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7. IL PADRE DELLE ORCHIDEE

Dopo la pausa pranzo, il giudice John Stanislaus ‘Ngomeba stabilì di chiudere presto l’udienza. Il sole sarebbe tramontato prima delle sei e molti dei Kikuyu presenti in aula avrebbero dovuto percorrere decine di chilometri a piedi o in matatu per poter tornare alle proprie abitazioni prima del calare del buio. Ci fu il tempo di ascoltare solo un altro dei testimoni chiamati dall’avvocato Mimiruk a sostegno della tesi che father Dino avesse molti nemici. Era il turno di un osso duro, un uomo caparbio, rinsecchito nel cuore e nel corpo dagli anni e dalle fatiche della vita nella savana. Padre Egidio veniva da lontano. Abitava nel sud, ai confini del parco dell’Amboseli ai piedi del Kilimanjaro, in un villaggio Maasai nei pressi della cittadina di Sultan Hamud, un caotico mercato di impronta musulmana lungo la strada per Mombasa. Chiamato a testimoniare per forza, aveva dovuto guidare per seicento chilometri per giungere a Nyahururu, e lo aveva fatto di malumore, ritenendola una mera perdita di tempo: secondo lui, Dino era stato ucciso per una banale questione di donne e perciò il caso non avrebbe meritato tanta attenzione. Avevo conosciuto padre Egidio cinque anni prima, facendo tappa a Sultan Hamud durante un viaggio a Mombasa in compagnia di Claudette e sister Alice. Ricordavo quei giorni come i più intensi e felici della mia vita.

Alice doveva recarsi a Mombasa per consegnare di persona i soldi di una donazione ad una consorella di un orfanotrofio cattolico lungo la costa. Io e Claudette approfittammo per accompagnarla ed esplorare insieme l’anima Swahili dell’Oceano Indiano. Arrivammo in matatu a Nairobi e da lì salimmo in un minibus privato, appena un po’ più confortevole, diretto a Mombasa. A causa delle pessime condizioni della carreggiata, a tratti mangiata dal vento e dalla sabbia, la strada da Nairobi all’oceano si percorreva in non meno di otto ore. Qualche anno prima, la cooperazione italiana aveva stanziato diversi miliardi per sistemare quell’unica arteria di collegamento tra le due principali città keniote, ma i lavori non erano mai partiti e il denaro era finito nelle tasche di politici e funzionari corrotti sotto l’egida di Moi. Alice, malgrado l’età, le buche sull’asfalto e la lunghezza estenuante del viaggio, non si lamentò nemmeno una volta. Prendeva le cose così come le capitavano, senza resistenza, e si arrendeva ai fatti con serenità e fiducia encomiabili. Sorrideva sempre, si divertiva per ogni cosa, si stupiva attimo dopo attimo come una bambina e gioiva per ogni piccolo evento o paesaggio nuovo. Da tutto traeva divertimento. Dormiva sul sedile di legno come sul letto di una suite, nell’autobus sovraccarico di uomini d’affari in doppio petto grondanti di sudore, militari indiani che sputavano saliva rosso sangue, a causa delle spezie che usavano masticare come cicche, e di fricchettoni squattrinati diretti nelle spiagge costiere, da dove si sarebbero imbarcati per Goa a bordo delle navi postali. Grazie alla bonaria filosofia per cui “il Signore non ci infligge mai croci più pesanti di quelle che possiamo portare”, Alice veleggiava sicura e felice nei meandri della vita, conscia che il peggio che poteva capitarle era morire, ossia ricongiungersi pienamente alla sorella gemella e a quella luce che nelle proprie estasi mistiche di tanto in tanto appena sfiorava. Tuttavia, dopo quattro ore di viaggio massacrante in quella strada impossibile, decidemmo di farla riposare scendendo circa a metà strada, a Sultan Hamud. Father Egidio, raggiunto al telefono, venne a prenderci con il fuoristrada per accompagnarci a passare la notte nella sua missione. Dopo mezzora di auto in una pista di terra rossa martoriata dalla stagione secca, nel cuore della savana spoglia di ebani, acacie milifere e qualche abete sempreverde retaggio del colonialismo britannico, tra zebre, struzzi e giraffe, giungemmo in un agglomerato di casette di mattoni costruite dai missionari italiani e da alcuni pastori protestanti coreani. Di giorno decine di giovani Maasai ciondolavano da un’acacia all’altra e la notte i leoni dormivano nel cortile.
I Maasai del Kilimanjaro potevano avere fino a quattro mogli, purché possedessero mandrie a sufficienza per comprarle dai rispettivi padri, ma normalmente avevano pochi figli. Si diceva che le loro donne non fossero molto fertili. In realtà, le mogli dei pastori restavano incinte facilmente, ma non sempre portavano a termine con successo le gravidanze. Da quel poco che era dato di sapere ai wazungu, la cultura pastorale Maasai separava nettamente il ruolo sociale degli uomini, addetti al mantenimento delle mandrie, da quello delle donne, cui spettava la mungitura del latte. Gli uomini si nutrivano di sangue e carne, mentre le loro mogli si saziavano solo con latte fermentato e veniva loro negato l’accesso a qualunque altro cibo di origine animale; per questo, durante la gravidanza, soffrivano spesso di anemia o di gravi carenze vitaminiche e proteiche, e non tutte sopravvivevano al parto. Per venire incontro alle esigenze degli indigeni senza calpestare la loro cultura alimentare millenaria, i missionari coreani avevano costruito un piccolo ospedale molto attrezzato, per due terzi occupato dalla sala parto e dalle stanze per le puerpere. I Maasai erano disposti a sborsare parecchi scellini pur di affidare il destino delle proprie mogli all’abilità ostetrica dei wazungu.
Padre Egidio guardava ma non partecipava. Era solitario e burbero, una scheggia impazzita che non aveva mai lavorato volentieri neanche ai progetti umanitari della missione di Nyahururu. Eppure il suo animo era delicato, il suo cuore tenero come un bocciolo di ibisco. Di carattere decisamente più contemplativo che attivo, nella savana di Sultan Hamud viveva con una giovane ginecologa con gli occhi a mandorla, una suora infermiera italiana e due suore eritree dolcissime e molto graziose, che erano solite proteggere il proprio abito bianco e celeste con delicati parei floreali color pastello, rosa o verde acqua, per non sporcarsi di terra rossa. Il vento caldo dell’inverno del sud soffiava impetuoso nella savana e la vita si seccava rapidamente. Egidio risparmiava più acqua possibile per abbeverare le sue adorate piante. Era un appassionato botanico e un assiduo coltivatore di orchidee. Conosceva a memoria le oltre duecento specie di acacie africane e tutte le proprietà curative o venefiche dei vegetali della savana. “Nell’albero vediamo la struttura e la perfezione dell’universo” osservava. “Come i vasi sanguigni degli animali, le diramazioni della linfa da un punto centrale si espandono verso l’esterno per poi tornare al punto d’origine, irrorando e rigenerando così l’intero organismo. Vedi cosa accade all’albero dal tronco tagliato? La linfa vitale spinge sempre verso l’alto. Nuovi rami spuntano e crescono attorno al tronco mozzato, proprio come quando si ostruisce un vaso sanguigno e nuovi altri capillari spuntano dal vaso principale bypassando naturalmente il trombo, così che il sangue può continuare la sua corsa. Perché la vita deve continuare, deve andare avanti, e un ostacolo non la ferma: le fa solo cambiare strada. Tutto ciò che si ferma muore. La vita è tenera, fragile e flessibile, in continuo movimento. La morte è secca e statica. Le piante nascono da un seme, crescono, mangiano, espellono scorie, respirano, si riproducono, dormono, hanno freddo, sete, caldo, paura. Le piante tremano di paura. Nel bocciolo prima avvitato in senso antiorario e poi schiuso in senso orario, osserviamo la perfetta geometria di Dio. Al centro, notiamo un fiore costituito di altri piccoli fiori, ognuno dei quali ha vita propria e ne contiene altri di più piccoli, e così via all’infinito, come scrutando al microscopio una cellula, poi la molecola, poi gli atomi, poi le particelle infinitesimali, fin dove l’occhio umano può arrivare. Eppure per nutrirci e sopravvivere siamo costretti ad assassinare e mangiare tutto questo. Certo un chicco di riso pigiato non grida come un maiale sgozzato. Ma la natura è comunque violenta, sanguinaria e spietata.” Egidio era un passionale difensore della vita. Considerava l’aborto un peccato abominevole, ma non più che mangiare i semi di una pianta, assassinandoli prima del loro sviluppo nella terra: sempre di embrioni si trattava. Allo stesso modo, mangiare una foglia di insalata verde era sacrilego almeno quanto suggere il sangue di un animale. Poco gli importava del sarcasmo di Dino, quando a Nyahururu gli suggeriva di andare dall’oculista: “Secondo me non sei pazzo” gli diceva, “sei solo daltonico, per cui non distingui la clorofilla dall’emoglobina.” Per non uccidere, per non cedere all’inevitabile violenza della natura e agli attacchi di squallida superficialità che gli arrivavano dai giovani incapaci, Egidio mangiava pochissimo. Era asciutto e in ottima salute, e a settant’anni suonati aveva ancora un fisico tonico e scattante. Essenziale nelle abitudini e nei bisogni, si copriva solo con una maglietta e un paio di pantaloncini, qualunque fosse il tempo e la temperatura. Dovendo nutrirsi il minimo indispensabile alla sopravvivenza, aveva elaborato una singolare dieta “non violenta” che seguiva rigidamente. Mangiava la carne di piccoli animali trovati già morti nella savana, roditori, scoiattoli e suricati, raccogliendoli prima dell’arrivo delle iene. Come una donna, beveva il latte delle vacche Maasai e si saziava con molta frutta, che si preoccupava di raccogliere dal terreno solo dopo che spontaneamente era caduta dalla pianta madre. Poi prestava la massima attenzione a sputare a terra tutti semi; in ogni caso, la mattina raccoglieva le proprie feci per rigettarle nella boscaglia, affinché i semi inghiottiti per errore potessero tornare a germogliare. Pur di abbeverare abbondantemente le proprie orchidee, si era abituato a fare la doccia con un solo bicchiere d’acqua attinta dal fondo del water e due volte a settimana entrava di frodo con il fuoristrada nel parco dell’Amboseli, con la complicità di alcuni guardiani Maasai; ci impiegava oltre due ore tra andata e ritorno, solo per riempire tre capienti cisterne, attingendo l’acqua gratis dalle purissime fonti ai piedi del Kilimanjaro.

Nel corso dell’unica giornata trascorsa a Sultan Hamud, andai con Egidio a rubare l’acqua nell’Amboseli. Ci si accorgeva di aver sconfinato all’interno del parco quando le ragazzine Maasai ornate di perline, con i piccoli seni scoperti, cominciavano a chiedere del chae per farsi fotografare. Ma soprattutto quando si aprivano le vaste distese d’acqua sull’erba fresca e gli steli verdi vibravano sotto le nubi basse e vaporose, dietro alle quali dormivano quieti i contorni della montagna. Il Kilimanjaro era per i Maasai quello che il monte Kenya era per i Kikuyu: la madre, benevola elargitrice di acqua e di vita. L’acqua della montagna sacra, scorrendo sotto terra, giungeva fino a Nairobi, che in lingua Maasai indicava “il luogo dell’acqua fredda”, dove un tempo si trovavano i pozzi che rifornivano i villaggi dell’arida Rift Valley. I fenicotteri coprivano come un manto rosa gli specchi d’acqua sbiancati dal riflesso del cielo nuvoloso. Egidio indicava dal finestrino tutte le specie di animali che via via incontravamo, nominandole una per una col nome inglese e italiano.

Aironi, gallinelle d’acqua, gru coronate e struzzi cercavano cibo fra i ciuffi d’erba, assieme ai bufali e alle zebre. Uno stormo di pellicani si librò in volo ordinatamente all’arrivo di una famiglia di elefanti. La gigantesca matriarca non esitò a puntare il nostro fuoristrada, scalpitando con l’imponente zampa per avvisare dell’intenzione di caricare. Dietro di lei, gli altri membri del gruppo, tutte femmine, in un attimo circondarono premurosamente il piccolo. Egidio fece una repentina deviazione per allontanarsi e lasciare in pace il branco. “La cura che l’elefante ha per il proprio piccolo è lo spettacolo più commovente che ho visto in natura” mi disse. Arrivati ai pozzi, gli amici Maasai in cambio di pochi scellini aiutarono Egidio a caricare le cisterne d’acqua, mentre io feci due passi nel suolo pregno di soda e punteggiato di pietre laviche nere, residui dell’ultima eruzione preistorica del Kilimanjaro, ora addormentato sotto le nuvole. Tornando alla missione, la terra inaridendosi si ritingeva di rosso, l’erba si rifaceva gialla e dalla pista si sollevavano mulinelli di polvere e vento, laddove non pioveva da mesi e le zebre, gli sciacalli e gli scoiattoli correvano tra gli arbusti secchi dell’inverno in attesa della resurrezione della pioggia. La giraffa brucava i teneri germogli dell’acacia spinosa e dell’abete rosso. La iena, saltellando goffamente sulle lunghe zampe anteriori, si voltò a guardare il passaggio della jeep. Non avrei mai immaginato di poter vedere una quantità così incredibile di animali in un solo pomeriggio.
Nel frattempo, Alice riposava in una comoda cameretta per gli ospiti ornata di orchidee, mentre Claudette in compagnia delle due sorelle eritree sembrò ritrovare se stessa e tutta l’autostima che l’indifferenza di Marco le aveva fatto dimenticare. Passò molte ore a conversare con loro, leggiadre nei loro parei colorati avvolti a mo’ di gonna per proteggere l’abito dalla polvere rossa della savana asciutta. Non facevano che esprimerle ammirazione per la sua opera di volontariato in Africa, per la sua spigliatezza verbale, la sua capacità di parlare bene le lingue, immaginando che brava alunna doveva essere stata a scuola. Claudette negava con finta umiltà e abbassava pudicamente lo sguardo, ma dentro di sé si sentiva raggiante di orgoglio. “Con Marco, Dino e gli altri mi sento inferiore perché non mi chiedono niente di me” mi confidò quella sera, giocando allegramente sulla polvere come una bambina spensierata sulla sabbia, con in mano un bastoncino per spaventare le iene, diceva, con il quale tracciava a terra bizzarri disegni di soli e di serpenti, e tante piccole scimmiette sbucavano incuriosite dai tronchi per osservarla. “Non mi conoscono, non mi fanno domande, non gli interesso proprio. Come possono anche solo intravedere la mia intelligenza, il mio valore? Io ho bisogno di stimoli per raccontarmi e per esprimere me stessa. Ho bisogno che a qualcuno interessi quello che ho dentro.” Io sedevo su una roccia, osservando gli scoiattoli saltellare sull’abete e la terra tingersi di rosa alla luce del crepuscolo. Stavamo insieme da alcuni mesi, ma nel cuore di lei c’era ancora posto l’amore mancato del giovane prete di Nyahururu. La cosa non mi importava più di tanto: Marco era innocuo. Mi sarei preoccupato di più se l’infatuazione fosse stata per Dino, date le voci che correvano sul suo conto.

La mattina seguente, le sorelle eritree ci accompagnarono a conoscere i Maasai autentici, che vivevano nelle manyatta isolate della savana, lontani dai parchi turistici e dai villaggi fasulli messi in piedi come fenomeni da baraccone. La capanna pastorale tradizionale era circondata da un recinto rotondo costruito con arbusti spinosi. Egidio lamentava che così, senza pietà, i Maasai distruggevano la vegetazione, quando sarebbe bastata una rete metallica.
Da fuori l’abitazione appariva circolare, ma al suo interno si palesava la forma spiralica di una conchiglia: un utero caotico, basso e buio, usato da genitori, figli e mosche solo per dormire, mentre tutta le attività giornaliere si svolgevano all’aria aperta. La casa rifletteva come un microcosmo la struttura simbolica dell’universo. La forma del pavimento rappresentava la terra, coperta dal soffitto di pelli di vacca come da un firmamento. Il fumo del focolare al centro non fuoriusciva del tutto dal pertugio del tetto, il tradizionale “foro del cielo”, per il quale secondo la credenza popolare passava l’asse del mondo che sorreggeva e ordinava i tre livelli cosmici del cielo, della terra e degli inferi. Una giovane donna stava seduta al buio, facendo bollire il chae, seminuda e ornata di perline, le cui forme e colori raccontavano arcaici significati simbolici incomprensibili ai non iniziati. Reggeva tra le braccia con orgoglio il figlioletto di appena due settimane, grasso e vispo, con la testa ricciuta e gli occhi neri spalancati e curiosi. Quel bambino nero, con gli occhi scintillanti come perle, segnava un momento di autentica perfezione, un trionfo della vita. Era la prima veste con cui un grande guerriero, come un eroe redentore, si affacciava al mondo, annunciando una futura esistenza di gloria. La minuscola dimensione dell’umiltà accompagnava ogni grande nascita, nell’assenza più assoluta di bagliori eclatanti. In quella manyatta buia e maleodorante, il fanciullo appariva piccolo, povero e umile. Tuttavia, quale frutto di un atto creativo perfetto, sarebbe riuscito a farsi strada e a scongiurare i pericoli; sarebbe cresciuto, distaccandosi dalle proprie origini ed evolvendosi verso grandi cose. Il pargolo Maasai era il focolare, la stella e la pietra miliare della casa. Così piccolo, ma infinitamente potente, era una scintilla di luce divina che irradiava forza, calore e coraggio. Claudette lo prese in braccio – per la giovane madre questo gli avrebbe portato fortuna – e una lacrima le scese lungo lo zigomo, per la commozione o per il fumo che rendeva l’abitazione priva di ossigeno, invivibile per un muzungu. Io appoggiai l’indice tra le dita della manina del neonato, per testare il suo istinto prensile: il piccolo me lo strinse subito. Sveglio e sano, unto di latte fermentato come protezione naturale dal sole e dalle mosche, guardava con gli occhi grandi e avidi di novità quello strano oggetto che era la mia macchina fotografica, scrutando con interesse e incredibile costanza i visitatori dalla pelle bianca. Le sorelle eritree spiegarono che i neonati Maasai erano tutti così, che solo da grandi si instupidivano a forza di non fare nulla. L’iniziazione Maasai avveniva a quattordici anni, talvolta anche prima, perché la presenza di un moran dava prestigio alla famiglia. Dopo la circoncisione, spiegavano, la sessualità esplodeva e i ragazzi avevano i loro primi rapporti sessuali. I moran in erba giravano per la savana in gruppo, importunando prepotentemente le bambine e perfino Claudette, molto infastidita dalle fantasie erotiche che si facevano su di lei.

Presto per loro sarebbe venuto il tempo delle mogli, delle prostitute nei bordelli di Sultan Hamud e del divampare dell’Aids. Alla tradizionale dieta a base di sangue, avrebbero aggiunto l’alcool e la coca cola, e avrebbero trasformato in birra i sacchi di grano donati dall’Onu per fronteggiare siccità e carestie. Tempo per oziare, bere e andare a donne i moran ne avrebbero avuto in abbondanza, visto che il loro unico compito sociale sarebbe stato quello di rimanere sdraiati tutto il giorno all’ombra di un’acacia a badare ad una mandria che si badava da sé. Padre Egidio, decisamente più interessato alla salute degli animali che a quella dei loro padroni, sosteneva che i Maasai erano gente prigioniera della terra: “Non c’è acqua, non c’è niente da fare, le vacche mangiano da sole quel poco che basta per non morire di fame. Povere bestie, le vedi, sono scheletriche. Ma qui gli uomini non fanno nulla per migliorare la loro condizione. Sono più vicini alla terra che al cielo, alla carne che allo spirito, alla bestia che a Dio: è un’umanità primitiva, bestiale, che non sviluppa il potenziale dell’intelletto, che non sa attingere alle risorse dell’anima. Si limitano a mangiare e riprodursi. Non hanno creatività, non hanno il coraggio e nemmeno le idee per staccarsi dal passato e individuarsi come persone: queste non sono persone, sono tutti figli di qualcuno. E’ il loro culto degli antenati. Per quanto ti sforzi di fargli cambiare idea, non c’è nulla da fare: preferiscono morire piuttosto che cambiare, piuttosto che fare qualcosa di nuovo, qualcosa che nessuno ha mai fatto prima. Cos’è la bestia se non l’inerzia, la negazione delle potenzialità dell’essere umano?” Spezzare le catene degli antenati: era una storia che avevo già sentito. Anche Egidio, malgrado la sua singolare personalità, proveniva dalla scuola di pensiero di Nyahururu. “Ma non è colpa loro, sai” ammise il vecchio prete. “Qui nella savana la morte e la calma sono interne alle cose. Tutto è piatto e inerte per natura. La vita, con le sue forme e i suoi colori, è solo un accidente che arriva dall’esterno, quando il cielo misericordioso sgocciola giù un po’ di pioggia.” E quasi pentito per la severità di giudizio su quelli che dopo tutto erano i suoi vicini di casa e che in anni di convivenza non gli avevano mai fatto alcun male, aggiunse: “Hanno anche il loro lato buono, sai, sono brava gente. Il Maasai è fatalista, prende per amico il destino, perché sa di essere nelle sue mani. Il destino è la sua casa, come l’oscurità familiare della capanna. Così, quando arrivano sciagura e morte, il Maasai le accoglie come sorelle.”

“Lei per alcuni anni ha prestato servizio come cappellano presso parrocchia di Nyahururu” ricordò Mimiruk.
“Dal 1987 al 1994” confermò Egidio. “Nel 1994 Dino tornò da Ol Moran pieno di arie, dall’Italia arrivò uno sbarbatello di nome Marco ed io me ne andai a sud.”
“Se ne andò o fu mandato via?”
Con questa domanda l’avvocato della difesa mise volutamente il dito in una piaga ancora aperta.
Egidio sbottò: “A me non interessano queste cose, ormai sono vecchio, faccio vita contemplativa. Poiché sono miserevole, ho compassione per gli esseri fragili e innocenti. Sto bene da eremita, non amo la gente, lavorare in parrocchia non è mai stato il mio forte.”
“Stando a diverse testimonianze, father Dino Moser, già responsabile della missione, non aveva una grande opinione di Lei come sacerdote” incalzò Mimiruk, sfogliando i propri appunti. “Father Moser andava dicendo che Lei non adempieva agli obblighi dell’apostolato, non era disponibile per le confessioni, rifiutava di dire messa nei villaggi lontani ed era un disastro nel gestire il denaro dei progetti umanitari.”
“E’ tutto verissimo. Sono stato un vecchio e un disilluso fin dalla mezza età. Non ho mai creduto nella valenza e nell’utilità di alcuna opera umana.”
“Nemmeno nell’opera di father Moser?”
“Lui si ostinava a trattare con voi Kikuyu. Per me siete solo un branco di affaristi, furbastri e approfittatori. Morti di fame. Sembrate tutti dei morti di fame.”
Piovvero inevitabili le reazioni di sdegno dalla folla in aula. Egidio era scettico e severo per sua natura; non era vocato alla missione, ma nemmeno all’impiego in una diocesi italiana, dove avrebbe dovuto rispettare regole ben precise. “Dino riuscì a liberarsi di me” continuò indifferente, “proponendomi una casetta in un posto tranquillo in mezzo alla savana, dove avrei potuto trascorrere serenamente gli ultimi anni di vita coltivando le mie orchidee, facendo passeggiate, senza affannarmi nel lavoro. Lavorare io? Dino asseriva che non distinguo la terra dalla merda. A Sultan Hamud ci pensava già la missione coreana a lavorare con i bisognosi. Questi coreani sono dappertutto nel mondo e lavorano sodo, instancabili, abituati ai ritmi massacranti delle loro città.”
“In pratica, father Moser la mise in pensione. Lei come reagì?”
“Senza entusiasmo.”
“E come si trovò a Sultan Hamud?”
La voce e lo sguardo di Egidio si fecero duri e tenebrosi come il colore e la consistenza di una roccia in una notte senza luna. “Male. MALISSIMO. Non perdonerò mai quel figlio di puttana per avermi cacciato dalle verdi foreste di Laikipia e dalla lingua Kikuyu, che ci avevo messo anni ad imparare. Mi aveva assicurato un posto dove coltivare fiori in tutta serenità e con cosa mi sono ritrovato? Con un deserto di terra arida come l’inferno, dove ogni santo giorno devo centellinare l’acqua. E poi i Maasai.... i Maasai sono diversi. Dino era qui da tanto tempo, conosceva questi posti, doveva dirmelo sinceramente che tutto sarebbe stato diverso, che ogni classificazione geografica è inutile, perché è stata disegnata sulla carta dall’uomo bianco, dai coloni: confini netti e innaturali come la linea di demarcazione tra Kenya e Tanzania, derivante dalla spartizione delle terre tra Inglesi e Tedeschi. Perché il Kenya non esiste nella mente della gente, come non esiste un popolo keniota. I Maasai sono un’altra cosa, la savana del sud è un’altra cosa. Con quel clima è troppo difficile coltivare piante. Con quel suo assurdo, radicato antropocentrismo, Dino mi accusava di curare i fiori e di lasciar morire la gente. Idiota. L’acqua del Kilimanjaro non arriva nel mio cortile e la possibilità di fare passeggiate in quei colli aridi e bassi sono limitate. Quando una volta all’anno piove, poi, piove davvero forte. Il seccume si trasforma come per incanto in un sussulto di gioia, mille fiori sbocciano dalle spine, ma le piste si riempiono di fango rosso profondo anche diversi metri, impraticabile se non con qualche zattera di fortuna per far arrivare i rifornimenti. Passo dieci mesi all’anno a imprecare contro il cielo avaro di pioggia e i due mesi rimanenti a imprecare contro il fango.”
“Non è certo la pensione che Lei aveva sognato.”
“E dovrei dispiacermi perché Dino è morto? Quell’idiota boscaiolo non ha mai compreso nulla della vita. Lui e le sue frivole amicizie.”
“Si riferisce ai Kikuyu? Anche i Kikuyu non hanno mai compreso nulla della vita?”
“I Kikuyu sono tutti ladri.” E di nuovo, con più forza: “LADRI.”
Mi coprii la faccia con le mani per non vedere gli sguardi dei presenti. Egidio rischiava il linciaggio. Ora agli occhi della gente, dopo Charles, era lui la persona più odiata in aula: proprio quel povero vecchio non violento, ma arrabbiato e schietto. La domanda a Mimiruk sorse spontanea: “Ha ucciso Lei father Moser o è in qualche modo coinvolto nel suo omicidio?”
Finalmente il pubblico ministero David Esibi fece obiezione. I racconti dei testimoni di Mimiruk lo facevano sbadigliare, ma stavolta si rizzò dritto in piedi, come svegliato di soprassalto. “Vostro Onore” protestò. “Questa non è un’indagine di polizia, ma un dibattimento giudiziario in cui il solo imputato è Charles Magesa. Non c’è alcun elemento che leghi il teste all’omicidio.”
Il giudice ‘Ngomeba accolse l’obiezione ed Egidio fu libero di lasciare il banco dei testimoni. Ma alzandosi, volle rispondere comunque nel suo stile: “Sì, sono io il carnefice. Dai cieli dell’Amboseli ho spedito fin quassù i miei angeli vendicatori. Volete incriminarmi con l’accusa di libero pensiero? Volete bruciarmi sul rogo? Fatelo. Sono vecchio e stanco, e mi aspetto che la morte sia un’avventura assai meno monotona della vita che Dino mi ha costretto a condurre.” E una volta lasciato il banco dei testimoni, concluse: “Io non uccido neanche le zanzare. Chiedetelo ai mariti delle giovani Samburu di Ol Moran chi ha ucciso Dino mozzandogli il fallo. Chiedetelo a loro, di come il pervertito spargeva il suo seme ecclesiastico da Nairobi a Rumuruti. Chiedeteglielo. Chiedetegli perché passava tanto tempo a Ol Moran. Forse aveva ragione l’FBI: l’animale si è ucciso per il rimorso, dopo aver preso con la forza qualche povera bambina inerme...”
A quel punto la polizia lo spinse fuori dall’aula, mentre i Kikuyu gli inveivano contro e le suore si facevano il segno della croce. Io e Marco riuscimmo a malapena a trattenere l’esplosione di rabbia della possente Wilma, che stava per arrivare alle mani e urlava con voce stridula: “MALEDETTO INFAME! DINO VOLEVA BENE ALLA GENTE DI OL MORAN, ERANO I SUOI FRATELLI E LE SUE SORELLE, LO SAI ANCHE TU, INFAME!!” Il dolore di non sapere cosa Dino avesse fatto in realtà durante tutte quelle lunghe giornate trascorse nel nord la lacerava, almeno quanto la turbavano le deposizioni rilasciate all’FBI dalle fantomatiche Samburu vittime sedicenti degli appetiti sessuali del prete filo-Kikuyu.
La scena assunse in pochi secondi contorni surreali: il caldo, l’affollamento e l’odore pesante del sudore, tutto quel fango gettato addosso a un uomo morto e così importante per la comunità, il giudice ‘Ngomeba che continuava a battere il suo martello cercando invano di imporre “ORDINE, ORDINE!”, centinaia di Kikuyu che volevano linciare il vecchio prete pazzo, i poliziotti che lo scortavano fuori dell’aula a fatica, circondati da uomini e donne che gridavano ogni immaginabile insolenza in lingua Kikuyu. E lui, l’imperterrito Egidio, che tra le braccia robuste degli agenti non smetteva di urlare: “LO SAPEVANO TUTTI: IL VESCOVO DI PADOVA, IL NUNZIO DI NAIROBI, IL PAPA! TUTTI PUTTANIERI!” La sua voce amplificata dall’astio si udiva fino in strada: “PUTTANIERI! CHE L’AIDS VI FLAGELLI!!”
Appena Egidio fu allontanato, ‘Ngomeba aggiornò l’udienza alla mattina seguente. Mimiruk rimase a lungo seduto a testa bassa sulle proprie carte e non abbandonò l’aula finché tutti non furono usciti.

Dopo la performance di padre Egidio, sentii il bisogno di calmare i nervi e feci una lunga passeggiata da solo nelle praterie dietro alla parrocchia. L’erba era stata da poco tagliata. Si trattava infatti di un vasto campo da golf frequentato da Kikuyu benestanti, lungo il sentiero che conduceva ai sobborghi più poveri della periferia, fatti di baracche accavallate e appiccicate come mosche alla strada per Rumuruti. Alla luce del tramonto che indorava la valle sbucando all’improvviso da dietro le nuvole grigie, le ombre delle conifere si fecero lunghe e magiche. Non c’era un filo di vento quella sera, tutto sembrava immobile. Un Kikuyu raccolse la sua bicicletta nel campo di mais a fianco del prato. In pochi minuti, iniziò a fare freddo. La luce calò rapidamente e l’anima oscura della notte africana si fece avanti, con il canto delle sue rane, dei suoi grilli e le sue ombre sempre più lunghe. Con essa arrivarono i brividi e la paura dei leopardi. Una lepre uscì di corsa dai fusti del granoturco e scappò verso gli abeti rossi, inseguita da quattro bambini con cani e bastoni.
La pace di quella sera rievocò nella mia mente il viaggio verso Mombasa, dopo la giornata trascorsa a Sultan Hamud.

Lungo la strada dissestata e massacrante per la schiena, tra il cielo terso, il ventre gonfio dei baobab e gli arbusti secchi impolverati di rosso come coralli incendiati dal sole, venni rapito da un’improvvisa commozione e avvolto in un senso di indefinibile sacralità. Mi parve di udire una voce alzarsi dal silenzio del tempo e di scorgere una luce che iniziava a brillare interrompendo il vuoto di una notte senza confini, mentre lo spirito gaio che fluttuava sulle acque dell’indifferenziato prendeva un nome e assumeva le sembianze di un’anima cosciente e individuale. La luce della coscienza si elevava dalle tenebre dell’inconscio come la vita delle nuove tenere foglie germogliava dalla morte arida della stagione secca. Il mistero della creazione toccò la mia mente come per grazia, mentre il viso dolce e pallido di Claudette riposava ad occhi chiusi sulla mia spalla. Osservavo gli alberi che scorrevano nella savana, ripensando al pargolo Maasai e alle lezioni botaniche di padre Egidio sulla ramificazione della vita che da un punto esplode verso l’esterno per irrorare lo spazio, e la mia mente si consumava attorno a quell’inspiegabile passaggio dalla quiete al movimento, dalla potenzialità alla realtà, dalla non vita alla vita: il mistero per cui il pulcino rompe il guscio, o una massa informe ed eterna esplode originando lo spazio, il tempo e la pluralità delle forme, senza alcuna ragione sondabile dall’intelligenza, se non quella che è giunto il momento. Qualunque cosa fosse Dio, sapevo con certezza che abitava lì, nel punto di mezzo tra la vita e la morte, tra la luce e il buio, nel centro dove l’universo si espande e si riassorbe. Quando l’aria celeste si accese di blu al sole a picco del primo pomeriggio, le acacie purpuree del parco di Tsavo esplosero in un arancio fuoco incandescente, troppo intenso per le pupille di un uomo bianco, accecato dal riverbero. Anche le rare capanne lungo la strada deserta, interminabile e sabbiosa, bruciavano di un rosso abbagliante di mattoni terrosi essiccati al sole e spogli tetti di paglia. Due camionisti sostavano lungo la strada per riparare la carcassa di una camionetta guasta, vecchia come un cimelio da museo. Uno si dava da fare, unto di olio nero, sdraiato sotto il furgoncino a maneggiare tenaglie e bulloni; l’altro, musulmano, si prostrava verso la Mecca inginocchiato su una stuoia lercia, perché era l’ora della preghiera. Sul cruscotto dei matatu, assieme al leit motiv keniota Hakuna Matata, nessun problema – frase che si adattava bene ad ogni circostanza - non mancavano mai le insegne In God We Trust o Allahu Akbar, a seconda della religione del conducente. Lo spirito di Dio aleggiava ovunque sulla terra gonfia e rossa dell’Africa.
Arrivammo a Mombasa che ormai era notte. La periferia della città brulicava di capanne rotonde coperte da tetti di paglia, illuminate dall’interno con lampade ad olio, tra le palme crepuscolari sotto il cielo già stellato che mi ricordavano i presepi dell’infanzia. Attraversata la baia in traghetto, giungemmo a Shelly Beach, dove passammo la notte ospiti delle consorelle di Alice, in un ampio compound affacciato sull’oceano. Il mattino seguente, i nostri occhi si persero in uno spettacolo incantevole. Le sfumature orizzontali turchesi, celesti e verdi contornavano la sabbia bianchissima mista a grossi cristalli di sale. Piccoli pesci multicolori guizzavano dalla barriera corallina, oltre lo spazio infinito della spiaggia vuota a causa della crisi del turismo, dove i venditori di conchiglie scoraggiati per la bonaccia assillavano l’unico visitatore di passaggio: un anziano gentiluomo inglese in costume da bagno e lunga barba bianca, che in compagnia del suo bastone di legno camminava sul bagnasciuga e che sembrava non avere più fiato per dire “No, thanks” senza perdere la classe. Claudette, chinata sul vento, raccoglieva piccole conchiglie di ciprea e frammenti di corallo, mentre la luce del sole e dell’acqua screziata le si dilatava intorno, avvolgendola negli abiti chiari come i suoi capelli. Poco più in là, una vacca solitaria brucava le alghe della riva, assieme a stormi di gabbiani e ad alcuni cani randagi, scheletrici e disperati per la fame, che non si spostavano nemmeno alle beccate dei volatili. Dopo i massacri di turisti avvenuti a Malindi per mano degli shiftah scesi dal deserto del nord, ai confini con la Somalia, le agenzie di viaggio preferivano spedire gli europei verso altre mete, soprattutto in Madagascar, dove alla fine degli anni ’90 avevano traslocato le principali catene di alberghi e ristoranti gestite dalla mafia italiana. Mombasa spoglia di visitatori aveva ritrovato tutto il fascino antico, arabesco e indiano, della Old Town e di Fort Jesus.

Fuori città, vaste distese di palme di cocco lambivano la spiaggia, dove tanti piccoli villaggi di commercianti sorgevano lungo il mare. Al calare della sera, migliaia di luci puntiformi si accendevano tra la foresta e l’acqua, donando al paesaggio le sembianze di un portagioielli: botteghe di paglia e di legno illuminate da lampade ad olio, vetrine di statuette, file di lampadari di conchiglie, parei ricamati, tappeti, scatole indiane in pietra dura e maschere tribali dell’entroterra profumate da essenze di sandalo, gelsomino e citronella, per tenere lontane le zanzare. L’armonica integrazione tra le costruzioni umane e la natura tropicale era guastata soltanto dalle gigantesche insegne della coca cola e della pepsi. Dietro i cartelloni pubblicitari, dietro le vetrine curatissime e i folti cespugli di buganvillee, dietro le case recintate con muretti di pietra colorata, i ristorantini di pesce lungo la spiaggia e i giardini variopinti, si accalcavano baracche dalle travi sconnesse, ripostigli di lamiera, cataste di legna, bambini che piangevano ininterrottamente e fuochi sempre accesi per bruciare le immondizie, assaliti da stormi di corvi e branchi di cani, tutti a frugare litigiosamente quel niente che restava. Gli Swahili della costa camminavano molto più lentamente della gente degli altipiani, trascinando a terra le ciabatte di gomma. Sembravano sempre svogliati di muoversi. Molte persone mostravano penose mutilazioni; gli incidenti sul lavoro erano molto frequenti e senza cure mediche adeguate la cancrena e l’amputazione degli arti erano all’ordine del giorno. I figli dei commercianti e degli operai, durante la giornata, venivano abbandonati tra gli arbusti, tra le spine e la strada; talvolta, seminudi in piccoli gruppi, andavano a far pascolare i maialini sulla distesa di terra arida tra i rovi fitti e rinsecchiti che chiamavano jungle. Indolenti vacche dalle corna arcuate girovagavano libere, proprio come le galline, le capre e i maiali, e tutto ciò sembrava perfettamente normale.
Io e Claudette, mano nella mano, ci avventurammo nella giungla nel tardo pomeriggio, quando il sole attenuò la sua morsa. Il suolo era solcato da grossi grani di terra rossa, spesso frantumati dalle radici o polverizzati dal vento. Tutto era silenzioso e l’aria calda infondeva un senso profondo di pace. Come a casa, sulle Dolomiti, non ci piaceva la strada asfaltata e seguivamo volentieri i sentierietti meno battuti. Camminavamo in ciabatte di gomma, come facevano gli Swahili e gli Indiani, attenti a non scambiare un serpente per una delle infinite radici rosse di traverso. Un coleottero nero e arancione attraversò il sentiero tra i rovi di buganvillee e anacardi, a passo lento e paziente, mentre un jeko sfrecciava tra le foglie e un piccolo camaleonte se ne stava avvinghiato su un ramo in attesa di insetti. Le palme ondeggiate dal vento sembravano presenze e avevano il rumore dei passi. Al tramonto, nel cortile del compound di Shelly Beach, tra le altissime acacie a ombrello, i ragazzi dell’orfanotrofio cattolico giocavano a calcio, sotto il cielo celeste, le nuvole sottili e la luna bianca come la sabbia. La distesa di terra rossa, grazie a qualche filo d’erba nuova, la sera e la mattina appariva verde rosato. Quando il sole cocente picchiava sulla testa e si alzava il respiro caldo e asciutto del vento, con quella consistenza odorosa dell’aria pregna di aromi pungenti e oli essenziali, di fritture di pesce, di spezie, di polvere e di incensi di sandalo, l’India mi sembrava molto vicina e incomprensibilmente familiare.

Quello a Mombasa fu un viaggio indimenticabile, un soffio di estatica felicità che non durò a lungo. Pochi giorni dopo il nostro rientro a Nyahururu, nell’estate del 2000, la nostra amica Linda Van Owen morì travolta dal matatu impazzito. Dopo la tragedia, Claudette ed io non ci amammo più come prima. Lei divenne assente e scostante; i suoi sogni si riempirono di incubi e un male oscuro attanagliò le sue giornate. Non sarebbe rimasta a lungo in Kenya. Il suo stage volgeva al termine e non aveva alcuna intenzione di prorogarlo. Nelle settimane successive l’incidente, per espressa volontà dei vertici della diocesi centrale di Padova, la missione fu radicalmente riorganizzata quanto a risorse umane. Linda, infatti, non aveva stipulato un’assicurazione sulla vita e la parrocchia si era vista costretta ad accollarsi le spese del rimpatrio e dei flying doctors, sebbene usciti invano. Per scongiurare guai analoghi, la diocesi impose a tutto il personale europeo, religioso e laico, l’obbligo di un regolare contratto di assunzione con visto di lavoro e assicurazione medica. La maggior parte dei ragazzi europei che periodicamente si recavano a dare una mano improvvisandosi volontari furono rispediti in patria. Anch’io fui invitato ad andarmene e di primo acchito mi feci l’idea che la mia relazione con Claudette, mai dichiarata ma mai tenuta nascosta, avesse influito sulle decisioni insindacabili della diocesi. Il dormitorio dei volontari, infatti, da alcuni mesi aveva assunto le sembianze di un allegro ostello universitario: sesso, risa, chiacchierate fino all’alba e fumate di erba locale. Compresi che il solo modo di restare era quello di recarmi di persona alla Farm ed entrare nelle grazie del numero uno della Chiesa di Nyahururu: il sacerdote di cui tutti non facevano che parlare e sparlare, ma che avevo incrociato solo di rado in città e col quale non avevo mai intrattenuto alcuna conversazione a quattr’occhi, né lui si era premurato di presentarsi o stringermi la mano, dal momento che sembrava non nutrire alcun interesse per i volontari di sesso maschile. Malgrado il suo stile informale e la fama di incallito peccatore, per una qualche ragione quel prete, pur visto solo da lontano, mi aveva messo addosso da subito un sottile senso di soggezione. La cosa mi spiazzava, perché mi capitava di rado di sentirmi tanto a disagio con qualcuno. Quell’uomo era Dino Moser, il vecchio amico dei miei genitori. E il fatto che mi avesse preso in braccio per coccolarmi e farmi il solletico sulla pancia quando avevo quattro anni non mi aiutava per niente.