilletto, far sparire l’arma?”
“E’ sparito anche il cellulare della vittima. Se di suicidio si è trattato, ritengo che l’arma e il cellulare siano stati rubati da qualcuno accorso sulla scena prima della polizia. Difficile dire da chi. Se invece parliamo di omicidio, è facile supporre che l’assassino si sia dileguato assieme alla pistola.”
“Dopo una brevissima analisi della scena del crimine da parte dell’FBI, il cadavere per volontà della Chiesa cattolica fu trasportato all’ospedale di Nyahururu per l’autopsia e il sangue sul campo venne accuratamente lavato via con acqua e detersivo in prima mattinata. Chi ripulì la scena del delitto?”
“Noi poliziotti, per ordine dell’FBI. I rilievi erano ultimati. Gli americani in pratica avevano già archiviato il caso.”
L’agente che quella notte era di guardia alle carceri sarebbe stato un teste chiave per l’accusa, ma non poté testimoniare. “Mancavano pochi giorni a Natale e alle elezioni” ricordò Mikore. “Karam si trovava in un bar di Nakuru, verso le sette di sera. So solo quello che mi hanno riferito i miei superiori e la sua famiglia. Pare fosse ubriaco. Infastidì una donna in un bar, l’uomo che stava con lei estrasse di tasca una pistola e gli sparò. La coppia fuggì e di loro non si seppe più nulla. Non vennero mai arrestati.”
Alle successive domande dell’accusa, Mikore non poté rispondere: non sapeva se il suo collega fosse solito ubriacarsi fuori del lavoro, né se bazzicasse i locali di Nakuru la sera. Mikore e Karam non si conoscevo bene, non si frequentavano al di fuori dell’orario di servizio. Per mero cameratismo tra poliziotti, precisò soltanto: “Durante il lavoro non beveva. Pareva una brava persona. Aveva moglie e due figli piccoli.”
L’avvocato Mimiruk non controinterrogò il teste. Si premurò soltanto che venisse evidenziato negli atti il singolare trattamento riservato al corpo della vittima. Nessuno al di fuori degli agenti dell’FBI, infatti, aveva esaminato il cadavere sulla scena del crimine; l’autopsia era stata eseguita da un coroner dell’FBI e da un’infermiera della missione cattolica; a nessuno era stato concesso di avvicinarsi al morto neanche dopo l’esame autoptico; la magistratura italiana dapprima aveva aperto un’inchiesta contro ignoti, ma successivamente non aveva predisposto un’ulteriore autopsia, fidandosi del referto dell’FBI e archiviando il caso come suicidio.

Le corti penali del Kenya si basavano per lo più sul sistema della common law, come in molte altre ex colonie britanniche, anche se alcune leggi erano nate dall’integrazione nel sistema inglese di vecchie norme tribali e islamiche. Il processo si sarebbe svolto in Inglese, che era ancora la lingua ufficiale e che tutti studiavano fin dalla scuola elementare. Oltre al giudice togato, c’era una giuria popolare, una pubblica accusa e un avvocato difensore dell’imputato. Presiedeva la corte John Stanislaus Engomeba, residente a Ol Kalau, di padre Kikuyu e madre indiana entrambi cristiani anglicani. La cosa era di buon auspicio. ‘Ngomeba infatti aveva subito per anni gli effetti della discriminazione etnica, vedendosi stroncare ogni possibilità di carriera. Era diventato presidente di tribunale penale solo col nuovo governo. Tra i Kikuyu aveva la fama di essere un giusto e un accanito difensore dei diritti civili.
Esordì con una lunga introduzione, partendo da molto lontano, com’era di gradimento alla gente di quelle parti. “Signore e signori qui riuniti. Il Kenya sta attraversando un delicato periodo di transizione sociale e politica. Come sapete, i cavalli di battaglia in campagna elettorale del nostro presidente Emilio Mwai Kibaki, leader della coalizione dell’Arcobaleno, sono stati la lotta alla piaga della corruzione e l’approvazione del nuovo documento costituzionale. Kibaki ha vinto le elezioni presidenziali del 27 dicembre 2002 con oltre tre milioni di voti, pari al sessantadue per cento dell’elettorato. Il presidente uscente Arap Moi ha fallito il tentativo alquanto naif di incoronare Uhuru Kenyatta, figlio del primo presidente del Kenya dopo la rivolta Mao Mao e l’indipendenza del 1964. Il partito dell’Arcobaleno, invece, ha fatto la differenza garantendo una svolta democratica. Ricordiamo, Yote yawezekana, bila Moi, questo lo slogan che echeggiava ovunque nei giorni successivi il voltapagina elettorale: ‘Tutto è possibile senza Moi’. Dopo quasi di tre anni, tuttavia, l’elettorato è per lo più deluso. Ormai appare chiaro a tutti noi che la corruzione dei piccoli ufficiali, dei prefetti, dei dirigenti pubblici, come delle alte sfere di governo, è un osso duro da estirpare. Le condizioni delle vie di comunicazione restano precarie e vaste aree del Paese sono ancora prive di elettricità, acqua potabile e assistenza medica. Le telecomunicazioni mantengono costi proibitivi. Kibaki ha rispolverato la pessima abitudine, praticata per decenni da Moi, di reprimere con la violenza le manifestazioni pacifiche trasformando le strade in campi di battaglia. La nuova costituzione, frutto di un tavolo di trattative tra le comunità cristiane, mussulmane e i rappresentanti della società civile, è stata varata dopo tre anni di aspri dibattiti parlamentari, ma senza l’avvallo popolare rischia di risolversi in un nulla di fatto; l’atteso referendum, come sapete, si terrà nel mese di novembre. La bozza prevede che i lunghi periodi di affitto ancora concessi ai latifondisti stranieri, alcuni dei quali durevoli per novecentocinquant’anni, vengano ridotti a novantanove anni. I clan, infatti, rivendicano con forza i propri diritti sulle terre, espropriate un secolo fa per mano dei coloni bianchi. I Maasai della Rift Valley e i Samburu di Laikipia – esasperati dall’irregolarità delle piogge, dai periodi di siccità sempre più frequenti e dall’avanzata del deserto che, dopo anni di deforestazione selvaggia, da Isiolo in giù poco a poco impoverisce il suolo – di tanto in tanto si organizzano in tafferugli di piazza da Nairobi a Nanyuki, per rivendicare il diritto di far pascolare le proprie mandrie nelle vaste tenute dei wazungu, in gran parte occupate dalle riserve di caccia per facoltosi turisti europei. E’ passato oltre un secolo dal 15 agosto 1904, quando i capi Maasai analfabeti furono spinti a firmare con l’impronta del pollice l’impegno a cedere ai coloni le terre lungo la Rift Valley, dove era in corso la costruzione della ferrovia, e a trasferire le proprie mandrie in riserve lontane dagli insediamenti britannici. Oggi il vento di cambiamento soffia con impeto e qualcosa è già cambiato. I ragazzi di strada sono scomparsi dalle nostre città grazie all’istituzione della scuola dell'obbligo. Alcuni farmaci di base iniziano a comparire negli ospedali pubblici; alle trappole infernali dei matatu, malgrado le proteste e gli scioperi dei guidatori, sono stati imposti limiti di velocità e cinture di sicurezza, e le tragedie sulle strade stanno diminuendo drasticamente. Nel Paese si comincia a respirare un’aria fresca di sicurezza e di giustizia. Nei tribunali, poco a poco, inizia a venir meno la corruzione dei giudici e si registrano i primi casi di magistrati corrotti denunciati e perseguiti penalmente. E’ in questo clima di cauto ottimismo e di timida fiducia nel sistema giudiziario che oggi, nella corte penale da me presieduta, lo Stato apre il processo contro l’autista Kikuyu Charles Magesa, accusato dell’omicidio di father Moser.”
Engomeba si addentrò dunque nella descrizione del delitto: il cruento, inquietante e imbarazzante caso Moser: “Il cadavere del sacerdote cattolico Dino Moser, di cinquantadue anni, originario di Canal San Bovo (Italia) e missionario in Kenya da quasi trentun anni nella provincia di Laikipia, fu rinvenuto la mattina del 2 ottobre 2002 a Nyahururu, a poche decine di metri dalla prigione locale. Freddato con un colpo di pistola alla testa, il corpo presentava una vistosa ferita sui genitali. L’agente di polizia John Ole Karam, di guardia quella notte alla prigione, venne ucciso pochi giorni dopo a Nakuru con un colpo di pistola partito, secondo le fonti ufficiali, durante una lite passionale. Father Moser si era laureato in scienze politiche e aveva frequentato il seminario nella città italiana di Padova. In Kenya, era stato cappellano della chiesa cattolica di Nyahururu, poi parroco di Ol Moran, prima di essere nuovamente trasferito a Nyahururu come responsabile supervisore della nuova diocesi in formazione. Da alcuni anni viveva fuori città, nel quartier generale della missione, ed era destinato a divenire uno degli ultimi vescovi bianchi kenioti. Era un uomo in perfette condizioni di salute. Malgrado l’età, non aveva perso il temperamento da alpinista: in Africa aveva scalato il monte Kenya, il Kilimanjaro e il Meru. A Laikipia, amministrava la tenuta agricola sulla collina, formava i giovani seminaristi e coordinava i sacerdoti, anche se nell’ultimo periodo della propria vita si era dedicato soprattutto alla giornalismo politico; aveva collaborato come editorialista con i principali quotidiani e si era battuto per poter aprire una propria radio. Poco prima di morire, father Moser aveva confidato ad alcuni colleghi di temere per la propria vita. Nel 1999, era stato minacciato di espulsione dal Paese e il dipartimento dell’immigrazione gli aveva rifiutato il rinnovo del permesso di lavoro; il permesso gli era stato infine concesso, dopo che la Chiesa e alcune associazioni per i diritti civili avevano accusato il governo di persecuzione politica. All’alba del 2 ottobre, per ragioni mai del tutto chiarite, ad eseguire i rilievi di legge sulla scena del crimine furono alcuni agenti dell’FBI, il cui rapporto stilato pochi giorni dopo non venne mai accettato dagli amici della vittima e dalla Chiesa cattolica. Father Moser, secondo l’FBI, sarebbe stato uno squilibrato, un pederasta, e quella notte a Nyahururu, in preda ai sensi di colpa, avrebbe deciso di farla finita autoevirandosi e infine sparandosi un colpo alla tempia. Alcune adolescenti Samburu di Ol Moran avrebbero rilasciato all’FBI deposizioni compromettenti su father Moser, insinuando di essere state costrette a dormire con lui in cambio di cibo, cibo che altrimenti egli avrebbe riservato soltanto ai Kikuyu. Ma le ragazze non furono mai rintracciate dalla polizia locale. Va sottolineato che più volte FBI e CIA collaborarono con il governo Moi, che tuttora gli USA sostengono il Kenya quale postazione militare strategica per le loro basi navali di Mombasa e per le piste aree nel nord, ai confini con la Somalia; che sono in molti in Kenya a nutrire dei dubbi sull’inconfutabilità delle indagini condotte dai corpi investigativi americani. E che tuttavia il caso Moser venne archiviato come suicidio dalla polizia kenyota senza alcuna confutazione del rapporto, sebbene non vincolante, dell’FBI. Il nunzio apostolico di Nairobi, noto per le sue esplicite affermazioni contro la corruzione del Paese e per questo minacciato più volte, affermò ufficialmente a mezzo stampa di disconoscere la tesi americana. I quotidiani kenioti pubblicarono per intero una lettera in cui il monsignore descriveva meticolosamente le incongruenze del rapporto, smontando le accuse diffamanti e le prove del suicidio. I Kikuyu iniziarono a promuovere in tutto il Paese una raccolta di firme affinché la magistratura riaprisse il caso e facesse piena luce sulla vicenda. Oggi l’opinione della pubblica accusa è che father Moser sia stato ucciso per vendetta personale in seguito al diniego di aiutare economicamente uno dei suoi più stretti collaboratori, il suo autista, caduto in disgrazia in seguito all’incursione di un elefante nella sua piantagione di cavoli a Engelesha. L’imputato per l’omicidio di father Dino Moser è l’autista Charles Magesa, da quattro mesi agli arresti nella prigione di Nyahururu. L’accusa tenterà di dimostrare che Magesa avrebbe attratto father Moser in una trappola, conducendolo con un pretesto nel luogo dove si sarebbe consumato il delitto. Dopo averlo picchiato, forse con l’aiuto di uno o più complici, l’avrebbe freddato con un colpo di pistola alla tempia e in seguito avrebbe fatto scempio del suo corpo. Successivamente, si sarebbe sbarazzato dell’arma, dandosi alla fuga. L’accusa proverà altresì a dimostrare che l’imputato versava in una precaria condizione economica a suo parere attribuibile al comportamento della vittima, e tale rancore gli avrebbe fornito un valido movente per uccidere.”
L’avvocato della difesa era un tale Mimiruk, un Kikuyu di Nyahururu che aveva studiato legge grazie alla sponsorizzazione della missione cattolica. Erano stati proprio gli amici di Dino ad ingaggiarlo per garantire all’imputato una difesa, qualunque fosse il suo grado di colpevolezza. Mimiruk non sembrava valere molto come legale e non era certo un nome noto. In tribunale avrebbe fatto sfilare una serie di testimoni chiamati a ricordare quante persone avessero odiato la vittima e in quanti fossero in possesso di un valido movente per uccidere. Sarebbero stati giorni faticosi per chi aveva amato Dino, quasi un processo al morto. Mimiruk infatti, rivolgendosi alla giuria, premise da subito che il proprio assistito forse non era del tutto estraneo alla scena del crimine, ma che di sicuro non aveva né sparato né tramato per l’omicidio in discussione. “A dimostrazione di questa tesi” affermò con assoluta certezza, “chiameremo a testimoniare delle persone, tutte altamente motivate a togliere di mezzo Dino Moser: un uomo scomodo per questa comunità, per nulla amato e ben voluto da tutti, al di là delle apparenze e di quanto l’accusa vorrebbe sostenere.”
Non si sapeva molto, invece, della pubblica accusa, un giovane di etnia Luo fresco di laurea e intenzionato a fare carriera. Un successo nel caso Moser sarebbe stato un’ottima credenziale per gli incarichi futuri, pertanto la sua motivazione era alle stelle. Si chiamava David Esibi e si diceva che da mesi studiasse giorno e notte per inchiodare Charles Magesa e chiudere quanto prima il dibattimento. Charles era povero e accusato di un crimine ritenuto odioso dai Kikuyu. In pochi stavano dalla sua parte, da quando nel dicembre 2004 il rampante Esibi era arrivato da Nairobi per riaprire l’inchiesta e, su segnalazione della stessa Chiesa cattolica, aveva ordinato alla polizia locale di indagare tra i collaboratori di Dino. Ben presto, dopo la raccolta di alcune testimonianze attendibili, Charles era stato arrestato e incriminato per omicidio.
Fu proprio David Esibi ad aprire le danze, chiamando a testimoniare per primo Alì Mikore, uno dei due poliziotti giunti la mattina del 2 ottobre 2002 sulla scena del crimine ad identificare il cadavere.
“Entrai in servizio alle sei, mentre il mio collega Karam era già sul posto, avendo fatto il turno di notte per presidiare la prigione” ricordò l’agente Mikore. “Per strada, c’era tanta gente che aspettava il mio arrivo, uomini e donne del posto. Tutti urlavano che father Dino era morto. Sembravano disperati. Allora li seguii. Poco distante, nel campo di mais dietro la prigione, vidi il cadavere. Karam era già lì.” Mikore non fu avido di dettagli: “Il corpo era disteso a pancia in giù. Aveva il cranio spappolato. A terra, attorno alla testa, c’era una macchia di sangue di circa mezzo metro. Spostando il cadavere, mi accorsi che la cerniera dei pantaloni era abbassata e che il sesso... be’, lo sapete.”
“Lei dunque toccò il cadavere?” domandò Esibi.
Alì Mikore inorridì: “Niente affatto. Lo spostai appena con un con un piede, giusto per guardarlo in faccia.”
“E cosa vide?”
“Non conoscevo di persona father Moser e quella che restava non si può esattamente definire una faccia, ma i contadini radunati attorno al corpo mi dissero che era lui.”
“Le risulta che qualcuno di loro abbia toccato il cadavere prima del Suo arrivo?”
“Ne dubito. Chi oserebbe avvicinarsi al cadavere di uno straniero? Nessuno quella mattina era in cerca di guai.”
“Karam l’aveva già esaminato?”
“Nemmeno per sogno. Era sconcertato. Restò sempre ad una distanza di almeno tre metri dal corpo.”
I Kikuyu vivevano nel presente e nelle loro attività quotidiane sembravano non temere la morte, eppure erano terrorizzati all’idea di toccare un cadavere. Prima che prendesse piede l’usanza muzungu dell’inumazione rituale, motivata anche con la crescita della popolazione e quindi col crescente rischio di epidemie, la tradizione Kikuyu prescriveva il trasporto del corpo del defunto lontano dal villaggio, nella savana; sotto il sole e le stelle, in poche ore, il cadavere si scioglieva tra le fauci degli avvoltoi e delle iene, divorato e ridotto al nulla, rapidamente e senza sotterfugi, perché tutto ciò che era composto si doveva decomporre, come un qualunque elemento della terra. Ma senza che nessuno lo vedesse. Guardare un cadavere in decomposizione era tabù. Se il cadavere era quello di un uomo ucciso, poi, le cose si complicavano: avvicinarsi significava spesso incorrere nei ricatti della polizia. Chi non avesse pagato una tangente, sarebbe stato accusato di essere l’assassino; se per giunta si trattava di uno straniero, il costo lievitava e i contadini di Nyahururu non avevano certo denaro da buttare. Per questo avevano scrutato il corpo del sacerdote mantenendosi ad una distanza di sicurezza e disperandosi da lontano.
“Tutti pensarono ad un omicidio passionale, mi capite” continuò Mikore. “Il sacerdote era un bell’uomo di pelle bianca. Manteneva un bell’aspetto perfino da morto, con la faccia viola di botte. Chi lo sa, forse un marito geloso...”
Il pene lacerato era una faccenda pietosa e appariva fin troppo chiaro l’interesse della stampa per quel macabro dettaglio. Ma ‘Ngomeba non voleva scandalismi nella propria aula. Al testimone non erano richieste opinioni e pertanto Mikore fu caldamente invitato ad attenersi ai fatti.
“In pochi minuti arrivò a Nyahururu una squadra di wazungu, americani” proseguì il teste.
“In pochi minuti, sì” osservò Esibi, “esattamente alle sei e dieci. “Agenti dell’FBI. Chi li chiamò?”
“Non ne ho idea. Atterrarono in aereo su un campo lungo la strada per Nakuru. Esibirono il distintivo dell’FBI e dovemmo cedere subito a loro le indagini. Ordini dall’alto, ci dissero. Il nostro capitano confermò. Poco dopo, ne arrivarono degli altri, in macchina. Circoscrissero la zona, ultimarono i rilievi molto in fretta e in meno di quaranta minuti, prima delle sette, trasportarono il cadavere all’ospedale per l’autopsia.”
“La polizia locale partecipò ai rilevamenti sulla scena del crimine?”
“No. Fummo tutti allontanati. Nemmeno agli amici della vittima fu concesso di oltrepassare il nastro giallo. Da quanto ne so, comunque, gli americani non fecero un ottimo lavoro: non trovarono né il proiettile né il bossolo, quindi non furono in grado di stabilire da che arma fosse partito il colpo.”
“L’FBI sostenne la tesi del suicidio” affermò il pubblico ministero. “Ma il fazzoletto nella tasca di Dino Moser era macchiato del suo stesso sangue, come dimostrarono le analisi del Dna. Come lo spiega? Come può un uomo spararsi alla tempia, pulirsi col proprio fazzoletto e rimetterselo in tasca?”
“Non può. Può tuttavia autoinfliggersi delle lesioni, pulirsi le mani e dopo spararsi.”
“Non sembra affatto logico.”
“Le persone alle volte fanno cose strane.”
“E come può, una volta premuto il grilletto, far sparire l’arma?”
“E’ sparito anche il cellulare della vittima. Se di suicidio si è trattato, ritengo che l’arma e il cellulare siano stati rubati da qualcuno accorso sulla scena prima della polizia. Difficile dire da chi. Se invece parliamo di omicidio, è facile supporre che l’assassino si sia dileguato assieme alla pistola.”
“Dopo una brevissima analisi della scena del crimine da parte dell’FBI, il cadavere per volontà della Chiesa cattolica fu trasportato all’ospedale di Nyahururu per l’autopsia e il sangue sul campo venne accuratamente lavato via con acqua e detersivo in prima mattinata. Chi ripulì la scena del delitto?”
“Noi poliziotti, per ordine dell’FBI. I rilievi erano ultimati. Gli americani in pratica avevano già archiviato il caso.”
L’agente che quella notte era di guardia alle carceri sarebbe stato un teste chiave per l’accusa, ma non poté testimoniare. “Mancavano pochi giorni a Natale e alle elezioni” ricordò Mikore. “Karam si trovava in un bar di Nakuru, verso le sette di sera. So solo quello che mi hanno riferito i miei superiori e la sua famiglia. Pare fosse ubriaco. Infastidì una donna in un bar, l’uomo che stava con lei estrasse di tasca una pistola e gli sparò. La coppia fuggì e di loro non si seppe più nulla. Non vennero mai arrestati.”
Alle successive domande dell’accusa, Mikore non poté rispondere: non sapeva se il suo collega fosse solito ubriacarsi fuori del lavoro, né se bazzicasse i locali di Nakuru la sera. Mikore e Karam non si conoscevo bene, non si frequentavano al di fuori dell’orario di servizio. Per mero cameratismo tra poliziotti, precisò soltanto: “Durante il lavoro non beveva. Pareva una brava persona. Aveva moglie e due figli piccoli.”
L’avvocato Mimiruk non controinterrogò il teste. Si premurò soltanto che venisse evidenziato negli atti il singolare trattamento riservato al corpo della vittima. Nessuno al di fuori degli agenti dell’FBI, infatti, aveva esaminato il cadavere sulla scena del crimine; l’autopsia era stata eseguita da un coroner dell’FBI e da un’infermiera della missione cattolica; a nessuno era stato concesso di avvicinarsi al morto neanche dopo l’esame autoptico; la magistratura italiana dapprima aveva aperto un’inchiesta contro ignoti, ma successivamente non aveva predisposto un’ulteriore autopsia, fidandosi del referto dell’FBI e archiviando il caso come suicidio.
[1] “Non temere, perché Dio è sempre presente.” Proverbio Maasai.
