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9. L'asse del mondo


Il mattino seguente la visita al villaggio Turkana, sedevo per terra sull’erba gelata in attesa di un passaggio per tornare alla parrocchia di Nyahururu, sorseggiando un infuso di coca bollente. La Farm sorgeva a quota 2600 metri, la temperatura di notte scendeva fino allo zero e i trecento metri di altitudine in più rispetto alla città erano bastati ad accorciarmi il respiro non appena mi era steso a letto, impedendomi di dormire. Il mate de coca era un ottimo adattogeno naturale che il fratello di Marco, volontario in una missione in Perù, portava con sé in grandi quantità al ritorno da ogni viaggio sulle Ande, corrompendo i funzionari della dogana aeroportuale di Lima. Mi sentivo inutile e mi tormentavo pensando al visto turistico che stava ormai per scadermi. Colmavo l’angoscia del non avere un mio spazio nel mondo bevendo il decotto e fumando sigarette; tenere qualcosa in bocca placava momentaneamente la fame di affetto del mio io mai del tutto svezzato. Alcuni operai spaccavano pietre a picconate per ricavare la ghiaia necessaria a rifare il vialetto; bastava offrire loro una sigaretta per ricevere in cambio un sorriso africano a trecentosessanta gradi e un caloroso “God bless you”, Dio ti benedica. Un gruppo di donne sbucciavano i piselli sedute a terra, canticchiando motivi religiosi; il loro sguardo sereno era intento nello sgusciare i baccelli e tutta l’attenzione del mondo sembrava concentrarsi in quell’unico gesto. Per loro non esisteva altro che il momento presente, nella sua infinita semplicità e importanza. Il giardiniere spruzzava l’insetticida sulle rose di Wilma; un afide alato allargò le sue minuscole ali nel disperato tentativo di coprire i numerosi piccoli per proteggerli da una morte sicura. Sapevo bene che non sarei stato più capace di rinunciare all’essenziale semplicità dell’Africa, dove la mia condizione d’animo era divenuta tale da farmi scoprire persino l’istinto materno degli insetti, per tornare a raccontare le beghe di pollaio dei politici locali sul mio quotidiano bellunese, circondato da gente a cui non sarebbe importato nulla del bambino senza nome morente di inedia nel villaggio Turkana martoriato dalla siccità, della donna che partoriva nel cortile del dispensario, della luce e della forma che assumeva la luna nuova nel nero della notte equatoriale, dell’elefante che devastava le piantagioni di cavoli, dei soldati Samburu che avevano massacrato i Kikuyu di Ol Moran, del clap delle ossa del leone in procinto di attaccare, o del pane che trasformato in corpo sublimava le urla sfrenate dell’istinto africano.
Essenzialità, semplicità. Avrei mai ritrovato la sensazione di casa rituffandomi nella complessa società tecnologica? O avrei finito col vagare solitario per i boschi e le vette come un automa, un eremita chiuso nella propria introversione, non più in grado di riadattarsi ai ritmi del lavoro e delle responsabilità? E il senso di colpa? Rivedendo mia madre, avrei resistito al ritorno della colpa?
Non ero pronto a lasciare la missione. La vita della missione africana rendeva le persone salde interiormente. L’anima diventava quasi immobile: tutto coinvolgeva senza travolgere e non si avevano più desideri oltre a quello di vivere. Si ringraziava la vita per ogni boccone che era concesso di gustare, per l’acqua potabile delle cisterne, per l’aria di pulita profumata dai petali di buganvillee. La sensazione era talmente splendida che mi ci aggrappavo disperatamente, conscio che non sarebbe durata: tornato a casa, appagati i bisogni primari, nell’ozio e con la pancia piena, sarebbero riemersi tutti gli assurdi vecchi giochi della mente. Seguendo i missionari, instancabili nel loro lavoro, le mie giornate in Kenya erano state lunghe e intense: viaggi estenuanti in jeep sporche e sovraccariche, ritmi insostenibili che spezzavano la schiena, l’ansia di fare più cose possibile prima del tramonto, senza sosta e riposo, la rabbia per i frequenti black out; il caldo del sole, il freddo delle notti, la fame, la malattia, lo scoramento; i mendicanti numerosissimi e ossessivi; le interminabili contrattazioni sui prezzi al mercato; l’incomunicabilità con la gente semplice che parlava solo particolarissimi dialetti locali; la gentilezza fasulla delle persone servili che, per disperazione o per furberia, cercavano sempre di vendere il proprio aiuto per qualche misero soldo; gli occhi grandi e silenziosi contornati di mosche delle persone che non avevano nulla, ma che non lo sapevano, perché non erano mai uscite dal proprio villaggio natio nemmeno nei propri sogni; e la sensazione più umiliante e spiazzante, l’avere il mondo in mano, i dollari Usa, nei deserti dove non c’era più niente da comprare per poter mangiare... l’uguaglianza assoluta dei ricchi e dei poveri di fronte all’incognita della sopravvivenza e della morte. Quella vita così dura per il fisico, ma così semplice per la mente, mi aveva insegnato il distacco e l’abbandono. Quella era la mia Africa: un abbraccio di Dio, un sottile ma palpabile alito di provvidenza che avvolgeva ogni cosa, grazie al quale ogni creatura si sentiva avvolta in una volontà superiore. Dolore, paura, fame, fatica, malattia, nausea... Non c’era nulla che non potessi sopportare; qualunque cosa mi capitasse andava bene così e tutto era al suo posto nel mondo. Più mi sentivo fragile e stanco, più mi scoprivo amato e protetto dalla vita, e ci sarebbe stato sempre un qualche father Ubi o father Dino, o chi per loro, a salvarmi. Come i Kikuyu, ogni mattina mi alzavo con la responsabilità di aiutare il sole a salire sopra l’orizzonte. Le orme del sacro erano disseminate ovunque sulla terra, l’amore non veniva mai meno e la grazia poteva eclissarsi solo per l’incapacità dell’uomo di coglierla. In Africa erano state costruite città, scuole, chiese, miniere. Ma l’alba era ancora sacra, i lenti fiumi di mandrie selvatiche scorrevano verso i pascoli e le abitazioni umane si arrampicavano come nidi di vespe sotto le acacie a ombrello dei pendii. Le persone non avevano dimenticato la pienezza di una vita di unione con un tutto pregno di significato, la consapevolezza di essere partecipi di un dramma divino, di un mito lungo quanto la storia dell’universo che ancora si dispiegava e nel quale ogni essere animato o inanimato era un insostituibile protagonista. Il senso collocava ogni cosa al suo posto, anche l’insoddisfazione, la sofferenza e l’angoscia. Avere un nome, una carriera, una famiglia era niente in confronto ad un’esistenza che avesse un senso. Gli uomini e le donne partecipavano quotidianamente al magico rituale della vita. Ogni singolo gesto acquistava un inestimabile valore. Se l’uomo aveva bisogno di Dio per completarsi, anche Dio aveva bisogno dell’uomo, perché lo amava. Forse il sole avrebbe potuto salire nel cielo anche senza le preghiere dei Kikuyu, ma avrebbe brillato ugualmente? Forse Dio avrebbe potuto esistere senza i suoi figli, ma avrebbe gioito? C’è differenza tra il semplice esistere e il gioire. Morto l’uomo, cancellata la storia, annientati i colori dell’universo, inaridita la bellezza, spenta ogni luce ed estinta ogni melodia, forse ‘Ngai dall’alto del cielo striato di violenza avrebbe supplicato la creatura di tornare, cercando di spremere un rimasuglio di alito vitale dalla polvere del mondo ormai cadavere tra le sue mani.
Father Dino si diceva infelice. Il destino lo aveva condotto lontano dalla terra madre, dal campanile del suo paese, dalle radici della sua famiglia. Ma in Africa aveva trovato casa, laddove natura e fede, rito e lavoro, preghiera ed esempio si compenetravano e non c’era separazione tra vita e spiritualità; dove le madri Kikuyu si sacrificavano ogni giorno, con gioia, per dare la vita ai propri figli. Si alzavano all’alba e sgusciavano fuori casa, portando sulla schiena pesanti fardelli di verdure da vendere al mercato della città, con il sole o con la pioggia, sane o ammalate, senza mai un lamento o un cenno di accusa contro le sviste della sorte. Qual era il segreto dei Kikuyu e dei wazungu che, come Dino, da molto tempo lavoravano con loro? Come potevano sfidare con tale coraggio la malasorte, l’ingiustizia, la sporcizia, la povertà e la malattia? Da dove traevano tanta forza di donare? Forse la risposta di tanta serena rassegnazione stava nella fede, nell’abbandono nel Signore: «Sia fatta la tua volontà». Forse era questo. Dino diceva di essersi messo il cuore in pace. Le madri africane, fin dall’inizio della loro faticosa esistenza, si arrendevano a Dio e così tutti i fatti della vita diventavano preghiera. I Kikuyu non lavoravano, non mangiavano, non partorivano: i Kikuyu pregavano. Ogni sofferenza si trasformava in offerta. Da qui la loro non ribellione e quel sorriso che conservavano fino alla morte. La madre Africa, intrisa di terra e di carnalità, ogni mattino, come una luna nuova, ritrovava la propria verginità rinascendo alla vita. Le persone non serbavano rancore, non si preoccupavano per il futuro. Non esistevano i se e i ma, le ipotesi, le sovrapposizioni della mente; soltanto le cose così com’erano, nella meraviglia e nell’orrore, giorno dopo giorno. E ogni mattino era un nuovo inizio. In Africa più che altrove il mistero della dèa sempre vergine, pur dopo aver partorito e sofferto infinite volte, era straordinariamente vivo. L’inesorabilità del rincominciare daccapo era un destino obbligato cui non sfuggivano nemmeno gli dèi: era il perpetuo gioco della creazione e della distruzione, di Narok e Nanyoke. Così era l’Africa, e la sua gente: madre e vergine, misericordiosa e assassina, antica quanto i sedimenti della vita lungo la Rift Valley eppure fresca come la falce della luna nuova.

Con un bastoncino, scrissi sulla terra rossa i versi della baronessa Blixen composti al momento di lasciare la celebre fattoria ai piedi delle colline ‘Ngong per rimpatriare per sempre in Danimarca: “Ora io so una canzone dell’Africa, una canzone della giraffa e della luna nuova sdraiata sul dorso, dell’aratro nei campi e dei visi sudati degli uomini che raccoglievano il caffè. Ma sa l’Africa una canzone che parla di me? Vibra nell’aria della pianura il barlume di un colore che io ho portato, c’è fra i giochi dei bambini un gioco che abbia il mio nome, proietta la luna piena, sulla ghiaia del viale, un’ombra che mi somiglia, vanno in cerca di me le aquile del Ngong?” Poi sul mio taccuino disegnai un figtree.
Non mi ero accorto di Dino, che da qualche minuto camminava silenziosamente poco distante. Di solito gridava come un forsennato e la sua presenza non passava inosservata, ma quando voleva sapeva mantenere la bocca chiusa e il passo leggero. Mi sorprese alle spalle, sbirciò il mio disegno e il suo volto lasciò trasparire un’insperata approvazione. “Niente male” esclamò. “Non il fatto che stai col culo per terra a quest’ora, non so chi te lo fa fare. No, il disegno intendo. Ma... qual è la tua canzone?”
Fui come ripescato da un amo che all’improvviso mi strappò dall’abisso profondo dei miei pensieri. “Non lo so proprio” ammisi.
“Hai gli occhi gonfi. Hai dormito male?”
“Non ho dormito per niente.”
“Neanch’io. Ho passato la notte fuori.”
Beato lui. In ogni caso, dopo che la sera prima gli avevo vomitato sui piedi, non c’era più alcun motivo di apparirgli forte o di indossare maschere. Mi sentivo libero di parlare come ultima, disperata affermazione della mia esistenza e del mio essere nel mondo, prima di lasciare l’Africa. “Mi sono laureato con una tesi dedicata alla simbologia dell’albero della vita” ricordai. “La mia inutile laurea in lettere. L’albero ha tanti di quei significati: rappresenta l’anno, il cerchio delle stagioni, l’asse cosmico che affonda le radici nelle viscere della terra per poi arrivare coi suoi rami fino agli strati più rarefatti del cielo. Come il serpente, lo scarabeo o il cervo, l’albero si rigenera annualmente cambiando il suo fogliame. Non era il raziocinio che cercavo, ma il senso delle cose. Relazionarmi fino a scoprirmi uno con tutto ciò che esiste, anche con ciò che non si esprime a parole o a suoni.”
“Relazionarti. E ce l’hai fatta?”
“Cambiamo discorso, che è meglio. Guarda, questo è il figtree” gli feci vedere, “l’albero sacro ai Kikuyu. Secondo la leggenda, agli albori della storia, il capo della comunità si ritrovò con nove figlie da sposare. Un bel problema. Allora chiese consiglio a Dio, il quale gli ordinò di sacrificare durante la notte il suo capretto più bello sotto il figtree. Il capo ubbidì, e la mattina dopo, ai piedi dell’albero, trovò nove giovani maschi. Tutte le sue nove figlie così si sposarono e andarono a vivere in nove diverse terre, dando origine ad altrettanti gruppi etnici Kikuyu. Ogni sposa piantò un figtree fuori della propria casa. Ma tu già la sapevi, vero? Tu sei un iniziato.”


Dino sorrise e volse lo sguardo alle valli boscose. Sotto la fronte corrugata dai pensieri e dalle costanti preoccupazioni, portava in volto la cicatrice indelebile dell’iniziazione: una piccola linea curva sullo zigomo sotto l’occhio sinistro, traslucida come un sottile spicchio di luna. Il suo maestro gli aveva inciso nel viso la prima falce della luna nuova.
Mi tolsi una curiosità: “Davvero ti hanno circonciso a vivo, senza che tu lasciassi intravedere alcun dolore?”
L’iniziato scoppiò a ridere: “Chissà perché a tutti i giovani maschi che incontro interessa solo quello!” disse divertito. “E’ proprio vero quando si dice: ragionare con l’uccello. No, non ho la più pallida idea di cosa ho lasciato intravedere. Ricordo solo un freddo cane e un male boia.”
Ridemmo insieme della nostra umanità e la conversazione assunse un tono amichevole.
“Non so cosa ti abbiano fatto i Kikuyu” sospirai con invidia. “Passi una giornatina tra i Turkana, poi fai la notte brava e adesso sei già sveglio e pronto per ripartire. Sono ritmi incompatibili con la vita, father, per questo sei nevrotico. Eppure reggi. Hai l’aria di uno che non si ammala mai.”
“E’ vero, a me non viene mai niente” ammise. “A parte una volta, le mango flies. Ma non farmici ripensare, è stato disgustoso. Avevo più o meno la tua età, mi trovavo a Nairobi per un corso di aggiornamento. Dormivo in un bell’albergo, confortevole, pulito. Ma le mango flies dovevano aver deposto le uova sul mio cuscino. Mentre dormivo, le larve mi si sono incistate nel viso. Non avevo idea di cosa stesse succedendo, vedevo solo dei bubboni sul mento e sulle guance, che crescevano, crescevano... Finché un bel mattino, è avvenuta la metamorfosi: una farfallina è uscita dalla mia faccia e ha spiccato il volo. E come lei tutte le altre, una per volta, a decine! Dio, che scena commovente. Che male però.”
Ridemmo a lungo insieme. Finché, saltando di argomento in argomento, tornammo a parlare dell’iniziazione Kikuyu. “I Kikuyu” sbottò Dino. “Ti sorridono e ti riempiono di benedizioni, poi ti giri e ti piantano un coltello nella schiena. Disgraziati. Eppure hanno la loro forma di saggezza, unita ad una visione delle cose piuttosto complessa e articolata.”
“Ti hanno fatto fare un bel trip prima di circonciderti?”
“Merlin, apri le orecchie: essere iniziati al clan significa molto di più che fare un trip.”
“Per esempio?”
Mi levò la sigaretta di bocca per dare un tiro. “Be’, per esempio comprendere e accettare il ruolo dell’uomo nella comunità, trovare il proprio posto nel mondo. Tutte le fasi della vita di un Kikuyu sono ben scandite dai rituali tradizionali, perché l’uomo è un microcosmo a immagine di Dio, la cui storia ripercorre l’evolversi del mondo. Te lo insegnano fin da piccolo. L'educazione dei bambini è compito della madre. All'età di otto anni il figlio maschio inizia ad accompagnare il padre fuori dal villaggio, mentre la femmina sta in casa e continua ad aiutare la mamma nelle faccende domestiche. Gli stadi della crescita dei ragazzi sono contraddistinti da danze specifiche, che si svolgono con tempi e modalità diverse: i più grandi ballano di giorno e solo in particolari occasioni, mentre i più giovani alla sera e quasi quotidianamente. Sì, ci arrivo alla circoncisione, non temere.”
La mia curiosità appariva così morbosa?
“Quando i maschi raggiungono un’età compresa tra i quindici e i diciotto anni, è arrivato per loro il momento di affrontare il rito cruciale; le ragazze, invece, venivano circoncise quando ancora non avevano avuto la prima mestruazione. Qualche mese prima del rito, gli adolescenti devono scegliere insieme ai genitori la persona che li aiuterà e li seguirà in quel particolare momento, una sorta di padrino diremmo noi. La sera prima, i neofiti - che non devono mai essere di numero dispari, perché porta sfiga - si preparano con una cerimonia di purificazione nel corso della quale vengono macellate parecchie capre. Poi trascorrono la loro ultima notte da bambini tutti assieme nella stessa capanna. La mattina presto, sotto lo sguardo di tutto il villaggio, si immergono in un corso d'acqua, a quell'ora molto fredda, che agisce da vasocostrittore per evitare eccessive perdite di sangue, ma anche da anestetico, diminuendo di molto la sensibilità della pelle. Ebbè, non sono mica scemi. Usciti dall'acqua si dispongono in fila seduti. L’operazione viene svolta da una persona prescelta, un circoncisore professionista. I ragazzi non devono mostrare alcun segno di cedimento o smorfia di dolore, almeno in teoria, altrimenti questo potrebbe ripercuotersi su di loro in futuro, in situazioni come la scelta della moglie. Forse è per questo che a me non hanno fatto storie: io non dovevo scegliermi una moglie. La ferita non viene curata, si deve rimarginare da sola. I tempi di guarigione ovviamente variano a seconda della reazione del corpo del circonciso. Durante la convalescenza i circoncisi rimangono isolati e serviti come gran signori (altra cosa che con me non hanno fatto), fino a che saranno completamente guariti e ammessi alla comunità degli adulti, dove avranno precise responsabilità, doveri e diritti, tra i quali l’obbligo di combattere in caso di guerra, ma anche la possibilità di scegliersi una compagna. Anche questa è una faccenda fondamentale. Dopo aver osservato a lungo una ragazza, soprattutto durante le danze e il lavoro nei campi, se l’iniziato decide di dichiararle il proprio amore deve chiederle del tabacco da fiuto, secondo la tradizione. Se quella rifiuta vuol dire che i sentimenti non sono ricambiati, se invece accetta di regalargli del tabacco, allora il secondo passo spetta a lei: la donna va a lavorare nella shamba della madre del futuro sposo. L'ultima fase per ottenere la piena approvazione di entrambe le famiglie è il pranzo di fidanzamento a casa dei genitori di lei. Suo padre beve della birra, che offre al ragazzo in segno di accordo. Se invece getta la birra a terra, vuol dire che la ragazza ha cambiato idea all’ultimo momento e il matrimonio non si farà. In ogni caso, l’ultima decisione spetta a lei, senza imposizioni, o almeno così dovrebbe essere. Quando il fidanzamento è ufficiale, con l'aiuto di tutti i membri del villaggio si inizia a costruire la casa degli sposi, con le pareti di fango e il tetto di paglia, come vuole la tradizione, e rigorosamente senza finestre. La data del matrimonio rimane sconosciuta alla ragazza, che ne viene a conoscenza solo la sera stessa della cerimonia, quando il futuro marito, con l'aiuto di alcuni amici, la rapisce dalla casa dei genitori. Dopo il matrimonio la coppia passa un periodo di alcune settimane insieme nella nuova casa, mentre i parenti ogni giorno portano del cibo fresco. Solo dopo questo periodo la novella sposa può ritornare alla casa paterna per riprendersi gli oggetti personali che la sera delle nozze non ha avuto modo di portare con sé.”


“I Kikuyu si sposano ancora in questo modo?”
“Col ratto delle Sabine? Nooo, sai come si incazzerebbero le suore?! Alcune tribù isolate però sì, seguono ancora la tradizione alla lettera. Qualcuno a Ol Moran rapisce ancora la fidanzata, ma è più un gioco che altro: lei sa benissimo il giorno in cui verrà rapita e di solito ne è molto contenta.”
“E poi i figli.”
“Guai se no. Per i Kikuyu, come anche per i pastori, morire senza aver avuto dei figli è la peggiore tra le maledizioni: significa condannare se stessi all’oblio dopo la morte. Quando una coppia non riesce a procreare, la colpa viene sempre attribuita alla sposa. Questo anche adesso e non solo nei villaggi isolati. Se nemmeno con l’ausilio della medicina tradizionale riesce a restare incinta, allora il marito può sposare un’altra donna al solo fine di fare figli, e in tal caso terrà due mogli. Il comportamento degli sposi alla nascita di un figlio è diverso a seconda che il neonato sia una femmina o un maschio: se è maschio la madre lancia cinque grida di gioia, se è femmina le grida sono quattro. Sentite le urla, il marito va a raccogliere nei campi quattro o cinque canne da zucchero, il cui succo viene poi versato, in quantità minima, nella bocca del neonato. Durante il periodo dell’allattamento il bambino dev’essere nutrito esclusivamente dalla mamma, non può attaccarsi al seno di un’altra donna. Se questo avviene, e in generale in tutti i casi in cui per necessità o per errore si infrangono le leggi tradizionali, viene sgozzata in sacrificio una capra, in offerta a ‘Ngai indignato per l’infrazione. Pecore e capre sono gli animali più utilizzati per i sacrifici religiosi e le cerimonie di purificazione. I sacrifici hanno anche il loro tornaconto pratico, non si butta via niente: le carni dell’animale finiscono in pentola e le pelli vengono utilizzate per fare coperte, sandali e cinghie.”
“E sister Wilma? Dopo tutto è la tua compagna di vita. Perché non è stata iniziata?”
“Perché pesa un quintale e ha i baffi, e i Kikuyu hanno buon gusto. Compagna di vita, vacci piano, Merlin. No, scherzi a parte, per una donna è tutto più difficile” mi spiegò. “E non è certo una questione di clitoridectomia, che ormai non è più necessaria. No, Wilma non è il tipo. Ricordo una volta a Ol Moran, prima del ’98, è chiaro, quando ancora tra Kikuyu e Samburu ci si parlava. Fummo invitati dai Samburu ad una danza rituale attorno al fuoco, simile a quella che fanno i Maasai: salti a ritmo frenetico, melodie disarmoniche, agitazioni di armi. Era una scena selvaggia ed eccitante, illuminata dal bagliore delle fiamme e da un incantevole chiaro di luna. Io e Wilma ci alzammo in piedi e ci unimmo ai giovani danzatori. Sì, per un po’ danzammo con i moran attorno al fuoco, ci immagini? Poi lei realizzò che il ritmo stava diventando sempre più serrato, minacciando di superare ogni limite e di degenerare in un’orgia, almeno secondo lei. Allora convinse il capo del villaggio a interrompere la festa. Lo affrontò con aria minacciosa e, non conoscendo una parola di Samburu, imprecò in dialetto padovano: ‘Xe tardi, xe ora de ‘ndare in leto, porsei!’ Il capo deve aver capito al volo, perché la festa finì lì. Con mia grande delusione, ovviamente.”
Mi piegai dal ridere immaginando la scena.
“Voglio dire che secondo Wilma aderire alla cultura locale è solo un tentativo di sottrarci di nascosto ai compiti che ci spettano. Dice che se ci mescoliamo troppo ai Kikuyu o ai Samburu, la nostra coscienza si offusca: le cose sfumano in un tutto indistinto, ai limiti di una totale identità tra dati oggettivi e soggettivi, cioè tra il mondo e la percezione che abbiamo di esso. Tutto ciò è molto bello, dice, ma poco raccomandabile per i cristiani. Lei teme la perdita della coscienza, sente il rischio di diventare una specie di bestia selvaggia senza Dio, fusa con la natura, priva di resistenza, di giudizio e di consapevolezza di sé.”
“E tu?”
“Ma no, secondo me non corriamo alcun pericolo. La nuova forma di coscienza raggiunta dopo un percorso spirituale non è confondibile con l’Eden bello e pronto, che è tipico della prima infanzia e che noi bianchi attribuiamo ai cosiddetti selvaggi. Se è vero che la meta è l’origine, come recita un proverbio ebraico, se l’alfa e l’omega sono sovrapponibili, ciò non significa che siano la stessa cosa o che siano interscambiabili. Nessuno scambierebbe un lattante per un vecchio, benché abbiano più di qualche cosa in comune.” Tacque solo un attimo, poi riprese: “Tu sai cos’è un sacrificio, un rituale che ripete il mito della creazione del mondo mediante l’uccisione di un essere primordiale. L’eroe che uccide il mostro non rappresenta soltanto il dominio di sé che uccide la brutalità dell’istinto, garantendo una vita sociale stabile all’umanità che sorge dai brandelli della violenza. Rappresenta soprattutto l’ordine che pone fine al caos, la nascita dell’io che definisce tutte le cose per il timore del loro sconfinamento, la luce della coscienza che dalla massa primordiale buia e confusa scinde le coppie di opposti e individua le forme chiare e distinte. «Vi sia la luce!», e Dio mette in moto la creazione del mondo separando il cielo dalla terra, o meglio illuminando una separazione che già c’era, almeno in potenza, ma che a causa del buio non si vedeva. La coscienza è distinzione e i miti cosmogonici sono simboli della nascita della coscienza. Ogni presa di coscienza è un atto creativo. L’indifferenziazione primordiale di Dio si scinde a causa del desiderio: di procreare, di amare, o semplicemente, per come la vedono i Kikuyu, di autopercepirsi, cosa che richiede necessariamente il rapporto tra due polarità opposte. Solo dove c’è percezione, e quindi rapporto, c’è garanzia di esistenza. Per questo dicono che Dio ha bisogno dell’uomo per esistere. Dio ha bisogno di essere pensato, pregato e chiamato per nome. Tu queste cose le hai studiate all’università, le capisci, no?”

In realtà mi sentivo un po’ confuso. Father Dino predicava così ai suoi Kikuyu durante la messa?
“Ma vedi” continuò. “Wilma pone un freno al potere della coscienza, per cui è reale solo ciò che può essere percepito e affermato, altrimenti fra l’esteriorità di un albero, di un uomo o di un Dio non potrebbe esserci alcuna differenza di principio: nessuno di questi contenuti potrebbe essere altro rispetto all’io cosciente che afferma la loro esistenza. Potrà sembrarti strano, ma è per questa sua convinzione che Wilma non sarà mai iniziata al clan. Wilma non comprende il significato della relazione, che per i Kikuyu come per molti altri clan africani è l’essenza di tutte le cose, anche di Dio. Durante la preparazione alcuni maestri fanno assumere allucinogeni ai neofiti, è vero, ma il trip è un mezzo, non il fine: le droghe, come le danze, disinibiscono il cervello, diminuiscono la soglia dell’attenzione ordinaria, sgretolano le vecchie certezze. Voglio dire, aiutano, ma le cose che contano sono ben altre. Per divenire muanake, devi prima imparare dagli anziani la magia delle parole e dei nomi. Devi comprendere l’esistenza di potenziali connessioni e simpatie tra tutti gli esseri animati e inanimati, che solo la mente dell’uomo saggio – attraverso la conoscenza – può attivare. I Kikuyu sostengono che ‘Ngai ha collocato l’uomo al centro del creato e che la percezione umana anima tutte le cose. La realtà, se non conosciuta dall’uomo, resta insensata e morta. L’interazione tra tutte le cose è infatti per sua natura passiva e solo la mente dell’uomo, con la sua luce, la sua volontà e la sua paura, può dare vita all’interrelazione. L’energia scaturita dall’interrelazione è buona nel caso della medicina guaritrice, o cattiva nei malocchi e nelle morti da essi provocate. ‘Ngai ha messo a disposizione dell’uomo tanti demoni e forze minori che vivono nei fenomeni atmosferici, nelle piante, negli animali. Saggezza significa conoscere tutte queste forze buone e cattive, e comprenderne i rapporti in modo da attivare quelli più proficui per la propria famiglia e la propria comunità. Le cose non esistono di per sé, ma prendono vita solo nelle reciproche relazioni. Tutto è interdipendente, tutto è uno. I contrasti, anche i più estremi, sono apparenti. L’uno si manifesta nei contrari, nello spirito e nella materia, nell’anima e nel corpo, nella pioggia e nella siccità, nella vita e nella morte, nel mondo dei vivi e nel mondo degli antenati. Dio possiede tutti i colori e tutti gli attributi.”
“E sister Alice?” Grazie ai suoi carismi e alle sue straordinarie doti umane, si relazionava con i corpi malati e con le anime dei Kikuyu meglio di chiunque altro.
“No, nemmeno lei. Ti spiego perché con un aneddoto. Il neofita si reca dal maestro con l’intenzione di testare i suoi poteri. Gli dice: ‘Puoi far rifiorire questo ibisco appassito?’ Il maestro gli risponde: ‘No, non posso.’ Il neofita se ne va deluso e getta via il fiore marcio. E appena volta l’angolo, l’ibisco rifiorisce, anche se lo stupido neofita non lo saprà mai. Il maestro aveva il potere di resuscitare la vita, ma non voleva esibirlo, perché i miracoli fisici non contano; questa è la spiegazione di Alice, e la sua distanza con la spiegazione dei Kikuyu è incolmabile. I Kikuyu infatti direbbero così: lo stato d’essere dell’ibisco è mutato, passando dalla morte alla vita, perché è cambiata la percezione di esso. Ad una modalità di percezione (il guardare) corrisponde uno stato, ad un’altra modalità di percezione (il non guardare) ne corrisponde un altro. I fisici sanno che questo è il comportamento della luce e in genere di tutti i quanta: se osservati, si comportano da particelle, se non osservati si comportano da onde. E’ come far scorrere una palla che traccia un solco a terra quando la guardi, ma che lascia una configurazione d’onda ogni volta che chiudi gli occhi. Einstein, che senza dubbio non era un Kikuyu, ha passato i suoi ultimi anni a cercare di risolvere questo rompicapo, che proprio non gli andava giù, perché non permette di definire le cose e gli eventi, ma solo di tracciarne un campo di probabilità. Probabilità? Ma vogliamo scherzare? ‘Dio non gioca d’azzardo con l’universo!’ Povero Einstein, che mal di testa.”
Rimasi zittito. Un nuovo universo mi si stava spalancando davanti proprio nel doloroso momento della consapevolezza di dover lasciare tutto. Non avevo mai sentito un prete parlare di certe cose. I missionari erano uomini così pratici, socialmente impegnati, perennemente indaffarati, e correvano tutti di fretta. Anche Dino, che tuttavia quel giorno si era fermato qualche minuto solo per parlare e donare al suo giovane ospite un assaggio del complesso mondo che si portava dentro. “Non sapevo che tu fossi capace di certi pensieri” confessai. “Pensavo ti sentissi superiore ai Kikuyu. Gli tiri di quegli urli...”
“Ci sono tante di quelle cose che non sai, Merlin” mi rispose.
“Grazie tante, se nessuno me le spiega.”
“Se nessuno te le spiega? Pensi forse che l’Africa sia levar denti tutto il giorno nell’ambulatorio di Alice, scattare qualche foto ai bambini vestiti dalle suore e la sera rintanarsi nel letto di una bionda? Devo venirti a cercare per spiegarti le cose? No, guarda, hai capito proprio male. Per esempio, hai una vaga idea di perché ormai piove così poco?”
“Mah, cambiamenti climatici.”
“Massì, diamo sempre la colpa al clima che cambia, perché no? Vieni, ti faccio vedere una cosa.” Il muanake chiamò a sé l’ingenuo muzungu per una passeggiata sulla collina. Che onore. “Lo vedi il mais che cresce in mezzo agli abeti? Si chiama agroforesta. Era largamente praticata dai coloni inglesi, che grazie a questo astuto sistema in pochi decenni hanno verdeggiato il Kenya con piante non autoctone: abeti, cedri, eucalipti, tutti in grado di attecchire benissimo con questo clima. Coltivare alberi è molto costoso, perché la risorsa del legname si rende disponibile solo dopo anni. L’agroforesta consiste nel piantare i giovani alberi ad una distanza sufficiente per far passare tra loro le macchine agricole, permettendo così di coltivarvi in mezzo mais o legumi. Grazie al sole equatoriale la crescita è molto rapida, il ciclo si compie in appena cinque anni. Nel primo anno, il proprietario terriero affida la lottizzazione ai contadini che ne usufruiranno gratuitamente, in modo che la dissodino; nel secondo anno avviene la piantagione degli alberi e contemporaneamente la semina del mais, la cui coltivazione proseguirà anche negli anni a venire: curando e concimando il proprio mais, i contadini coltivano anche gli alberi del proprietario del campo. Dopo cinque anni, egli provvede a fornire ai contadini un altro appezzamento di terreno da dissodare e il ciclo ricomincia, mentre i primi alberi sono ormai grandi e in non molto tempo potranno essere abbattuti per ricavarne il legname, ottenuto senza costo alcuno. E’ un ottimo esempio di simbiosi agricola tra gli Inglesi e i Kikuyu che l’attuale governo ha voluto dimenticare, preferendo riproporre ciò che fino a pochi decenni fa sembrava superato: l’antica rivalità tra foresta e agricoltura. Anche negli altipiani centrali del Kenya, un tempo brulicanti di foreste vergini e piantagioni di conifere, oggi la deforestazione sta facendo sentire i suoi effetti devastanti: meno umidità, meno pioggia, rapida avanzata del deserto ed erosione del suolo, dunque carestie agricole, maggiore competizione tra tribù pastorali e agricole... in poche parole, tensione alle stelle. Il taglio degli alberi avviene solitamente per mano di braccianti sottopagati, dalle cinque alle otto di mattina, per sfuggire ai controlli e alla concussione della polizia. Di solito i mandanti sono Kalenjin, ben protetti da amicizie o parentele politiche e giuridiche. E’ in questo modo che gli alberi centenari del Kenya diventano legna da ardere, materiale da costruzione, recinti, ma soprattutto merce per fruttuose esportazioni. Alcuni di questi alberi erano patrimoni dell’Unesco, come gli ottomila acri del Monte Kenya tranciati l’altr’anno dalle motoseghe; poco importa se la foresta del monte di Dio è considerata sacra dalle popolazioni locali o che la città di Nanyuki a valle è rimasta priva di acqua. Ormai ci sono distretti dove la deforestazione non ha risparmiato un solo albero: non piove più, i fiumi sono in secca, il terreno è arido e i raccolti scarsi. Purtroppo i risultati li hai toccati con mano ieri. ‘When the forest has gone, has gone’ si dice da queste parti: le foreste abbattute sono perdute per sempre. Possono essere sostituite da coltivazioni arboree ordinate, ma l’ecosistema originale, e con esso la sua biodiversità, non è più ricostruibile. Il rapido abbattimento dell’habitat naturale spinge gli animali, primi fra tutti gli elefanti, ad invadere le shamba, accrescendo l’insofferenza dei contadini. Come di consueto prima delle elezioni, a breve si terrà l’asta dei beni demaniali, e la deforestazione verrà fatta passare per necessaria allo scopo di ricavare terre coltivabili da distribuire ai contadini più poveri. In realtà ai poveri di qualunque etnia, costretti ad un acquisto illegale (ovvero a firmare carte non in regola), arriveranno solo le briciole, e le autorità presto potranno riprendersi i lotti facendo leva sull’illegalità dell’atto di compravendita. Il nostro presidente, che grazie a Dio si trova sul trampolino di lancio per la pensione, ha pensato perfino di regalare un decimo dell’attuale demanio forestale (che dal 3 per cento è sceso così al 2.7) ai propri amici, i sostenitori del candidato Kenyatta Jr. scelto come proprio successore. E la cosiddetta mano nera di Moi, il ministro Bewott, ha fatto abbattere un pezzo di foresta pluviale secolare per costruirvi il monumento alla mamma.”
Dopo il puntuale resoconto sulla precaria situazione dell’ecosistema kenyota, con mia grande sorpresa Dino si rivolse a me con sincera fiducia: “Vedi, per noi piantare nuovi alberi è di estrema importanza. A dire il vero c’è qualcosa che potresti fare qui... Mi manca qualcuno che diriga e promuova il nostro progetto di riforestazione. Te la senti?”
Non credevo alle mie orecchie. La storia del fantasma di mio padre lo aveva impressionato tanto? O quel lunatismo era solo parte della sua nevrosi? “Cosa ti ha fatto cambiare idea su di me dalla sera alla mattina?” gli chiesi sbigottito.
Lui prese tempo, si guardò intorno, si infilò le mani in tasca pensandoci un po’ su. Poi formulò la sua spiegazione: “Guarda, Merlin, che non ho affatto cambiato idea. Penso sempre che dovresti andartene, e di corsa. Inoltre conosco i tuoi e so che Bianca non me lo perdonerà mai. E’ solo che... ho avuto anch’io la tua età e so come funziona. Se te ne vai adesso, passerai tutta la vita a chiederti come sarebbe stato per te qui. E questo non va bene, no. Non va bene per un uomo avere dei rimpianti.”
“Tu hai dei rimpianti?”
“Chi, io? Una caterva. E li avrai anche tu un domani, sai, non si scappa. Ma se posso evitartene almeno uno...”
Volevo vederci più chiaro. “Ieri, nel tuo ufficio, ti è venuta la pelle d’oca quando mi sono presentato. Posso chiederti perché?” Sentivo che la domanda gli avrebbe procurato un certo imbarazzo, anche se non ne conoscevo il motivo.
Dino tuttavia se la cavò: “Sai com’è. Merlin, i cognomi che terminano per –in. Le mie montagne, quanti ricordi. Bel paese, Forno di Canale. I miei tre fratelli non si sono mai mossi dalla Val Vanoi se non per il viaggio di nozze, pensa un po’.”
“Rimpiangi di non esserti fatto una famiglia?”
“Qualche volta.”
“Le cose cambiano. Magari un giorno la Chiesa vi permetterà di sposarvi.”
“Io di sicuro non usufruirei di tale possibilità, sarebbe un errore madornale. Ma andiamo, come può un uomo dedicarsi all’intera comunità, fare da pastore alla sua gente, essere il father di tanti figli, caricandosi le loro pene sulle proprie spalle e battendosi per garantire loro un futuro dignitoso, e allo stesso tempo amare una famiglia in particolare? O fai male entrambe le cose, o reggi per un po’ a farle bene, ma ti scindi in due, dammi retta, non ci stai più con la testa. No, non penso affatto che ai preti vada consentito di sposarsi. Va fatta una scelta.”
Mi divertii a stuzzicarlo: “In giro si dice che ti dai da fare parecchio.”
Mi guardò storto, fingendo di meravigliarsi: “Si dice così? Voglio un avvocato.”
“Da così a peggio” confermai.
“Ah, queste sono le suore. Le galline senza gallo devono pur passare il tempo. Cià-cià-cià.”
“Ma dai, father. Un prete che va a donne. Sai che scoop. Piuttosto tornerebbe utile sapere se hai fatto smorfie di dolore durante la circoncisione!”
“Se dovessi sposarmi con una Kikuyu, sì.”
“Ti piacciono le Kikuyu. Com’è che dicevi, colorite e tondette?”
Si emozionò alle mie parole. Il suo sguardo si addolcì, tutti i muscoli della sua faccia disegnarono pensieri deliziosi, ricordi di pelle morbida, intime fragranze e parole erotiche sussurrate all’orecchio al lume di una lampada. Cristo santo, d’un tratto ebbi l’impressione di aver sparato sulla crocerossa: Dino non si dava da fare allegramente, tutt’altro, era un uomo innamorato di una donna ben precisa. La vulnerabilità di quello sguardo parlava chiaro. Scoppiava dalla voglia di parlarmi di lei, ma non lo fece, né in quell’occasione né mai. Comprensibilmente, fu sempre molto riservato in merito alla sua vita privata. Ammise soltanto: “Le Kikuyu, le africane in genere, sono bellissime da ragazze.”
Gli diedi un’affettuosa pacca sulla nuca e volsi lo sguardo alla collina, ai giovani abeti dell’agroforesta, alle vacche che pascolavano sulla prateria e al camino fumante della cucina di Wilma. “Caro il mio guerriero con le mango flies. Allora, sceglieresti di lasciare tutto questo per una donna?”
“No, Merlin, non chiedermelo.”
“Dalla tua faccia deduco che ci stai pensando seriamente.”
“Stiamo insieme da molti anni e ancora, solo a pensarla, mi si chiude la gola. Con lei, ogni volta, finisco ad eccitarmi come un adolescente. La Farm è un paradiso, però non mi fa questo effetto.”
“Ti sei visto spesso con lei?”
“Tante volte quanti sono i capelli grigi che ho in testa.”
“No, non ne hai molti. Dovresti soddisfarla di più.”
“Guarda meglio” e si chinò per mostrarmi le tempie. “Ho cambiato colore tutto in una volta, in tre o quattro giorni, alcuni anni fa.”
“Per uno spavento?”
“Diciamo così. E’ complicato da spiegare. In quei giorni lei... ha passato grossi guai.”
Improvvisamente mi sentii un verme. Ero partito scherzando e stavo finendo in tragedia: “Non dirmi che ieri, quando parlavi delle donne del Kenya...”
“Esseri viscidi e malvagi, dagli instinti più bassi di quelli di una bestia affamata da un mese, le hanno fatto del male per causa mia. Non chiedermi come.”
“Adesso sta meglio?”
“Si è rimessa in piedi, perché è una leonessa, il coraggio e la fierezza sono nella sua natura, ma fatica a camminare e il Kenya non è una terra facile per i disabili.”
“Non sapevo. Non intendevo essere offensivo.”
“Non fa niente, ho cominciato io. E’ che con certa gente che viene qui e pretende di aiutare quando si regge a malapena in piedi, psicologicamente intendo, ecco, io perdo la pazienza. Se avessi la testa sgombra da affanni più grossi, forse di pazienza ne avrei di più. Il fatto è che la mia vita è questa, sono fatto così e non posso farci niente: ho una marea di problemi e certe questioncine mi fanno appena il solletico. Se poi cominciano a farmi prurito, allora mi metto a fare il cecchino. Non sono un campione di carità cristiana, me ne rendo conto, ma per grazia di Dio ho Wilma che recita decine di rosari per salvarmi l’anima.” Ebbe la generosità di aggiungere: “Tu sei un ragazzo, Merlin: hai la metà dei miei anni. Alla tua età è sufficiente guardare qualcosa di bello per eccitarsi. Il mondo intero è sul palmo della tua mano e con la sola forza dell’eccitazione puoi spostare le montagne. So come ti senti perché ci sono passato: a venticinque anni ce l’avevo sempre duro, di giorno e di notte, col sole e con la pioggia. Vivevo in un continuo stato di euforia e sublimavo tutto nel lavoro. Ero instancabile, entusiasta, un fiume in piena. Adesso invece, non che ce l’ho sempre moscio, intendiamoci, ma senza dubbio sto entrando in quella fase della vita in cui un uomo comincia ad aver bisogno di comprensione e di pazienza. Gli anni e i chilometri si fanno sentire. Per ora sto bene, sì, le mango flies sono la sola disgrazia menzionabile nel mio curriculum sanitario, ma siamo realisti. Tra non molti anni comincerò a rattrappirmi: i vestiti mi diventeranno lunghi, mi verrà il mal di schiena, mi si curveranno le spalle, cose del genere. E’ una prospettiva penosa. La gente qui non lo capisce: father Dino qua, father Dino là, eh santa pace! Pretendono che io sia dappertutto, in ogni momento, a risolvere tutti i problemi. Mi consumano, senza pietà.”
“Invece lei...”
“Lei è un campo in fiore.”
Non mi disse nient’altro sulla donna che a causa sua aveva passato dei guai e che ora sognava solo di invecchiare con lui. Concluse come gli piaceva fare, sdrammatizzando: “Che cazzo, con tutte queste donne tra i piedi: suore, stagiste, amanti, non ne posso più. Ormai anch’io piscio seduto e divento nervoso una volta al mese.”
“Qual è il suo nome?” gli chiesi.
Lui sorrise e glissò. “Questi non sono affari tuoi.”

Mi incamminai in una direzione ben precisa a partire da quell’indimenticabile chiacchierata alla Farm. Fu solo grazie a father Dino, e alle tante sfumature del suo intricato carattere, che trovai il mio posto in Africa. Mi tuffai immediatamente in un intenso lavoro, spinto da una motivazione senza precedenti. In pochi giorni individuai obiettivi raggiungibili, efficaci promozioni pubblicitarie, nuove possibilità di finanziamento e molti potenziali sponsor. Grazie alle medicine cinesi di mama Rose guarii dalla malaria e misi una pietra sopra a Claudette, che al termine dello stage tornò in Sud Tirol. Dopo appena qualche mese, i miei progetti si concretizzarono in una vera industria della riforestazione a Laikipia, con una decina di impiegati e di operai assunti, sponsor fedeli, calendari di manifestazioni e di piantumazioni. Battezzai il programma “Axis Mundi”, l’asse del mondo costituito dall’albero della vita e rappresentato dal logo del figtree.
La nostra non era certo la prima iniziativa del Paese a favore dell’ambiente. Tra i vari movimenti ambientalisti che avevano cercato di opporsi alla deforestazione selvaggia spiccava il Green Belt Movement, fondato nel 1977 dalla professoressa Wangari Maathai, che in vent’anni era riuscita a piantare quindici milioni di alberi in tutto il Kenya, estendendo poi il proprio progetto di riforestazione in altri trenta Stati africani. Negli anni ’80 la Wangari aveva ricevuto importanti riconoscimenti internazionali per il proprio lavoro, tra cui il Nobel alternativo nel 1984, ma non era stata altrettanto apprezzata dal governo keniota, che non aveva esitato a farla arrestare per il suo attivismo ecologista. I tempi tuttavia stavano cambiando. Wangari Maathai sarebbe diventata viceministro dell’ambiente col nuovo governo Kibaki e nel 2004 avrebbe vinto il premio Nobel per la pace; sarebbe stata la prima donna africana a vincere un Nobel, cosa che nel 2000 sembrava ancora impensabile. Eppure già da quell’anno Laikipia si rivelò matura per accogliere una nuova sensibilità a tutela dell’ambiente. Molti giovani agricoltori benestanti in grado di ritagliarsi del tempo libero aderirono come volontari al progetto “Axis Mundi”, attratti anche dai suoi contenuti innovativi e dal suo nome esotico. Per finanziare il programma, periodicamente vennero organizzate delle harambee: tutta la comunità Kikuyu fu coinvolta e ognuno diede il proprio contributo secondo le possibilità. Vi parteciparono folle di gente comune, ma anche i parroci Kikuyu, i pastori delle chiese protestanti e l’imam della moschea. Nuovi alberi e murales ecologisti, in pochissimo tempo, portarono un’insperata coesione in città. In appena una manciata di mesi, non c’era congregazione religiosa che non avesse piantato nuovi alberi fuori dalle proprie chiese. La parrocchia cattolica donò alcune piante alla moschea; a sua volta, la comunità islamica fece entrare nel proprio giardino gli artisti cristiani. Nelle scuole vennero organizzati corsi di pittura e di botanica, e in tutta Laikipia nacquero un centinaio di nursery, ovvero di asili: così i Kikuyu chiamavano le serre dove seminare e accudire i giovani alberelli, fino al momento della piantumazione.
Lavorare con i Kikuyu in principio non fu facile. Ogni decisione da prendere, piccola o grande, era preceduta da lunghissime discussioni ed estenuanti trattative. Anche la questione più irrilevante andava affrontata con estrema calma, valutandone tutti gli aspetti e sorseggiando litri di chae; i preliminari erano una componente essenziale della cultura Kikuyu e l’usanza della contrattazione era preordinata ad ogni scelta, scandendo la priorità dei rapporti umani sul denaro e sulla merce. Dovetti imparare a mie spese i tempi dell’Africa e l’esercizio della pazienza. Dino non mi fu di grande aiuto nelle questioni pratiche: “Hai voluto la bicicletta, pedala!” mi diceva spesso sogghignando, con quel suo sadismo da strozzare al pari delle sciagurate galline che passavano per caso sulla veranda di Wilma.

L’inaugurazione del progetto si tenne nella primavera del 2001. Fu una festa memorabile, culminante con la piantumazione di nuovi alberi nei luoghi più rappresentativi di Nyahururu, come l’ospedale, la stazione di polizia, lo stadio dove si allenavano i campioni kenioti di atletica leggera, la chiesa anglicana, ma soprattutto l’area verde del Thompson Fall Lodge, che fiancheggiava il belvedere della cascata. Il suono prorompente dell’acqua fece da suggestiva coreografia al mio momento di gloria, il discorso inaugurale provato e riprovato. Purtroppo, nel prevedere tutto, non avevo messo in conto Dino, che al momento cruciale si mise a prendere in giro le mie mani rivolgendosi in Kikuyu alla gente e borbottando qualcosa del tipo: “Guardategli le dita! Non dategli retta, questo non ha messo le mani nella terra neanche un giorno in vita sua. Che, vi fidate di uno così?” Finalmente il father la smise di fare l’idiota e diede la benedizione ufficiale al primo albero piantumato e con esso all’intero progetto: “Il cerchio del mondo perpetua il suo girare” affermò, prima del segno della croce, “e girando progredisce, come l’albero stagione dopo stagione rigenera identico il suo fogliame, ma al termine delle grandi piogge aggiunge un anello di saggezza in più al suo tronco: perché il nuovo anno ricominci da capo e si ripeta uguale al precedente, eppure un tantino migliore.” Finimmo con una preghiera di buon auspicio, decine di foto e un entusiasmo di massa. A tutti i presenti, accorsi a centinaia, venne concessa la possibilità di partecipare, contravvenendo al precetto della tradizione per cui solo l’uomo aveva il privilegio di piantare e dunque di possedere un albero, mentre alla donna era consentito soltanto di tagliarne i rami per il focolare. Perfino gli onnipresenti fasulli guaritori Kikuyu, che ossessionavano i visitatori della cascata per farsi fotografare a pagamento, espressero il desiderio di prendere parte all’evento. Vestiti da antichi medicineman, erano in realtà due dipendenti del Thompson Fall Lodge, gli stessi che comparivano nelle guide Lonely Planet. Il loro lavoro consisteva nell’importunare i turisti sul belvedere per convincerli a scattare una foto ricordo; se qualcuno osava fare click senza prima aver pagato, erano insulti e maledizioni. Eppure, assistendo alla festa, si incuriosirono a tal punto che vollero partecipare e si lasciarono scattare centinaia di fotografie gratis. Infine, dopo aver piantato il proprio albero, inscenarono spontaneamente una danza propiziatoria tradizionale. Dino si divertì a danzarci assieme, mimando i loro passi e sgambettandoli per farli inciampare.
Ad ogni sua scemenza i Kikuyu ridevano tanto. Buon per loro.