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4. MARCO, CLAUDETTE E I GIRASOLI

In fondo all’aula giudiziaria sedevano decine di piccoli agricoltori Kikuyu: gente comune e dignitosa, menti brillanti e traboccanti di iniziativa che, dopo la rivolta Mao Mao degli anni ’60, ottenuta l’indipendenza dalla dominazione inglese, avevano scelto la terra di Laikipia per insediarsi in pianta stabile e ricostruire la propria economia. Tra loro si trovava anche Rose Marie, la giovane moglie dell’imputato Charles Magesa. Seduta con compostezza, nel grembo accudiva un lattante, mentre i due gemelli più grandi giocavano accovacciati ai suoi piedi. Rose Marie, da brava ragazza delle terre evangelizzate di Laikipia, era una moglie fedele e una madre devota. Tutti i giorni scendeva dal villaggio di Engelesha fino in città, per andare a trovare Charles in prigione, con appresso i tre figlioletti, portandogli vestiti, biancheria pulita e qualcosa di decente da mangiare. La osservai a lungo, in tribunale, assistere apparentemente impassibile alla sfilata dei testimoni. Il suo sguardo era fisso nel vuoto, la bocca costantemente storpiata, come in preda ad una smorfia di dolore che non accennava a placarsi. In lei si dispiegava quel filo sottilissimo che nelle donne africane divide l’accettazione dalla rassegnazione, la creatività dalla passività. Le giovani contadine Kikuyu erano costrette a portare sulle spalle pesanti fardelli, a badare a numerosi bambini, a lavorare per mariti spesso non scelti e alcolizzati. I loro sguardi trasudavano venerazione e invidia verso l’irraggiungibile indipendenza delle ragazze occidentali, emancipate single in viaggio in un Paese lontano. Alle giovani straniere toccavano i capelli, chiedevano addirittura l’autografo. Con brandelli di Inglese appena masticato, le pregavano di donare loro del chae, una penna, una caramella per i figli, o di scattare una foto insieme. Certamente la loro capacità di sopportazione era eroica e indispensabile in un tale contesto sociale. Tuttavia per un muzungu come me risultava difficile credere nel valore dell’accettazione dettata da un’assoluta mancanza di scelta, dal non avere alternative e per giunta senza sapere di non averle. Per questo guardavo la giovane e minuta Rose Marie con sincera compassione, fin dal giorno in cui l’avevo incoscientemente aiutata a partorire il primo dei due gemelli nel cortile del dispensario. La felicità di quella ragazza era stata cancellata in maniera inesorabile dagli errori del marito. Charles, divenuto padre, non si era più accontentato dello stipendio di autista. Aveva lasciato l’impiego sicuro alla missione e aveva chiesto e ottenuto da Dino un prestito per avviare una piantagione di cavoli, nella speranza di poter offrire un futuro di prosperità e ricchezza ai propri figli. Ma la sua vita era precipitata la notte in cui un elefante affamato aveva devastato la sua shamba, lasciandolo nell’impossibilità di pagare i propri debiti.
Forse per solidarietà femminile, un’esile sagoma chiara si era seduta a fianco di Rose Marie, in fondo all’aula, in mezzo agli agricoltori. La salutai solo con un cenno, senza avvicinarla. Non la vedevo da ormai cinque anni, ma quella bellezza pallida e anoressica sapeva ancora trafiggermi il corpo come schegge di vetro. Non portava più le treccine da Asterix che tanto mi avevano fatto ridere: ora teneva i biondissimi capelli corti, con una forcina d’osso che le fissava il ciuffo alla fronte, sopra le guance bianco latte. In vita mia non avevo mai incontrato una persona contorta e assurda come lei. Claudette era una donna pastello, eppure faceva risplendere ogni cosa intorno a sé come una stella; ovunque andasse, i colori diventavano più vividi, i suoni più melodiosi, e tutto finiva col profumare di lei. Per un certo periodo di tempo, era stata per me il vuoto assoluto in cui perdermi, l’incomprensibilità di una creatura povera di idee ma piena di vita e di sorrisi dolcissimi, con gli occhi celesti come l’acqua di Mombasa, i denti bianchi di avorio, la mente avvitata a tal punto da medicare piaghe purulente senza battere ciglio, per poi gemere in modo assillante e insopportabile per un’unghia spezzata. Ed io mi ero lasciato cadere in quel baratro, perché inspiegabilmente mi aveva fatto sentire uomo.

Claudette arrivò in Kenya nel 1999, poco dopo di me, con un corpo talmente secco da far sospettare una patologia alimentare. Emanava debolezza e gracilità; le sue guance si ustionarono al primo sole equatoriale. Altoatesina di mamma austriaca, era nata nella valle di Braies. In Sud Tirol, i suoi genitori gestivano una malga per la produzione di latte e formaggi, dove affittavano anche alcune camere ai turisti di poche pretese. Da bambina, Claudette si recava a scuola a piedi fino a Niederdorf, tra i prati ondulati della val Pusteria. Era cresciuta nei boschi selvaggi di camosci, daini e caprioli, tra la Croda del Becco e la Croda Rossa, e da adulta non aveva perduto il gusto di camminare da sola; faceva spesso il giro del lago di Braies, sgargiante come una gemma di cristallo incastonata tra le rocce dolomitiche che scendevano a picco fino a lambire l’acqua.
Nulla per Claudette era semplicemente quello che era. Il suo mondo era intriso di coincidenze significative, tutto era simbolo, ogni cosa rinviava a qualcos’altro, come in una caccia al tesoro verso l’ambita meta. Nella tarda adolescenza, la sua mente si era costruita un mito che aveva a che fare con i girasoli. Mi confidò infatti che suo padre, alla nascita della bimba, aveva seminato in giardino un cerchio di girasoli, per festeggiare il lieto evento e darle la benvenuta al mondo. La valle del Braies era molto soleggiata e i girasoli erano cresciuti in fretta, alti e belli. Così Claudette, che da bambina era stata innamorata del padre, da ragazza seguiva i girasoli come pietre miliari, segni che le indicavano la giusta strada. Il girasole, con la sua corolla d’oro e il suo cuore a spirale, era per lei una sorta di mandala, un cerchio magico simboleggiante la struttura del mondo e della psiche. Il centro coincideva con la sua autorealizzazione di donna, moglie e madre: l’amore, una nuova famiglia, un lavoro che le permettesse di contribuire alla salvezza del pianeta, una vita dove tutto avesse un posto e un senso. Fu proprio seguendo i girasoli che approdò in Kenya, a Nyahururu, sul segno dell’equatore, marcato da un cartello stradale che ritraeva il continente nero su fondo giallo, i colori del suo fiore. Appena lo vide, pensò: “Ecco.” Il suo viaggio cominciò all’età di 19 anni, quando per caso le capitò per le mani una rivista non profit che reclamizzava un progetto di commercio equo e solidale in Kenya, dove una cooperativa autogestita produceva e vendeva semi di girasole. Da allora la sua esistenza ebbe uno scopo preciso: l’Africa era il centro da raggiungere. Si sentiva speciale, e per questo inesorabilmente destinata al fallimento; reconditi sensi di colpa la portavano a voler dedicare la propria vita ai diseredati. Studiò social work a Lienz e, prossima alla tesi di laurea, partì per il Kenya come volontaria per imparare il mestiere.
Stella precipitata a terra e svampita nella polvere, mi ero invaghito di lei vedendola flirtare invano col giovane e rampante padre Marco Bottazzo, quando ancora faceva il cappellano nella parrocchia di Nyahururu. Claudette s’era presa una cotta incontrollabile, malgrado la frustazione dovuta alla lingua: lei parlava un ottimo Inglese e un discreto Italiano, sebbene con imperdibile accento tedesco, mentre lui se ne usciva spesso con lunghi discorsi in dialetto padovano. Marco non la vedeva proprio come donna: la considerava solo una stagista d'impiccio che non avrebbe mai tenuto con sé, una perdita di tempo a cui illustrare le attività della missione. Avrebbe voluto levarsela dai piedi quanto prima, ma trattandosi di una studentessa educata, rispettosa e molto adattabile, si sforzava di manifestarle almeno una po’ di cortesia, sebbene alquanto distaccata. Fu abbastanza: l’atletico prete fu per lei una folgorazione.

Marco, svogliato tutore degli stagisti, non era molto interessato alle attività parrocchiali di Nyahururu; presto infatti si sarebbe trasferito in uno slum appena fuori città, dove si stava costruendo una casetta con il legname donatogli dalla comunità locale. Superata la trentina, non era più in forma smagliante. Si era rotto le gambe più volte in incidenti di montagna, ma grazie ai quotidiani impacchi di ghiaccio serali riusciva a non zoppicare. Era un sedicente alpinista provetto e raccontava con rammarico di aver fallito la scalata sul K2 (impresa tentata senza il sussidio delle bombole di ossigeno) per colpa delle crisi di panico di una ragazza della spedizione, uscita di testa durante un’improvvisa bufera di neve: “Eravamo tre uomini e due donne” raccontava. “Ci siamo trovati a seimila metri col monsone, la tempesta di neve, bloccati in tenda per giorni e giorni, Maria Vergine! Una delle due ha cominciato a dare i numeri, fuori di testa completa! Allora, quando avremmo potuto andare su, perché il monsone si era calmato, siamo tornati giù, per star dietro a ‘sta qua che non ce la faceva, e la spedizione è fallita. Diavoeo can, le cose vanno sempre male quando ci sono le femmine di mezzo.” Il suo monito conclusivo era sempre: “El diavoeo xe donna”.
“Ringrazia il diavolo” commentava Dino, l’altro alpinista della missione di Nyahururu. “Se proseguivi per la cima col monsone e senza ossigeno, a quest’ora saresti ancora là, un bel blocco di ghiaccio con la targhetta: monumento all’inutilità.”
Ma i legamenti delle ginocchia Marco se li era rotti in altra occasione. “Sono un ricordino del mio ultimo incidente in montagna, sul picco di Vallandro, l’anno scorso che ero in Italia con Dino per le vacanze” spiegava nel dettaglio. “Stavamo scalando una scarpata e ci è arrivata addosso una frana. Allora sono scivolato, mi sono appeso al chiodo sulla roccia, con le gambe giù a penzolone. Ho resistito, io. Mi è arrivata in testa una pietra che mi ha spaccato l’elmetto, eppure ho resistito, intanto che quell’altro mi gridava: ‘MA DOVE CASSO LO GHETU COMPRA’, AL DISCOUNT?!’ Finché mi sono arrivati addosso un pochi di sassi anche sulle mani, e allora ho mollato la presa e sono caduto giù per la scarpata: erano venti metri. Non mi ricordo niente, devo essere svenuto. Quando mi sono svegliato all’ospedale, diavoeo can, mi son visto davanti Dino che non si era fatto niente, fiol de ‘na troia. ‘Cos’ho?’ gli ho chiesto. E il troia: ‘Ti sei solo spaccato le ginocchia. Devi accendere non una, ma venti candele alla Madonna.’ Davoeo marso, altro che angelo custode.”
L’aspirante perpetua Claudette cercava di farsi dare lezioni esclusive di alpinismo alla Thompson Fall, ma senza troppo successo. Marco la sopportava, impartendole consigli e giudizi in una lingua per lei pressoché incomprensibile: “Ti, cea, te vien da la montagna, ma se vede che no te sè sciare, perché te posi el culo par tera, se vede che no te te fidi dei tò pie’. Ascolta me: devi fare come i caprioli, non cercare appoggi stabili, vai giù di corsa, così guarda.... Metti il piede qua, quell’altro là. Così, brava. Prendi ‘sta liana, dai! Eh ce n’erano tante di liane qua, ma il Comune le ha fatte tagliare perché due o tre bambini si sono ammazzati giocando nella foresta, sono cascati giù nel burrone.” Lui si muoveva agile con la sua leggera giacca a vento blu; si arrampicava sulle rocce come una scimmia. Ma per lei, che di norma passeggiava solo sui sentieri spianati dell’Alta Pusteria, le scalate si rivelavano sempre un problema. Eppure era disposta a ridursi allo stremo delle forze pur di seguirlo. Allora lui si angosciava: “Sentate cea, per carità, respira, che se fai un infarto mi fanno chiudere la missione. Respira, respira a fondo. Guarda che belli quegli animaletti, guarda le scimmie, gli uccellini, dai, coraggio, che siamo quasi arrivati. Sai cosa potresti fare tu, col tuo fisico? Free climbing, capito? Non alpinismo, per carità, non sognarti mai di fare alpinismo e di metterti a scalare montagne, fammi un piacere.” E se proprio era esausta, la sollevava di peso: “Oh senti, a un certo punto: pesi quaranta chili, come uno zaino.”

Accantonate le scalate estreme sulle pendici dei monti più alti del mondo, il nuovo obiettivo iniziatico (finora fallito) di Marco era la foresta vergine. “Eh, mi piacerebbe scendere giù per la foresta e seguire il corso del fiume” sognava ad alta voce. “Ma allora con una spedizione di gente esperta, armata di machete! Una volta ho provato ad andarci da solo e niente, gò fato ‘na monada. Mi sono ritrovato con un serpente in mezzo alle gambe e un branco di scimmie che volevano mangiarmi...”
Dino lo scherniva: “Stando coi Kikuyu hai appreso l’arte dell’esagerazione.”
“No, guarda Dino che non c’è niente da ridere, le scimmie sono capaci di ammazzare zebre, gazzelle! Un uomo non è niente per loro, se sono in branco. Allora ho afferrato una pietra: facevo finta di tirargliela contro, ma non potevo tirargliela sul serio, perché col serpente in mezzo ai piedi non potevo chinarmi a raccoglierne un’altra! E così le ho solo tenute a bada finché il serpente se n’è andato e ho potuto scappare.”
La tendenza ad esagerare era largamente applicata anche quando si trattava di dare sfoggio delle proprie conoscenze culturali e scientifiche. Se Dino ci teneva a spiegare in maniera meticolosa ai visitatori la differenza tra il suolo ferroso rosso e quello lavico nero, le conoscenze geo-morfologiche di Marco lasciavano alquanto a desiderare, ma questo non lo distoglieva dal dare delucidazioni ai propri ospiti: “Vedi, queste sono tutte rocce vulcaniche, Sai, qua, milioni di anni fa, era un casino.”
Marco tuttavia dava il meglio di sé quando esponeva le proprie sanguigne idee apostoliche: “Qualcuno mi chiede se si riesce ancora a tirar su un pochi di cristiani da queste parti. Guarda, gli rispondo, è più facile che diventi cristiano tu stando qua. No, per quanto mi riguarda, sono finiti i tempi dei battesimi con la pompa. Si potrebbe ancora, volendo. Ma a me non interessa, se vogliono che vengano loro a domandarmi che gli mando un prete a fargli catechismo e a battezzarli, io non gli corro certo dietro. L’africano è già religioso. Le chiese sono piene come uova la domenica. Tu gli parli di Dio, ma loro lo conoscono già, con altri nomi, ma non importa. Sai dove sta il problema? Fuori dalla chiesa! La sfida della missione nel 2000 non è più religiosa, ma sociale.”
“Signore e signori, il prete del terzo millennio!” ironizzava Dino.
“Sì, questo è il mio obiettivo” e si metteva la mano destra sul cuore. “Io sono prete, per me questo è apostolato. Ci hanno abituati ad adorare Dio nell’Eucaristia, perché Gesù ha detto: ‘Questo è il mio corpo, eccetera.’ Ma se leggiamo il Vangelo, anche cento volte, non troveremo mai un passo in cui Gesù ha detto: ‘Vai a messa e fai la comunione tutte le domeniche’, perché a quei tempi non esisteva neanche la messa! Gesù non andava mica in chiesa, sai, Gesù andava a mangiare con le troie! La Maddalena, cosa credi, era una che faceva quelle cose là, sai! E io, che sono un apostolo di Cristo, cosa credi? Quando sono arrivato in Kenya, non sono andato per chiese, no, sono andato a osterie, a imbroglioni, a puttane...”
“Ah, non avevo dubbi.”
“Bè, che discorsi, per parlare intendo. Non sono mica come te, che vai a troie a Nairobi.”
“Dove vado io?”
“A troie.”
“Sul serio?! E com’è che non me sono mai accorto?”
“Dipende da cosa ti danno da bere prima!”
“Ah, capisco.”
“No no, ma va bene, Dino. Perché sai, di solito non ci insegnano mica ad adorare Dio nel prossimo. Gesù ha detto: ‘Fate questo in memoria di me’, e allora va bene, a messa tutte le domeniche. Ma quando ha detto: ‘Ama il prossimo tuo come te stesso’, là no, là si vede che era andato troppo per osterie, doveva aver bevuto, doveva essersi sbagliato! Sai, anche se era Dio, poteva sbagliare anche lui ogni tanto.”
“Ah ecco, adesso mi è tutto chiaro.”
A questi discorsi seguiva sempre l’elogio dei “validi”, corredato da improbabili citazioni evangeliche: “Gesù nel Vangelo ha detto: ‘Quando vai in un paese, circondati delle persone che valgono.’ Non come te, Dino, che ti circondi sempre dei più indietro di cervello, disoccupati, teste di cazzo, buoni a far niente, pori cani fioi de troia, vedi il tuo autista ubriacone che ingravida la moglie per farti pena, o i tuoi guardiani, che li paghi per dormire.”
“Cosa vuoi, sto invecchiando.”
“Sì, infatti, quando la gente ha bisogno di soldi non viene più da me, viene da te, perché tu con gli anni sei diventato mona e ti commuovi, e tutti ne approfittano. Invece io, i miei collaboratori, sia qua che in Italia, li ho scelti tutti meglio di me. Guarda mio fratello, che adesso lavora per una Ong in America Latina. Vedi, Dino, i validi.”
“Vedo vedo.”
Marco si distingueva anche per le sue singolari idee in merito ai rapporti interculturali: “I miei ragazzi Kikuyu ai meeting internazionali alla Farm non li porto più, eh no, basta, me son rotto i cojoni de fare sempre la figura del mona. Chi credi che siano gli unici pori cani pezzenti ma vestiti da festa tra tutti gli ospiti del mondo? I miei Kikuyu. Chi credi che siano gli unici che si prendono sul piatto più roba di quella che possono mangiare solo per far vedere che sono signori? I miei Kikuyu. Chi credi che siano gli unici che, quando hanno mangiato, non si abbassano a tirar su piatti e posate? I miei Kikuyu.”
“Ma non sei tu il paladino dell’inculturazione?”
“INCULTURAZIONE UN CAZZO! O si mettono in testa di cambiare o non vanno avanti. All’ultimo meeting, un ragazzo di una favela brasiliana, povero che più povero si muore, vestito di stracci come un disperato, ha detto a uno dei miei Kikuyu vestito da festa: ‘Accendi la luce, per favore”. E il Kikuyu: ‘Accendi che?’ Non sapeva neanche cos’era un interruttore! Mi sono vergognato come una bestia.”
Di aneddoti per denigrare i suoi Kikuyu Marco ne aveva tanti. “Mi hanno rubato un lavandino, un accessorio per il bagno che gli operai avevano appoggiato fuori della mia casetta in costruzione. Ho saputo che se lo sono portati in capanna e lo hanno appoggiato al muro pretendendo che funzionasse, solo perché lo avevano appoggiato al muro! Non che magari servono le tubature?”
“Non a caso a Ol Moran mi considerano un mago!”
“Capito, si credono furbi. Li porto alla Farm per l’ultimo meeting, e cagano sulla doccia. Quando Wilma me l’ha detto, sono sprofondato nella merda.”
Ma non risparmiava nemmeno i Maasai, confondendoli abitualmente con i Samburu: “Ah, quelli sono belli, ma proprio belli. Sono sempre bardati a festa, ogni due giorni fanno una cerimonia.”
“Li conosci, ci tengono alle loro tradizioni.”
“Senti, va bene le tradizioni incontaminate, l’economia basata sulla vacca, ma non hai capito? Quelli mettono la vacca dentro la macchina! Vivono in capanne di merda, si spalmano boasse di vacca sul corpo per diventare neri come il loro Dio buono, si lavano con il piscio delle bestie - impianto de acqua calda, ciò, ‘i dize - e poi tengono i soldi in banca! ‘Sta storia del latte e della carne, poi, non l’ho mai capita: le donne bevono il latte, gli uomini bevono il sangue e mangiano la carne. Guai invertire il ruoli.”
“Sì, nei depliant turistici. Hai mai visto mangiare un Maasai, o un Samburu? Nessuno sa cosa mangino realmente i pastori. Per loro mangiare è come cagare: quello che entra ed esce dal corpo è un fatto privato.”
“Sarà. Fatto sta che con ‘sta dieta del piffero le ragazze incinte muoiono di anemia.” Ma poi si rispondeva da solo: “Oh be’, del resto, se sopravvivessero tutti rovinerebbero l’ecosistema della savana. Non c’è da mangiare per tutti. Mejo che ghe ne crepe qualcheduno.”

Marco era un tipo esuberante ed stremamente nervoso. La domenica pomeriggio, dopo una settimane di intenso lavoro, gli restava l’energia per fare lunghe partite a pallacanestro con i suoi ragazzi, partite che in mancanza di un arbitro finivano quasi sempre in rissa. Ogni sera, dopo i consueti impacchi di ghiaccio alle ginocchia e un mate de coca regalatogli dal fratello, si coricava puntualmente verso le nove. Al mattino si alzava alle quattro, con le stelle ancora brillanti nel cielo nero dell’equatore, per andare a correre lungo la cascata. Verso le sei tornava in parrocchia, pregava in chiesa e poi andava a colazione. “Se non faccio due ore di corsa ogni mattina” spiegava, “non mi sento bene, divento irascibile, rispondo male alla gente. Sono un uomo anch’io, dopo tutto, ho anch’io i miei ormoni da sfogare.”
Si infuriava come una belva quando Dino con una pacca sulla spalla gli suggeriva la via più semplice: “Fatti una sega alla sera e vedrai poi come dormi otto ore di fila. Altro che andare a spaccarti le gambe alla cascata col buio, col rischio di finire in pasto ai babbuini.”
“Fanculo, Dino.”
“Meglio sposarsi che ardere di desiderio. Guarda che questo è San Paolo.”
“Fanculo anche a San Paolo, poro desperà col serveo fulminà sua via de Damasco.”
La critica pungente e confusa di Marco non risparmiava mai il suo capo. Talvolta farneticava: “Senti, Dino, tieni aperto il conto corrente della missione in una banca che ogni anno vende container pieni di pesce in Africa. Tutti sanno che sono armi. Ma che razza di morale cristiana è questa? Non ti vergogni?” Poi la buttava in dietrologia: “Che interessi hai, sotto sotto, cos’è che ci guadagni? Oppure, conoscendoti, può anche essere che vai a letto col direttore della banca...”
“Direttrice, caso mai.”
“E allora in tal caso va bene, se è amore, io non ho niente da dire.”
Normalmente il capo non replicava e non staccava nemmeno gli occhi dal proprio lavoro. Allora Marco si incazzava sul serio: “Guarda Dino, tu sei un buon uomo, te lo dico io, nella capacità di rapporti umani non ti batte nessuno. Ma diavoeo can, sei un sessantottino, eri capellone in piazza nel ‘68, ma come si fa ad essere ancora sessantottini ai giorni nostri? Non si può! E infatti voi sessantottini oggi siete tutti capitalisti e liberisti.”
“Ma che cazzo dici?” brontolava allora l’altro. “Quale piazza? Ma sai da dove vengo io? Cosa c’entra il ‘68 con la Val Vanoi? Nel ’68 portavamo ancora la legna sulle spalle con la gerla! Vai vai, caro, cresci.”
Anche quando non sapeva più cosa dire, Marco non demordeva: “Nel ‘68 io ero un bocia, ma ricordo quei movimenti studenteschi degli anni ’70... Un giorno, arriva uno nella mia classe. C’era una ragazza alla lavagna, interrogata. Questo, senza che il professore dicesse niente, l’ha spogliata! Ti rendi conto?”
“Per Dio, sono turbato.”
“In pochi secondi la poveretta era completamente nuda. ‘Sto sessantottino l’ha fatto solo per attirare l’attenzione! ‘Perché qua, non è la scuola ad essere sbagliata, non sono gli insegnanti!’ blatera il mona. E quell’altra là a tremare, poveretta, immaginati la scena. ‘Non è il paese, non è l’edificio che è sbagliato!’ ‘Allora vuoi dirci cosa cazzo è sbagliato?’ gli fa un mio compagno. E il mona: ‘Ad essere sbagliato E’ IL SISTEMA!!’ Dimmi tu, i sessantottini.”

Poco prima della sua morte, chiesi a Dino perché mai appoggiasse Marco e gli altri giovani preti se i punti di disaccordo erano così tanti. Lui mi rispose in modo ben più serio di quanto mi aspettavo, citadomi un po’ di frasi che stava mettendo insieme per l’omelia della domenica. “Ci sono i grandi pensatori, i filosofi e i poeti” mi disse. “Paolo, Galati 2,2: ‘Non sono più io che vivo: è Cristo che vive in me’; allo stesso modo, nel Salmo 82,6 sta scritto: ‘Voi siete dèi, tutti figli del Dio altissimo’, concetto ripreso in Giovanni 10,34: ‘Nella vostra legge c’è scritto questo: Io vi ho detto che siete dèi.’ ‘Il Dio, creatore di tutte le cose, il Grande Sé che dimora perennemente nel cuore dell’uomo’, oppure: ‘Il Sé, più piccolo del più piccolo, più grande del grande, è nascosto nel cuore di questa creatura. E’ immobile eppure si muove, resta fermo e va dappertutto. Chi all’infuori di me può conoscere questo Dio, che dà gioia e non gioia?’ Ancora: ‘E’ lontano e tuttavia vicinissimo! E’ all’interno di tutte le cose e tuttavia fuori di esse.’ E la Chandogya Upanisad: ‘Quello, tu lo sei.’ Simile a Matteo 25.40: ‘Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me.’ ... Ecco. Poi ci sono i semplici, che nel loro cuore hanno tutto questo, ma non sanno esprimerlo a parole. Lo esprimono con le opere, con la dedizione totale al prossimo. Marco è così. Non passerà alla storia, ma la storia ha bisogno di quelli come lui.” E la stoccatina finale fu: “Impara, Merlin. Mai giudicare un uomo.” Non mi restò che incassare con un umile: “Sì, father.” Quella fu forse l’unica volta che Dino fece il prete con me. La cosa non mi scombussolò più di tanto; mi meravigliò solo che un prete citasse le Upanisad.
Padre Dino non aveva tutti i torti. Malgrado il fantasioso torpiloquio e l’ampio repertorio di sputi e scatarri che lo rendevano pittoresco e volgare agli occhi dei visitatori e delle suore, Marco aveva saputo mettere in piedi una serie di progetti gestiti all’avanguardia, lavorando all’istituzione di “un gruppo di persone di buona volontà” – così lo definiva - impegnato in vari settori di ambito sociale, educativo ed economico. Marco e i suoi colleghi non portavano cibo e medicine ai poveri africani. Non credevano negli aiuti gratuiti e assistenzialisti che strappavano qualche vita alla fame senza risolvere nulla, come insegnato dalla storia; nessun aiuto nella missione di Nyahururu veniva concesso gratuitamente, non c’èra spazio per quella pietà che per decenni aveva contrassegnato il lavoro dei missionari in Africa. L’idea di Marco era cristallina: nel territorio c’erano risorse umane ed economiche in abbondanza, che se distribuite equamente erano in grado di rendere la popolazione locale perfettamente autosufficiente e autogestita; ai missionari e agli operatori delle organizzazioni non governative occidentali spettava solo il compito di sensibilizzare gli africani aiutandoli, in principio, ad organizzarsi. Quando servivano soldi per finanziare un progetto, gli sponsor dovevano essere locali: le campagne di raccolta fondi promosse da Marco avevano rivalutato l’antica tradizione dell’harambee, il meeting di informazione e solidarietà finalizzato a incentivare le donazioni. Secondo Marco, le contraddizioni sociali riscontrabili ovunque nel mondo odierno, dovute all’eterno problema dello squilibrio nella distribuzione delle ricchezze, non sarebbero mai venute meno finché fossero arrivati dall’Europa aiuti economici a far sopravvivere le vittime di tale sistema. La sua giornata si svolgeva prevalentemente in automobile, perlustrando i punti nevralgici del territorio, visionando sul campo i nuovi progetti e monitorando i risultati delle attività già avviate. Ma questi impegni non potevano esonerarlo dai suoi pesanti obblighi di apostolato. Per un’ora ogni mattina, dalle otto alle nove, era obbligato a ricevere i bisognosi nel proprio ufficio. Giorno dopo giorno, gli sfilava sotto gli occhi il variegato panorama umano kikuyu. Nel cortile della missione, pazientemente in fila, mamme con due o tre bambini a seguito, malati storpiati dall’elefantìade, casi umani sull’orlo della disperazione, giovani atleti in cerca di sponsor. Tutti volevano una sola cosa: schei. Il difficile compito di Marco era decidere a chi dare e a chi no, e quasi sempre il suo verdetto insindacabile era no. Poi si sfogava con Dino, quasi per autogiustificarsi e pulirsi la coscienza: “Hai visto quella ragazza che mi domandava schei per sfamare i suoi quattro bambini? ‘Quanto hai pagato questo vestito nuovo?’ le ho chiesto. ‘Cento scellini’ mi fa. Circa tremila lire. ‘Cammina’ le ho detto. E quella quindicenne che mi aspettava fuori dall’ufficio? Ecco, mi domandava schei per andare a scuola. Sua madre puttana a Nairobi, un’ubriacona che peggio di così si muore, che tutti i soldi che prende col suo lavoro (perché capisco che è un lavoro) se li beve! Ed io dovrei dare i sodi a sua figlia per andare a scuola? Sai dove finirebbero i miei soldi? Ma dico, bevi meno, troia!” Anche attorno a Marco ruotavano i furbi, tipici esemplari del carattere teatrale africano, abilissimi nel girare al largo dal nocciolo della questione, al quale c’era sempre tempo di arrivare più tardi. “Mi telefona uno e mi dice: ‘Ciao father!’ E già qui mi incazzo, perché dico, chi ti conosce? Mi fa: ‘Sono John Murithi, il padre di Stephen, quel ragazzo così bravo che viene alla tua scuola...’ E comincia a raccontarmi di suo figlio, che è bravo, ma così bravo... E dopo mi fa: ‘Bene, visto che adesso siamo amici, father, ti faccio una confidenza.’ Siamo amici, certo, perché abbiamo parlato cinque minuti al telefono! ‘Sai, mio figlio vuole farsi prete.’ Allora io ho capito subito dove voleva arrivare, ma me sono stato zitto, l’ho lasciato parlare ancora un po’. ‘Eh sì, father, sai, vuole farsi prete.’ ‘Bene’ dico io. Cos’altro devo dirgli, che casso me ne ciava? ‘Piacere’ gli dico. E lui: ‘Perché sai, father, è così bravo, ma così bravo, che è un vero peccato che lasci la scuola adesso, e io purtroppo non ho i soldi per pagargli la retta di questo mese.’ Capito? Allora gli ho detto: ‘Guarda, amico, vai dal mona di father Dino, che io sono già preso con le bombe.’ ”

Marco non era troppo tenero nemmeno con i bambini. Aveva passato più di qualche guaio a causa dei suoi cani da guardia, pastori tedeschi che allevava in coppia per poi vendere le cucciolate. Anche l’ambasciatore italiano a Nairobi apprezzava la bellezza dei cuccioli di Nyahururu. E non erano certo innocui come quelli che sonnecchiavano giorno e notte sul tappeto dell’appartamento di Dino alla Farm. Quelli di Marco erano noti come cani razzisti, per la loro singolare propensione ad attaccare solo gli indigeni salvaguardano i wazungu, residenti o visitatori che fossero: li distinguevano dall’odore della pelle. Gli unici africani che risparmiavano erano le suore, che probabilmente riconoscevano dal velo bianco. Una notte, un ragazzino del posto venne aggredito dai due pastori adulti riportando ferite importanti. Marco andò su tutte le furie. Con il ragazzino, non con i cani. “Hanno sbranato un bambino, uno della scuola che aveva tentato di saltare il cancello della missione per rubare medicine dal dispensario. Il cane ha saltato e gli ha portato via un pezzo di gamba. Lui è riuscito a scappare, ma sanguinava come un maiale. Ma cosa dovevo fare, dovevo corrergli dietro?”
Quando si trattava di bambini, Dino non sentiva ragioni: “Ma certo che dovevi, per Dio, hai un cardiofrequenzimetro al posto del cuore, corridore dei miei coglioni?!”
“Corrergli dietro per cosa, per curarlo con le stesse medicine che mi voleva rubare? Che vada a farsi benedire, da qualcun altro però, non da me.”
“Attento, Marco, che una volta o l’altra ti consumo il culo a suon di pedate.”
“Sei mona, Dino. Sei vecchio e mona.”
Ma alcuni casi erano meno facili da liquidare e ben più delicati per un giovane prete che ogni mattina percorreva chilometri di corsa per sfogare i propri ormoni. Casi di belle donne, ovviamente. Come a tutti i wazungu, gli piacevano le adolescenti Kikuyu, e lo ammetteva: “Hai visto la Joanna che pezzo di ragazza che s’è fatta? E’ venuta stamattina nel mio ufficio, con una scollatura che lasciamo perdere: uno spettacolo.”
“Ma ha solo sedici anni, non ti vergogni?”
“Si sa che mi vergogno a mettere gli occhi addosso alle sedicenni, ma qua è così. Dopo i vent’anni ingrassano e diventano inguardabili.”

Per molte giovani Kikuyu, la scelta di farsi suore era un modo di assicurarsi tre pasti abbondanti al giorno e di ricevere un’istruzione per sfuggire al sicuro destino di mogli e madri costrette a trascorrere tutta la propria vita a testa bassa nella shamba. Marco inorridiva: “La figlia di Mutanga, adesso capisco perché è venuta spesso nel mio ufficio a chiedermi schei ultimamente. Ha due tette che ogni volta che viene da me non so più da che parte guardare.”
“E dove vorresti guardare?”
“No no, Dino, hai capito male. Stamattina mi ha detto che vuol farsi suora! A me gà copà. Le ho detto: ‘Cea, siediti, ragioniamo.’ Ma vogliamo scherzare, farsi suora con quel corpo? ‘Sei sprecata, tesoro, come suora, lascia perdere, fammi un piacere. Perché vuoi rovinarti così la vita? Trovati un moroso, sposati, fa’ un po’ di figli. Lascia perdere le suore, per carità!’ Bisogna che ci parli tu Dino, che conosci la famiglia, mettici una mano, per l’amor di Dio. Suora quella lì?! Ma porca bestia, perché tutte le più belle vogliono farsi suore, diavoeo can, di cos’hanno paura?”
“Hai ragione, proverò a dissuaderla, o passerà dalla padella alla brace. Mi riferisco alle cassette della tua videoteca. Ti pare che, cercando un documentario, il tuo capo deve trovarsi gli scaffali pieni di film erotici soft? «Attrazione Fatale», «Le relazioni pericolose», «Basic Instinct»...”
“Sì sì, cercando un documentario sul papa.”
“...almeno nascondili, Marco, che le suore non sono mica orbe.”
“Guarda, Dino, che quella è roba tua, ancora di quando eri cappellano a Nyahururu.”
“Siiiii, come no? Cos’altro ti manda per posta tuo fratello assieme alla coca?”
“Capo, se fosse per te, andremmo tutti a bordelli.”
“Areo, senti. Sei tu quello che girando in macchina elargisce sempre commenti positivi sui bordelli di Laikipia.”
Era vero. Marco non taceva mai quando passava di fronte ad una casa di piacere: “Porca troia, guarda qua che razza di palazzo hanno costruito per andare a trombare. E’ un motel, Dino, un motel! Sai cos’è un motel? Se beve e se ciava. Oh bè, a un certo punto dico io, che facciano quello che vogliono, almeno così danno lavoro a tutte le ragazze del posto.”

Marco e Dino erano fatti così. Girando in macchina o lavorando in ufficio, passavano delle ore a discutere di questioni molto importanti, sollazzandosi in stupidaggini come intermezzi. Per Marco le allusioni sessuali erano una specie di confessione delle proprie debolezze, una faccenda molto riservata. Dino invece alludeva con tutti e con tutte. Per esempio, si divertiva a stuzzicare le giovani volontarie sul tema del matrimonio. “Claudette” esclamava, “se non sai cucinare, in Africa sei donna a metà, non ti sposerai mai!”
Lei coglieva l’occasione per affermare: “E chi lo vuole un marito africano? Io sono austriaca, e le cose in Austria e in Sud Tirol sono cambiate da un pezzo. E’ strasuperato il ruolo della donna in cucina. Anzi, gli uomini sono ben felici di imparare a cucinare, ormai è un’arma di seduzione.”
Le suore della missione le davano manforte: “E’ vero. I ragazzi che vengono qua in visita alla missione d’estate cucinano e lavano i piatti!”
Dino allora se la godeva a provocare la fragile altoatesina: “Ma se io fossi tuo marito, non ti piacerebbe cucinare per me?”
Lei ce la metteva tutta per farsi valere: “Potresti crepare di fame.”
E lui traeva gusto da tali battibecchi. Possedeva quel savoir faire degli uomini di una certa età nei confronti delle giovinette: gliela dava vinta con gran piacere. “Oh per Dio. Sono proprio un matusa. E’ cambiato davvero tutto lassù, dalle nostre parti” concludeva, ridendosela a bocca larga.
Per Claudette invece non c’era niente da ridere. Ogni occasione era buona per dare prova di forza e coraggio agli occhi del suo amato Marco, che di solito assisteva silenziosamente a questo tipo di conversazioni con faccia impenetrabile. E lei, aspirante moglie del prete o quanto meno fedele perpetua, si sentiva delusa, avvilita e frustrata. Non funzionavano nemmeno le conversazioni più impegnate, come la volta che affrontò con zelo e ottimismo la questione dell’acqua. “Se ho ben capito, Dino, i Kikuyu credono che tu controlli l’acqua” affermò ispirata. “Questo è molto bello. Sai, io penso che tra le molecole liquide di idrogeno e ossigeno scorre la stessa energia che smuove le montagne e gli universi, che permette al cuore di battere, che fa fluire la linfa della vita e dei pensieri. La percepisci anche tu questa energia?”
“Mah, non saprei” rispose Dino, aggrottando le sopraciglia. “Cos’è, una specie di vibrazione?”
“Esattamente: una vibrazione interiore. La senti?”
Dino non ebbe misericordia: “Ascolta, stella. Io scavo canalette, impermeabilizzo i bacini, cose di questo tipo. Insomma, raspo per terra. Non m’intendo molto di New Age. Le uniche vibrazioni interiori che sento sono quelle della mia pancia, specie verso mezzogiorno.”

Claudette andò incontro alla disfatta finale il giorno in cui, colta da un’impellente ispirazione misticheggiante, trovò il coraggio di aprire il proprio cuore sfiorando il cruciale argomento della fede. “Sai, Marco” se ne uscì, “venendo qui in Africa, dopo mesi che non andavo a messa, non solo ci sono andata, ma ho anche fatto la comunione, tanto mi sentivo rapita dall’atmosfera, ti rendi conto?! Questo è bellissimo, perché sai, mi piacerebbe tanto riavvicinarmi alla religione...”
Marco, in preda ad un incontenibile prurito, si grattò i testicoli e le rispose laconicamente: “Ah be’, è una cosa tua”, defilandosi subito dopo. E Dino, poco più in là, rincarò la dose sogghignando senza pudore: “Oh, Marco, sai come si dice dalle mie parti? Spisa de cul temp mul, spisa de ozel temp bel. Sole anche domani, allora!”
Il loro cameratismo da soldati di leva in astinenza mi lasciò di stucco; ebbi l’impressione che per quei due porci repressi umiliare i volontari fosse un divertente gioco al massacro. La povera Claudette quel giorno uscì di testa. Che ne era del sistema di cerchi concentrici, che col loro moto a spirale puntavano al centro rievocando la perfezione delle sfere celesti sognate dagli antichi? Universo-Terra-Africa-Kenya-Laikipia-Nyahururu-Marco e, nel cuore del centro, il disegno di una creaturina nascitura. Questo aveva disegnato nel frontespizio del suo diario d’Africa: la vita come lei l’aveva immaginata. Aveva tanto pregato all’insegna della citazione letteraria “Quando gli dei vogliono punirci esaudiscono le nostre preghiere”. La frase ronzava ossessivamente nella sua testa. “Signore, puniscimi” supplicava con insistenza. “Per una volta, puniscimi”. Non aveva mai pregato così assiduamente in vita sua. Ma il Signore doveva volerle proprio bene, perché la tanto attesa punizione quel giorno non arrivò; al contrario, la catastrofe seguì un crescendo spaventoso. Tutto ebbe inizio con una rovinosa caduta nella fossa biologica di un modesto lodge del centro città, dove per ripicca si era trasferita a dormire. Una botola si aprì all’improvviso sotto i suoi piedi e lei ci finì dentro. Si insozzò i pantaloni e si sbucciò un ginocchio. Venne prontamente soccorsa dalla proprietaria, la fan pentecostale di sister Alice, vestita con un vecchio montone e armata della miracolosa pomata gialla a base di acido acetilsalicilico, panacea di tutti i mali: “Forgive me, forgive me please!” le ripeté più volte, forse temendo una denuncia: “Perdonami, perdonami per favore!” E si offrì di lavarle e stirarle i vestiti sporchi di liquame nauseabondo. Ovunque Claudette andasse, quel giorno, la terra le sprofondava sotto i piedi e le stelle rotolavano giù dal cielo. L’asse del mondo era stato spostato, l’ordine e il senso delle cose erano stati stravolti, come nel Ragnarok studiato a scuola, durante le lezioni di letteratura tedesca: lo scontro terribile tra gli dèi e i demoni, il bene e il male, che pose fine al mondo. Cadevano le stelle e i nani gementi se ne stavano chiusi nelle loro grotte, nelle montagne, a morire di paura. Claudette rivoleva il centro, rivoleva il senso. Voleva trovare la chiave per vedere tutte le cose chiare e coerenti. Voleva un segno che la conducesse immediatamente alla saggezza e all’illuminazione, e lo voleva subito, quello stesso giorno, alla velocità della luce. Non c’era tempo da perdere, perché il dolore era troppo e sembrava sfondarle il petto. Le venne così l’idea di andare a farsi i capelli. Stava in Kenya da mesi e non si era mai recata da una parrucchiera: aveva i capelli ingialliti dal sole e stopposi come una scopa di paglia. Per giungere ad uno dei saloni di bellezza più noti della città, dovette attraversare la stazione degli autobus, l’affollato e maleodorante crocevia caotico di partenze e arrivi di carrette umane, dove tra un matatu e l’altro, tra l’immondizia e il fetore esalato dai bagni pubblici, decine di nulla facenti e ragazzi di strada si divertivano a tormentarla, chiamandola “Muzungu, muzungu!” per mendicare qualche scellino. Si sentì terribilmente sola. La parrucchiera fu un ulteriore shock. Claudette voleva solo accorciare i capelli sfibrati dal sole equatoriale; l’artista Kikuyu del taglio glieli legò con una cordicella, asciutti, e glieli recise in un colpo solo usando una piccola cesoia da siepe. Il risultato fu una via di mezzo tra un caschetto asimmetrico e uno spazzolone da bagno. Claudette proseguì la sua giornata indimenticabile con una passeggiata in solitario inoltrandosi nel vicino slum, per dimostrare a Marco di non temere il pericolo degli scippi e delle violenze sessuali che incombeva sulle donne per le vie dei sobborghi malfamati. Sfortunatamente per lei, Marco non si trovava nel cantiere della sua nuova casa e la chiesa era vuota. Pregò da sola davanti all’altare col crocefisso posizionato a destra, non al centro, che contravveniva ad ogni regola dello spazio sacro canonico. Da rigida teutonica, notò subito l’incongruenza. “Ecco” pensò. “L’asse del mondo è stato spostato.” Per tornare a casa regalò alcune caramelle ad un giovane del posto in cambio di un passaggio in bici fino in città. “Io non ho paura” continuava a ripetere a se stessa, sperando di far breccia nel cuore del suo amato. La corsa in bicicletta le andò bene e si divertì pure. Ma poi, nel pomeriggio, ebbe la pensata di una temeraria escursione alla Thompson Fall. Quasi un finto suicidio per attrarre disperatamente l’attenzione e finire nelle braccia del suo irraggiungibile amore, che sarebbe per forza accorso a salvarla. E questa volta ci riuscì. Oltrepassò la soglia degli asfissianti commercianti Kikuyu barricati nelle loro botteghette striate di zebre bianco nere in stile Maasai per catturare meglio il gusto del pubblico, e dei finti bambini di strada, che autodichiarandosi poveri guadagnavano in carità da un americano o da un giapponese, in una sola giornata, più di quello che i loro padri guadagnavano in un mese vendendo i prodotti delle shamba. Claudette scese sola nell’abisso, pietra dopo pietra, scalino dopo scalino, toccando il fondo della grande madre terra, dove avrebbe dovuto trovare un tesoro, come in qualunque mito iniziatico che si rispettasse. Vi trovò invece dei ragazzacci che fumavano erba e che non esitarono a circondarla con fare strafottente. Con un guizzo di astuzia, finse di avere un appuntamento con Marco, chiese se l’avevano visto, e loro ci credettero, lasciandola in pace. Spaventata a morte per la propria incolumità, risalì in fretta il sentiero senza mai voltarsi. Ma iniziò a piovere a dirotto. Gocce di pioggia gelide come lame le inzupparono i vestiti, la roccia si fece scivolosissima e l’acqua mista a fango le entrò nelle scarpe. Arrampicandosi sul dirupo, Claudette per l’ansia sbagliò sentiero. Quando smise di piovere, si voltò ad ammirare uno splendido arcobaleno di goccioline di pioggia e di cascata. “Io non ho paura” ripeté orgogliosa, inspirando profondamente per sopportare i tremori del freddo. Finché si rese conto di non riuscire ad andare né avanti né indietro. Per un attimo pensò di abbandonarsi agli eventi e immaginò la propria morte, assorbita in quella natura primordiale. Ricordò Orlando, con la caviglia rotta, distesa sulla terra umida: “Una piuma isolata tremolò nell’aria e cadde in mezzo allo stagno. Allora una strana estasi la invase. La assalì il selvaggio impulso di seguire gli uccelli fino al confine del mondo, di gettarsi sull’erba madida, e là bere l’oblìo, mentre sul suo capo risuonava la risata rauca dei corvi. Affrettò il passo, corse, incespicò; le dure radici dell’erica la fecero cadere. Si era rotta la caviglia. Non riuscì ad alzarsi. Ma era paga di starsene così. Aveva nelle orecchie la risata rauca dei corvi. Aveva nelle narici il profumo di mortella e di spirea. ‘Ho trovato il mio compagno!’, mormorò. ‘E’ la brughiera. Sono la sposa della natura’, sussurrò, abbandonandosi rapita al freddo abbraccio dell’erba, tra le pieghe del mantello, nel fosso vicino allo stagno. ‘Qui voglio restare.’ (una piuma le cadde sulla fronte). ‘Ho trovato una corona più verde dell’alloro. La mia fronte sarà sempre fresca. Queste sono piume di uccelli selvatici -di gufo, di civetta. Farò sogni selvatici...’ ” Tuttavia, l’istinto di vita dei suoi ventiquattro anni ebbe la meglio, e allora fu paura vera. Furono gli stessi ragazzacci, divertiti, a dare l’allarme. Per attrarre l’attenzione, Claudette stavolta si era messa davvero nei guai. Fortunatamente, Dino e Marco erano esperti arrampicatori e con un sistema di corde riuscirono ad imbracarla e portarla in salvo, anche se fu un’impresa tutt’altro che semplice. Dino dovette tirarle un ceffone e scagliarle addosso un bel po’ di volgari insolenze per rinvenirla dall’intorpidimento del panico, e stavolta non fu facile per nessuno sollevare quei quaranta chili appesantiti dal terrore.

Quella sera, approfittando della sua giornatina, non mi fu difficile sedurla. Era la mia grande occasione: mi gettai su di lei come un avvoltoio su un cadavere ancora caldo. Le portai dei vestiti puliti e del tè bollente, le asciugai i capelli. Provai invano a farla parlare, così le feci compagnia in silenzio per qualche ora. Infine la baciai e, mentre le infilavo la mano sotto la maglietta per esplorare i suoi seni di bambina, appena due capezzoli disegnati tra le costole, le dissi: “Chiudi gli occhi e fai finta che io sia Marco.”
Lei non obiettò. Abbassò le palpepre ed emise un solo, languido lamento: “Mi sento un maleficio addosso. Sono una calamita, che però attrae merda. Tutto quello che tocco si rovina.”
Il mio desiderio era talmente forte che non mi importava il modo passivo con cui lei si abbandonò al mio volere, come una bambola sgonfiata.
A notte fonda ricominciò a piovere. Nei miei sogni, le grosse gocce di pioggia bucarono il soffitto della stanza, e da ogni foro filtrò la luce di una stella. Assorbito nella meraviglia del cielo, quella notte, ogni mia ansia trovò una momentanea pace. Non mi sentivo così appagato da quando, da bambino, mi innamoravo delle cameriere stagionali degli alberghi del mio paese e restavo delle ore ad osservarle mentre prendevano il sole in costume nel prato, dopo pranzo. Provavo per Claudette una tenerezza indicibile: quella fragile donna era per me la regina del cielo e l’ochetta impigliata nella trappola della vita. Ai miei occhi lei svelava tutto il mistero della vacuità femminile, quella cavità assolutamente estranea e abissalmente profonda. Una donna siffatta era il mio destino. Se avessi posto resistenza al cadere assurdamente beato in quell’abisso di ottuso benessere, avrei sciupato e perduto la sola occasione che avevo di appropriarmi della mia virilità. Con lei mi sentivo uomo, amico, padre protettore, angelo custode. Quella strana insulsa creatura era totalmente mia, la sola capace di toccare nel profondo le corde della mia anima, facendola vibrare in una musica che rievocava pieghe arcane della mia memoria, remoti meandri dell’infanzia o di vite passate.
Io e Claudette diventammo amanti. Per alcuni mesi, passammo insieme ogni notte nel dormitorio delle ragazze, con la spensieratezza dei bambini che corrono scalzi nei boschi e la leggerezza delle farfalle che vivono un solo giorno senza sapere cosa c’è oltre la valle. La nostra amica Linda, con discrezione, fingeva di non sentire.