
Per Wilma il riposo durò solo il tempo di una breve pausa. Qualche minuto dopo, infatti, l’avvocato Mimiruk chiese al giudice ‘Ngomeba il permesso di richiamarla sul banco dei testimoni. Era certa di sapere cos’altro le avrebbe domandato: l’avrebbe tormentata su Ol Moran e sull’impegno politico di Dino. Io sedevo al suo fianco. “Adesso mi chiede della radio” mi sussurrò all’orecchio prima di alzarsi. Percorrendo i pochi passi che la separavano dal patibolo, la sua mente si aggrovigliò in timori e sospetti. “Che Dino si sia indebitato per aprire la sua radio?” pensò. “Che fosse nei guai con qualche strozzino? O magari qualcuno ha scoperto la truffa delle adozioni e gliel’ha fatta pagare?”
Politica, mass media, adozioni illegali: una bella matassa. Quando lavoravo a Nyahururu, nel tempo libero mio ero recato spesso alla Farm per seguire l’attività giornalistica di Dino, anche se lui di solito non mi voleva tra i piedi: temeva di mettermi in pericolo. Per lo stesso motivo teneva fuori i suoi collaboratori diocesani; lasciava loro massima libertà nei progetti umanitari e nell’apostolato, raccoglieva da loro informazioni capillari, ma non li esponeva mai sulla stampa o nei rapporti con le autorità. Dino era solito assumersi ogni responsabilità sulle proprie spalle. Ma io chiedevo di continuo, come un bambino petulante, o un giornalista di talento affetto da insaziabile curiosità, quale cercavo di spacciarmi. Così, poco a poco, intuii che uno degli obiettivi della Chiesa cattolica in Kenya, in quel periodo, era abbattere il presidente Moi. In Africa come altrove la Chiesa era molto potente: possedeva terreni e capitali, ma soprattutto cervelli, veri filosofi e artisti dell’inculturazione. Liturgie e catechesi si tenevano nelle lingue locali, la Bibbia era tradotta in Kiswahili, i sacramenti venivano impartiti attraverso l’utilizzo di simboli e proverbi locali. La leadership delle comunità veniva presto ceduta ai religiosi indigeni. C’era l’impegno sociale e c’era il fiorire dell’arte religiosa. Per le ragazze, diventare suore era un modo per sfuggire ai soprusi. Il ruolo della donna nella Chiesa africana era di primaria importanza: le suore infermiere scorrazzavano per la savana in veste di pioniere delle missioni, gettando le fondamenta degli avamposti dell’apostolato. Andavano nei villaggi, donavano medicinali alle mamme, aiutavano i parti, giocavano con i bambini. Attraverso il loro operato, il cristianesimo divampava verso il deserto e le giungle più remote. Ma nelle parrocchie, assieme agli aiuti sociali e alla catechesi, filtravano precisi messaggi politici, esplicitati nei pochi mezzi di informazione disponibili. La missione era un microcosmo che rifletteva lo strapotere dei palazzi romani. Solo che mentre a Roma il Vaticano, abilmente camaleontico, si adagiava benissimo su qualsiasi colore politico, in Kenya la faccenda era diversa.
Il presedente Arap Moi, di famiglia Kalenjin, aveva iniziato la propria carriera come maestro elementare in un villaggio di pecorai. Era entrato nella classe dirigente come uomo giocattolo dell’allora leader Jomo Kenyatta, ma negli anni ’80 la sua scalata al potere era stata astuta e rapida. A fine anni ‘90 Moi era già uno degli uomini più ricchi dell’Africa. Pur essendo poco più che analfabeta, fin dall’inizio della sua presidenza si era auto-proclamato rettore di tutte le università keniote. Ciò significava che alla fine dell’anno accademico spettava a lui la consegna dei certificati di laurea e i tempi ovviamente non erano uguali per tutti; molti Kikuyu laureati a pieni voti si trovavano così disoccupati o costretti ad esercitare la professione in nero, perché da anni in attesa di un certificato che tardava ad arrivare. In questi casi, la prassi consisteva nel pagare periodicamente tangenti alle autorità locali per accelerare il procedimento, ma per i Kikuyu neanche la corruzione sembrava bastare. Tutte le speranze erano riposte nelle elezioni del dicembre 2002. Nella dittatura mascherata da democrazia che era il Kenya, la popolazione sarebbe stata chiamata ad eleggere il successore di Moi: l’uomo appoggiato dal presidente dimissionario, e quindi l’unico reale candidato alla successione, era il figlio dell’ex-presedente Kenyatta e della ricca proprietaria terriera Mama Ngina. Quest’ultima aveva agevolato il processo di candidatura del figlio con fior di quattrini. Dal successo elettorale di Kenyatta Jr. Arap Moi non avrebbe tratto solo benefici economici, ma si sarebbe anche assicurato di non perdere il controllo politico sulla Nazione: Kenyatta Jr. era un Kikuyu, cosa che riempiva di fiducia e di ottimismo i cuori delle etnie agricole, le quali sembravano non rendersi conto che il futuro presidente non avrebbe potuto che essere un fantoccio al servizio del primo ministro, ovviamente un Kalenjin, un braccio destro di Moi. Eppure nel 2002 mettere in guardia la popolazione da tali giochi politici non era così semplice. I quotidiani erano diffusi in tutto il Paese, ma non tutti i kenioti sapevano leggere e soprattutto erano in molti a non poter spendere sessanta scellini per acquistare un giornale: novanta centesimi di dollaro costituivano una cifra proibitiva per chi doveva cavarsela con dieci dollari al mese. Le radio costituivano una buona alternativa: le trasmissioni giungevano gratis nei bar e nei motel, negli autobus, al mercato. Ma in Kenya non esistevano radio libere. Lo sapeva bene la Chiesa cattolica: Dino attendeva da tre anni la licenza per aprire una radio che desse voce ai Kikuyu. La stessa sorte toccava ai missionari di Nairobi, dove il suo amico padre Ubi Ferrara pochi anni prima aveva investito migliaia di dollari per allestire una sala di registrazione, ma una volta ultimati i lavori si era visto negare il permesso di andare in onda. Il governo sembrava molto più permissivo con le Chiese protestanti. Oltre alla Chiesa anglicana, che al pari di quella cattolica era ben radicata nel territorio e gestiva seri progetti di sviluppo e di educazione, miriadi di predicatori aderenti ad altrettante sette di impostazione americana viaggiavano per i villaggi insegnando la fede come pura fiducia nella provvidenza divina, di fronte alla quale ogni attività sarebbe risultata vana. Era ben intuibile lo scopo di queste ramificazioni del cristianesimo, solitamente sponsorizzate dagli ambienti di potere: nulla facenza, perché tanto ci avrebbe pensato Dio e la sua misericordiosa provvidenza. “C’è siccità?” commentava Dino. “Inutile sforzarsi di costruire sistemi per l’irrigazione, meglio pregare e aspettare che il Signore mandi la pioggia. Il governo è corrotto? La lotta sociale è vana, ci penserà di Dio a purificare la classe dirigente e a punire i disonesti e gli assassini.” In Kenya ognuno poteva crearsi la sua congregazione: in ogni angolo di città sorgeva una Chiesa cristiana differente con il proprio vescovo, nella più totale assenza di coerenza e comunicazione. La frammentazione religiosa alimentava le divisioni sociali. E ognuna di queste congregazioni aveva la propria radio.
A Nyahururu Dino era stato un leader indiscusso che nel branco della missione nessuno avrebbe osato sfidare, benché negli ultimi anni il suo carattere fosse divenuto scontroso e irascibile, benché avesse allentato notevolmente il controllo sui progetti umanitari, delegati a Marco, per concentrarsi nelle proprie ricerche e nell’attività giornalistica. All’inizio del 2000, aveva iniziato ad intraprendere viaggi giornalieri sempre più frequenti a Ol Moran, rigorosamente da solo; diceva che stava trattando l’acquisto di nuove terre per la missione: lunghe, noiose contrattazioni e perdite di tempo cui avrebbe volentieri fatto a meno e che tuttavia richiedevano la sua presenza, per ordini superiori. Ma chi lo conosceva bene aveva capito fin da subito che a Ol Moran c’era dell’altro. Secondo alcuni, giri viziosi di donne; secondo altri, qualcosa che aveva a che fare con Moi e che avrebbe finito col metterlo in serio pericolo. Per anni aveva rischiato di finire nei guai anche tentando di trovare una famiglia ai tanti orfani di Laikipia. Amava i bambini, aveva a cuore la loro sorte, e il suo passatempo personale erano le adozioni. Poiché il governo proibiva le adozioni internazionali, mediante una piccola rete di corruzione delle autorità locali e con l’ausilio di impiegati di ambasciata compiacenti, Dino riusciva a procurare ai bambini orfani documenti falsi facendoli figurare come profughi dell’Uganda. Funzionava: in pochi anni, aveva fatto adottare all’estero quasi un centinaio di piccoli Kikuyu.
Tuttavia, né la politica, né la radio, né le adozioni quel giorno finirono in tribunale. L’avvocato Mimiruk, inaspettatamente, fece il nome di Rosalba Mocenigo. Al pronunciare di quel nome un brivido caldo, forse di amore, percorse la mia schiena. Wilma capì che la difesa intendeva processare il morto senza pudore, setacciare la sua vita a raggi X, e un senso di disgusto si impossessò di lei. “Povero, povero Dino” pensò e, rivolgendosi all’avvocato della difesa, tuonò in lingua Kikuyu: “Serpente. E pensare che ti ho pagato io.”
Mama Rose, all’anagrafe Rosalba Flores Mocenigo, era una latifondista italiana proprietaria di un immenso ranch situato tra Ol Ngarua e Ol Moran. Due anziane donne Pokot sedevano sempre alla porta della sua casa come guardiani della soglia, a seni nudi e rinsecchiti, filando ornamenti di perline. Il suo ranch, dove vivevano branchi di animali selvatici cacciabili, per molti anni era stato ben visto dalle personalità più rilevanti del Paese, Moi compreso.
Politica, mass media, adozioni illegali: una bella matassa. Quando lavoravo a Nyahururu, nel tempo libero mio ero recato spesso alla Farm per seguire l’attività giornalistica di Dino, anche se lui di solito non mi voleva tra i piedi: temeva di mettermi in pericolo. Per lo stesso motivo teneva fuori i suoi collaboratori diocesani; lasciava loro massima libertà nei progetti umanitari e nell’apostolato, raccoglieva da loro informazioni capillari, ma non li esponeva mai sulla stampa o nei rapporti con le autorità. Dino era solito assumersi ogni responsabilità sulle proprie spalle. Ma io chiedevo di continuo, come un bambino petulante, o un giornalista di talento affetto da insaziabile curiosità, quale cercavo di spacciarmi. Così, poco a poco, intuii che uno degli obiettivi della Chiesa cattolica in Kenya, in quel periodo, era abbattere il presidente Moi. In Africa come altrove la Chiesa era molto potente: possedeva terreni e capitali, ma soprattutto cervelli, veri filosofi e artisti dell’inculturazione. Liturgie e catechesi si tenevano nelle lingue locali, la Bibbia era tradotta in Kiswahili, i sacramenti venivano impartiti attraverso l’utilizzo di simboli e proverbi locali. La leadership delle comunità veniva presto ceduta ai religiosi indigeni. C’era l’impegno sociale e c’era il fiorire dell’arte religiosa. Per le ragazze, diventare suore era un modo per sfuggire ai soprusi. Il ruolo della donna nella Chiesa africana era di primaria importanza: le suore infermiere scorrazzavano per la savana in veste di pioniere delle missioni, gettando le fondamenta degli avamposti dell’apostolato. Andavano nei villaggi, donavano medicinali alle mamme, aiutavano i parti, giocavano con i bambini. Attraverso il loro operato, il cristianesimo divampava verso il deserto e le giungle più remote. Ma nelle parrocchie, assieme agli aiuti sociali e alla catechesi, filtravano precisi messaggi politici, esplicitati nei pochi mezzi di informazione disponibili. La missione era un microcosmo che rifletteva lo strapotere dei palazzi romani. Solo che mentre a Roma il Vaticano, abilmente camaleontico, si adagiava benissimo su qualsiasi colore politico, in Kenya la faccenda era diversa.
Il presedente Arap Moi, di famiglia Kalenjin, aveva iniziato la propria carriera come maestro elementare in un villaggio di pecorai. Era entrato nella classe dirigente come uomo giocattolo dell’allora leader Jomo Kenyatta, ma negli anni ’80 la sua scalata al potere era stata astuta e rapida. A fine anni ‘90 Moi era già uno degli uomini più ricchi dell’Africa. Pur essendo poco più che analfabeta, fin dall’inizio della sua presidenza si era auto-proclamato rettore di tutte le università keniote. Ciò significava che alla fine dell’anno accademico spettava a lui la consegna dei certificati di laurea e i tempi ovviamente non erano uguali per tutti; molti Kikuyu laureati a pieni voti si trovavano così disoccupati o costretti ad esercitare la professione in nero, perché da anni in attesa di un certificato che tardava ad arrivare. In questi casi, la prassi consisteva nel pagare periodicamente tangenti alle autorità locali per accelerare il procedimento, ma per i Kikuyu neanche la corruzione sembrava bastare. Tutte le speranze erano riposte nelle elezioni del dicembre 2002. Nella dittatura mascherata da democrazia che era il Kenya, la popolazione sarebbe stata chiamata ad eleggere il successore di Moi: l’uomo appoggiato dal presidente dimissionario, e quindi l’unico reale candidato alla successione, era il figlio dell’ex-presedente Kenyatta e della ricca proprietaria terriera Mama Ngina. Quest’ultima aveva agevolato il processo di candidatura del figlio con fior di quattrini. Dal successo elettorale di Kenyatta Jr. Arap Moi non avrebbe tratto solo benefici economici, ma si sarebbe anche assicurato di non perdere il controllo politico sulla Nazione: Kenyatta Jr. era un Kikuyu, cosa che riempiva di fiducia e di ottimismo i cuori delle etnie agricole, le quali sembravano non rendersi conto che il futuro presidente non avrebbe potuto che essere un fantoccio al servizio del primo ministro, ovviamente un Kalenjin, un braccio destro di Moi. Eppure nel 2002 mettere in guardia la popolazione da tali giochi politici non era così semplice. I quotidiani erano diffusi in tutto il Paese, ma non tutti i kenioti sapevano leggere e soprattutto erano in molti a non poter spendere sessanta scellini per acquistare un giornale: novanta centesimi di dollaro costituivano una cifra proibitiva per chi doveva cavarsela con dieci dollari al mese. Le radio costituivano una buona alternativa: le trasmissioni giungevano gratis nei bar e nei motel, negli autobus, al mercato. Ma in Kenya non esistevano radio libere. Lo sapeva bene la Chiesa cattolica: Dino attendeva da tre anni la licenza per aprire una radio che desse voce ai Kikuyu. La stessa sorte toccava ai missionari di Nairobi, dove il suo amico padre Ubi Ferrara pochi anni prima aveva investito migliaia di dollari per allestire una sala di registrazione, ma una volta ultimati i lavori si era visto negare il permesso di andare in onda. Il governo sembrava molto più permissivo con le Chiese protestanti. Oltre alla Chiesa anglicana, che al pari di quella cattolica era ben radicata nel territorio e gestiva seri progetti di sviluppo e di educazione, miriadi di predicatori aderenti ad altrettante sette di impostazione americana viaggiavano per i villaggi insegnando la fede come pura fiducia nella provvidenza divina, di fronte alla quale ogni attività sarebbe risultata vana. Era ben intuibile lo scopo di queste ramificazioni del cristianesimo, solitamente sponsorizzate dagli ambienti di potere: nulla facenza, perché tanto ci avrebbe pensato Dio e la sua misericordiosa provvidenza. “C’è siccità?” commentava Dino. “Inutile sforzarsi di costruire sistemi per l’irrigazione, meglio pregare e aspettare che il Signore mandi la pioggia. Il governo è corrotto? La lotta sociale è vana, ci penserà di Dio a purificare la classe dirigente e a punire i disonesti e gli assassini.” In Kenya ognuno poteva crearsi la sua congregazione: in ogni angolo di città sorgeva una Chiesa cristiana differente con il proprio vescovo, nella più totale assenza di coerenza e comunicazione. La frammentazione religiosa alimentava le divisioni sociali. E ognuna di queste congregazioni aveva la propria radio.
A Nyahururu Dino era stato un leader indiscusso che nel branco della missione nessuno avrebbe osato sfidare, benché negli ultimi anni il suo carattere fosse divenuto scontroso e irascibile, benché avesse allentato notevolmente il controllo sui progetti umanitari, delegati a Marco, per concentrarsi nelle proprie ricerche e nell’attività giornalistica. All’inizio del 2000, aveva iniziato ad intraprendere viaggi giornalieri sempre più frequenti a Ol Moran, rigorosamente da solo; diceva che stava trattando l’acquisto di nuove terre per la missione: lunghe, noiose contrattazioni e perdite di tempo cui avrebbe volentieri fatto a meno e che tuttavia richiedevano la sua presenza, per ordini superiori. Ma chi lo conosceva bene aveva capito fin da subito che a Ol Moran c’era dell’altro. Secondo alcuni, giri viziosi di donne; secondo altri, qualcosa che aveva a che fare con Moi e che avrebbe finito col metterlo in serio pericolo. Per anni aveva rischiato di finire nei guai anche tentando di trovare una famiglia ai tanti orfani di Laikipia. Amava i bambini, aveva a cuore la loro sorte, e il suo passatempo personale erano le adozioni. Poiché il governo proibiva le adozioni internazionali, mediante una piccola rete di corruzione delle autorità locali e con l’ausilio di impiegati di ambasciata compiacenti, Dino riusciva a procurare ai bambini orfani documenti falsi facendoli figurare come profughi dell’Uganda. Funzionava: in pochi anni, aveva fatto adottare all’estero quasi un centinaio di piccoli Kikuyu.
Tuttavia, né la politica, né la radio, né le adozioni quel giorno finirono in tribunale. L’avvocato Mimiruk, inaspettatamente, fece il nome di Rosalba Mocenigo. Al pronunciare di quel nome un brivido caldo, forse di amore, percorse la mia schiena. Wilma capì che la difesa intendeva processare il morto senza pudore, setacciare la sua vita a raggi X, e un senso di disgusto si impossessò di lei. “Povero, povero Dino” pensò e, rivolgendosi all’avvocato della difesa, tuonò in lingua Kikuyu: “Serpente. E pensare che ti ho pagato io.”
Mama Rose, all’anagrafe Rosalba Flores Mocenigo, era una latifondista italiana proprietaria di un immenso ranch situato tra Ol Ngarua e Ol Moran. Due anziane donne Pokot sedevano sempre alla porta della sua casa come guardiani della soglia, a seni nudi e rinsecchiti, filando ornamenti di perline. Il suo ranch, dove vivevano branchi di animali selvatici cacciabili, per molti anni era stato ben visto dalle personalità più rilevanti del Paese, Moi compreso.
I pochi proprietari terrieri europei rimasti in Kenya dopo la rivolta Mao Mao sopravvivevano rendendo esclusivi i loro ranch, curandone molto l’immagine e coltivando buoni appoggi politici. I Flores Mocenigo, oltre a ricevere di tanto in tanto Moi per cena, vantavano illustri sostenitori tra i monarchi europei; ogni visitatore portava al ranch una media di mille dollari al giorno. Si definiva turismo d’alto bordo: nobili decaduti e nuovi imprenditori si affrettavano a trovare il proprio posto nel business vacanziero della wildlife, delle battute di caccia e delle abbuffate di carne succulenta. Si conoscevano tutti tra loro, i gestori di questi lodge di lusso; formavano una specie di corporazione alleata con ministri, prefetti e dipendenti delle ambasciate. Le alleanze e i favori reciproci garantivano loro una discreta riuscita negli affari e il mantenimento dello status sociale anche nei tempi più duri. Si facevano visita in aereo atterrando nelle piste private; ogni tanto un aeroplano cadeva, uno di loro ci lasciava la pelle e veniva seppellito all’interno delle proprietà con cerimonie laiche a base di champagne, tartine di caviale, poesie inglesi e fiori di ibisco. Come gli altri latifondisti wazungu, la veneziana Rosalba Mocenigo parlottava il Kiswahili, aveva grossi cani di razza che adorava, un piccolo aeroplano privato, una casa sul Canal Grande per le vacanze, una folta schiera di servi indigeni cui regalare sigarette e qualche pillola di chinino contro la malaria, e si dilettava con la letteratura: scriveva favole per bambini, poesie e brevi racconti in Inglese, pubblicati da amici editori europei. Esaltava un’Africa intatta e incantata. Nei suoi scritti non c’era posto per siccità e carestie, corruzione e sconti interetnici, fame e sangue, lacrime e instabilità politica, zanzare e alluvioni, trip di colla e fogne a cielo aperto. Per Rosalba esisteva solo l’Africa dei Delameare, dei Blixen e dei Gallmann: l’Africa che, fin dall’inizio del tempo, aveva evocato nei viaggiatori un profondo senso di appartenenza e un’irrefrenabile bisogno di ritornare, grazie alla sua misteriosa bellezza, ai suoi panorami mozzafiato e alla sua gente traboccante di sorrisi, vitalità e gratitudine.

Il suo defunto marito, Alonzo Flores, possedeva diversi titoli nobiliari in Spagna. Era finito a vivere in Kenya per un capitolo di quella che era la lungaggine del suo tormentato romanzo familiare: una terreno ereditato a Laikipia da uno zio passato a miglior vita. Gran bevitore di pessimo scotch e accanito mangiatore di carne rossa, nei suoi ultimi anni si era ridotto a dover seguire una dieta ferrea e ad iniettarsi insulina mal conservata, dato che i frequenti black out interrompevano spesso l’alimentazione del frigorifero. Appassionato di teatro, di opera e di poesie romantiche inglesi e spagnole, l’ultima interpretazione di Flores, costretto dal diabete alla tortura della dieta, era stata la vittima del regno infernale, comico e tragico, degli spiriti affamati che non possono più mangiare, emblema dell’inesauribile e perennemente insaziata fame d’amore dell’essere umano. Si era calato bene nella parte, con mesta autoironia. Più il suo ventre si dilatava per la fame, più la gola gli si stringeva. Alonzo trascinava il suo corpo sfatto e il suo stomaco gonfio e vuoto nella savana, dove esercitava ancora la grande passione per la caccia, assieme agli amici bianchi e a una caterva di esili portatori Pokot. Un giorno, si raccontava, Alonzo avrebbe mirato male ad un elefante femmina intenta a proteggere il proprio piccolo: questa lo avrebbe caricato e ucciso con una zampata. La realtà dei fatti era ben diversa. Ubriaco come sempre, Alonzo inciampò fuori casa e morì sul colpo sbattendo la testa contro una pietra. Per Rosalba fu un trauma, per i suoi affari molto meno, visto che ad amministrare il ranch da anni ci pensava lei, con un moderato aiuto da parte del figlio Marcus, appena adolescente, che girava ogni giorno per la proprietà a torso nudo, con qualsiasi tempo, capeggiando sui braccianti come un piccolo boss. L’altra figlia dei Flores, Iris, “tutta suo padre”, studiava in un’università londinese; amava il vino, la musica classica e le feste, aveva un piersing sulla lingua, il sedere tattuato di sgorbi esoterici e non sembrava affatto interessata agli affari di famiglia. Ma anche da sola, Rosalba era una manager lungimirante. Appena rimasta vedova, aveva fatto soldi a palate sfruttando l’affare delle pelli di zebra. A Laikipia il governo permetteva l’uccisione delle zebre in soprannumero e Rosalba aveva i mezzi per l’abbattimento, la refrigerazione della carne e la conciatura delle pelli; vendeva poi i prodotti finiti ai visitatori per centinaia di dollari. La sua Africa iniziava sul perimetro del ranch, quando arrivando in macchina l’imponente cancello di ferro le si chiudeva alle spalle: il cancello che la divideva da una realtà in cambiamento alla quale non si sapeva adeguare. I Pokot, da lei armati di fucile, proteggevano il ranch dai bracconieri e il suo stile di vita dai disordini che la circondavano; inscenavano per lei antiche danze di guerra, le facevano spesso visita in casa, le portavano in dono il latte fresco.
Rosalba amava raccontare con palese autocompiacimento che, dopo anni di convivenza e collaborazione, i suoi Pokot la consideravano una della famiglia e le si rivolgevano con l’appellativo mama, mama Rose, che normalmente i kenioti usavano solo per indicare le proprie donne sposate, anziché con l’espressione memsaab, che definiva con distacco le signore straniere. Così, i suoi amici europei si meravigliavano quando, atterrati all’aeroporto di Nairobi, sentivano tutti i tassisti salutare le turiste con dei calorosi “Jambo mama!” Perché in realtà mama veniva usato anche con le wazungu, esattamente come pole, che stava per “sorry, mi dispiace.” Rosalba invece raccontava che alla morte di Alonzo i Pokot le avevano concesso il privilegio di dirle pole, idioma dagli arcani significati; i suoi ospiti allora si stupivano non poco quando, all’aeroporto, un facchino per sbaglio pestava loro un piede e diceva “Pole.” Quello che Rosalba non raccontava era il reale carattere dell’africano medio, molto loquace e generoso di complimenti. In Kenya erano tutt’altro che rare le danze in onore degli stranieri considerati per una qualche ragione importanti, anche solo per la consistenza del portafoglio; durante i safari nel Mara, i giovani Maasai si esibivano in salti acrobatici attorno al fuoco per pochi scellini e, sempre a buon prezzo, a Nyahururu chiunque poteva assistere alle danze propiziatorie dei due dipendenti del Thompson Fall Lodge vestiti da antichi guaritori Kikuyu. Un giorno, il capo Kikuyu di Nyahururu, Samuel Odinga, mi aveva addirittura proposto di prendere la cittadinanza keniota e di trasferirmi per sempre a Laikipia, pur avendomi appena conosciuto, solo perché avevo offerto delle sigarette ai suoi uomini. Non era falsità quella degli indigeni, ma un elemento integrante della loro consuetudine linguistica, un segno di buona educazione e di ospitalità, magari con un pizzico di sano opportunismo, ben comprensibile nelle zone post coloniali occupate da fondazioni benefiche, missioni e organismi umanitari. Ma poiché gli indigeni di qualunque etnia oltre che alla bocca avevano anche un cervello, ben diverse erano le cose pensate ma non dette. A sud di Laikipia nessuno conosceva i Flores Mocenigo; qualcuno menzionava a malapena un’area a nord di Ol Ngarua dove vivevano molte vacche e zebre. I vicini del nord, invece, per lo più non erano pacifici Pokot, ma vispi Kikuyu iniziati al cattolicesimo da father Dino.
L’avvocato Mimiruk chiese a Wilma di illustrare alla corte i dissapori intercorsi negli ultimi anni tra Dino Moser e Rosalba Mocenigo.
“Non si potevano evitare i dissapori” spiegò la suora. “Non quando alla parrocchia di Ol ‘Ngarua si vedevano ogni domenica una trentina di braccianti Kikuyu: donne con un bimbo per mano e uno sulle spalle, uomini anziani e malati vestiti di stracci con appresso solo uno sgabellino per riposarsi di tanto in tanto. Dal ranch della signora dovevano camminare venti chilometri per farsi visitare e curare al dispensario di Ol ‘Ngarua, o anche solo per assistere alla messa. Il dispensario parrocchiale fu fondato nei primi anni ‘90 da siter Alice e oggi viene gestito da due infermiere del posto. Vi si trovano medicinali a prezzo accessibile, bende e siringhe sterili e test di laboratorio sicuri. Dal marzo del 1999 ci vengono anche i braccianti della Mocenigo, tutti Kikuyu, gran lavoratori, non come i Pokot, assoldati per qualche scellino a fare da guardia alle mandrie, che quando si ammalano preferiscono morire piuttosto che provare le nostre medicine. Nel ’99 il dispensario del ranch venne chiuso per una politica di taglio alle spese. Allora lo stipendio di un’infermiera professionale in Kenya si aggirava attorno ai centocinquanta dollari mensili. E poi la signora non gradiva una chiesa nella sua proprietà.”
“Quindi la signora Mocenigo” incalzò Mimiruk, “non era molto amata dai Kikuyu del posto.”
Wilma confermò: “Il fatto che non fosse poi così amata dai Kikuyu non era solo una questione di dispensario e di chiesa. I piccoli agricoltori che vivevano a ridosso del ranch si lamentavano di continuo con Dino per gli animali che sconfinando devastavano le piantagioni, mentre lei si dimenticava spesso di pagare i danni. Per queste ragioni negli ultimi anni c’era maretta.”
Mimiruk le chiese dettagli e per Wilma svuotare il sacco contro Rosalba fu un vero piacere. “Il primo guaio accadde a metà anni ‘90, quando Dino visitò la scuola del ranch sponsorizzata dalla chiesa di Nyahururu, per parlare con il prete Kikuyu del posto di didattica e di attività pastorali; pochi giorni dopo, a mezzo lettera, cosa che lo infastidì parecchio, la Mocenigo gli fece sapere che lì non era il benvenuto, perché la chiesa creava problemi. Le attività di Dino, infatti, non erano mirate solo alla catechesi, ma all’organizzazione sociale e il più possibile autonoma delle comunità, temi verso cui i Kikuyu si rivelarono da subito piuttosto sensibili e pronti ad organizzarsi per far valere i propri diritti, a differenza delle etnie pastorali come i Pokot o i Maasai che, come sapete, sono per loro cultura più passive e accondiscendenti. ‘Sii anticlericale finché ti pare’ le disse allora per telefono, ‘ma lascia libera la tua gente: per i Kikuyu il rito, cattolico, protestante o tribale che sia, è una festa, di più, è un’esigenza!’ Ma lei non volle parlarne.”
“Non ebbero mai modo di confrontarsi a quattr’occhi in merito?”
“Dino si recò lì di persona, ma come l’ultimo degli sconosciuti non fu ricevuto. Trovò invece il figlio bulletto, ancora adolescente, con la voce in trasformazione e i capelli ossigenati, a torso nudo sulla sua motocicletta da cross, con quattro peli nel petto di sbarbatello. ‘La legge del Kenya consente agli sponsor di visitare liberamente le proprie scuole’ disse Dino. Al che il bulletto replicò: ‘Allora, father, vieni in aereo, non in macchina, perché la terra è nostra’. A dire il vero, in passato, affetto e collaborazione non erano mancati, ma più col marito che con lei.”
“A quale forma di collaborazione allude?”
“Dino noleggiava da Alonzo Flores a buon prezzo la scavatrice per i laghetti di raccoglimento dell’acqua piovana di Ol Moran. Dopo la morte di Alonzo, la scavatrice gli fu negata, con scuse diverse. Ma Dino era un montanaro e il lavoro non lo spaventava. Tra i Kikuyu di Ol Moran trovò manodopera volenterosa e con il sistema del food for work (mais in cambio del lavoro) fece scavare a mano decine di persone; questi laghetti divennero per la gente un mezzo di salvataggio nei periodi di siccità. I Kikuyu allora si organizzarono in una piccola cooperativa che vendeva l’acqua ai grossi farmer. La Mocenigo per un po’ riuscì a succhiare la loro acqua gratis, ma nel 1996 i Kikuyu decisero di prezzare l’acqua anche a lei, come facevano con tutti gli altri. Indignata, la signora chiese aiuto al viceprefetto locale, ma invano, dato che la cooperativa agiva in piena legalità. Ritenne Dino responsabile per questo: per aver aiutato i Kikuyu ad utilizzare al meglio le poche risorse idriche, rendendoli autosufficienti anche nell’emergenza.”
“Quindi, sebbene involontariamente, father Moser aveva arrecato un danno agli affari della signora” dedusse Mimiruk.
“Credo di sì. Pochi giorni dopo la lettera al viceprefetto, rincasando molto tardi, Dino attraversò in macchina l’enorme proprietà dei Flores Mocenigo, per evitare un giro di ore ed ore per tornare a casa. Lei andò su tutte le furie. Lui fu fermato dai guardiani Pokot armati di fucile e trattato come un ladro, peggio, come un bracconiere. Portato da lei con la canna di un fucile puntata alla schiena, le fece le sue scuse per l’invasione di proprietà e lei le accettò. Niente astio, pace fatta. Fino a due anni dopo, cioè agli eventi di Ol Moran del 1998. Gli scontri violentissimi avvennero a pochi chilometri dal ranch. Sessanta Kikuyu uccisi e altrettanti orrendamente mutilati, decine di donne stuprate e centinaia di capre da latte rubate o sgozzate. Come vi dicevo, Dino era in prima linea per proteggere le centinaia di Kikuyu dei villaggi limitrofi che rischiavano ancora la vita e per documentare le morti già avvenute quali frutto di un preciso disegno politico. Il suo scopo, oltre che salvare quante più vite possibile, era fornire informazioni e prove alla stampa nazionale e internazionale per costringere Moi, il maledetto, a fermare il genocidio in corso. Al che la Mocenigo scrisse al nunzio apostolico chiedendogli di non continuare a far passare sui giornali un’immagine così negativa del posto, perché in questo modo si rischiava di compromettere la stabilità del governo, il turismo e in ultima analisi l’economia locale. Fu a quel punto che i rapporti risultarono definitivamente compromessi. La gente moriva, la stampa era la sola arma di difesa e la signora pensava al suo business! Alla fine, l’eco sui mass media fu talmente forte che Moi, il demonio in persona, suo amico e sostenitore, dovette venire a Ol Moran, a scaricare la colpa della strage sul viceprefetto locale.”
Quando Rosalba fece il proprio ingresso in tribunale, fu subito chiaro a tutti che l’epoca della ricchezza e del prestigio per lei era ormai tramontata. Entrò in aula vestita semplicemente in pantaloni kaki e camicia di lino bianca, con un cappellaccio di paglia in testa e il volto solcato dalla tensione. Non era più il tempo per il trucco impeccabile e l’abito delle grandi occasioni. Sebbene scortata dall’ossigenato figlio Marcus e da un altro giovane italiano occhialuto pittorescamente avvolto in un mantello Maasai, fu insultata e strattonata dai Kikuyu che le si accalcarono attorno, mossi da rancore verso la ricca farmer che per anni aveva loro sottratto terra ed acqua impunemente, grazie all’appoggio della classe dirigente. Ma con dignità e compostezza, mama Rose non indugiò nel corridoio e in pochi secondi fu seduta al sicuro sul banco dei testimoni. Testimoniare ad un processo per omicidio, in un’aula affollata pregna di sudore e risentimento, era per lei un’umiliazione non da poco, eppure aveva accettato di recitare la sua parte. Avrei tanto voluto evitarle quella pena. Rosalba era stata per me una fata fascinosa e inviolabile fin dal giorno in cui l’avevo conosciuta. Mi ero recato a trovarla nel suo ranch soltanto una volta, ingenuamente fiducioso di poter convincerla a riaprire il dispensario per i braccianti Kikuyu.
Nei Paesi coloniali l’ospitalità era una necessità di vita, ma i bianchi vissuti a lungo con gli indigeni si inselvatichivano: finivano col dire sempre quello che pensavano, perché non avevano né motivo né occasione di mentire. Poi, quando la sera si ritrovavano fra loro, continuavano ad essere sinceri, spontanei, e non ritrovavano più le buone maniere convenzionali dell’occidente. Dino e Wilma appartenevano a questa categoria. Rosalba no. Rosalba aborriva i modi sbrigativi dei missionari, che considerava dei barbari. Per lei non esisteva inculturazione. Continuava a servire il tè agli ospiti sul servizio di ceramica inglese, e guai altrimenti. Non sembrava vivere realmente in Africa. Viveva sotto una campana di vetro riempita d’aria europea, senza la quale sarebbe certamente affogata in quell’Africa bella e selvaggia che la sua mente aveva conquistato solo nella fantasia. La sua realtà quotidiana, infatti, era intrisa di tutt’altri problemi. Nel 1999, Marcus era ormai il neo manager della proprietà; una volta morta anche la madre, avrebbe venduto tutto per una fortuna e si sarebbe trasferito senza indugio nella spiaggia della Florida dove due volte l’anno andava a fare surf con gli amici. Iris, che ormai si sentiva più londinese che keniota, stava per abbandonare gli studi universitari per interessarsi solo di balletto e di opera.
Avevo fatto visita a mama Rose per parlarle dei Kikuyu e invece lei mi parlò del defunto marito Alonzo, grasso e goloso, generoso e irresistibilmente simpatico, che cantava ubriaco con gli amici e raccontava barzellette sconce in spagnolo, bevendo scotch, porto, bailey e tutto quanto gli capitava sul bicchiere, e poi si addormentava russando in presenza degli ospiti, mentre lei lo prendeva a calci sotto la tavola per rinvenirlo. Ma ad Alonzo di solito non bastava una pedata sullo stinco per riaversi; i discorsi mondani e le serate con gli ambasciatori lo coinvolgevano sempre meno. Stava perdendo la vista a causa del diabete e si era fatto sensibile alla causa della cecità, iniziando a donare parecchi soldi ad una scuola speciale nei pressi di Meru, dove i piccoli albini ipovedenti scorrazzavano tra i pendii della giungla di banani. Rosalba mi versò il tè sopra un tavolino di cristallo, allungandomi l’album con le foto toccanti degli albini africani dalla pelle rosa ulcerata dal sole. Nel Meru l’acqua sgorgava dal monte Kenya, le valli erano punteggiate di margherite gialle selvatiche e di piantagioni di girasoli. Dalle colline più alte si scorgeva il deserto del nord. L’orizzonte di sabbia si estendeva fino a Isiolo e all’enorme cattedrale bianca costruita dai missionari cattolici volutamente più grande della moschea locale. Ormai alcolizzato e semicieco, negli ultimi mesi di vita Alonzo non cacciava più e non si recava più a far visita ai suoi piccoli albini; era diventato un peso morto e inutile, un fardello umiliante perfino per se stesso. Eppure Rosalba lo ricordava agile e prestante come nel giorno del loro primo incontro in un caffè di campo San Barnaba a Venezia.
“Venezia è un’isola” esordì. “I ponti sono vecchi, le case immobili sull’acqua. II suo mare va dall’oriente all’occidente. Chi vi nasce, vede il mondo con occhi differenti da tutti gli altri. Viverci è staccare i fili con la terra e farsi lenti, contemplativi. Era una giornata afosa di giugno, con il cielo biancastro ad annunciare la pioggia. Mancavano pochissimi giorni al termine della scuola. Avevo diciassette anni, ero una donna rinchiusa negli abiti di una bambina. Non un pensiero rivolto alla politica, o alla piega che stava prendendo la storia. Semplicemente il mio mondo: la verginità che volevo perdere e il vestito da indossare al ballo delle debuttanti... Ed eccoli là, stupefacenti, i due giovani stranieri seduti al plateatico: sorrisi accattivanti, aria narcisa e pettegola, abiti in seta chiara, cappello panama. Sorseggiavano del tè freddo con degli spicchi di limone. La marea era bassa, e allora come oggi saliva la puzza delle immondizie dal fondo dei canali. Mi invitarono a sedere con loro. Tra un sorriso e l’altro, mi parlarono di viaggi, dei bei posti dell’Europa che avevano visto, e soprattutto del Kenya, delle battute di caccia all’alba, dei barbecue alla luce arancio del tramonto. Racconti gonfiati, si capiva, e complimenti esageratamente esuberanti per me, che portavo ancora le trecce. Avevo i nervi in bilico, la paura mi strizzava la testa e mi paralizzava la lingua; ma la voglia di trasgredire divenne così forte che una porta si chiuse nella mia mente, lasciando fuori l’incertezza, e accettai il gioco, con tutta me stessa.” Interruppe il racconto, abbassò lo sguardo, rise e arrossì. Poi continuò. “Finii a letto con tutti e due, in una graziosa stanzetta di una locanda della Giudecca. Loro bevvero del vino bianco, io finsi di bere. Restammo insieme l’intero pomeriggio. Venuta sera, mi trascinai fino a casa, sul Canal Grande, tra l’umidità insopportabile e il fetore della mucillaggine. Mentre camminavo, si mise a piovere. In pochi attimi, le mie scarpe bianche di pezza si inzupparono e dei forti dolori reumatici mi strinsero le caviglie fino alle ginocchia. Avevo le gambe molli per ciò che avevo fatto, i brividi mi attanagliavano la schiena, e la voce... la voce l’avevo persa, assieme alla verginità, sotto la pioggia. Era una strana euforia, che un po’ mi spaventava. Sentivo ancora nelle labbra il sapore acre e pungente della saliva che sa di tabacco, e da quel giorno cominciai a fumare, forse per tenermi addosso un po’ di quel piacere così insolito, così proibito. La notte, prima di addormentarmi, mi convinsi di aver solo sognato. Per molto tempo raccontai a me stessa di aver sognato, quel pomeriggio afoso di giugno.” Finché un giorno, sette mesi dopo, il destino volle che Rosalba rincontrasse uno dei due stranieri solo sognati: Alonzo, l’amore della sua vita. La cornice ancora una volta era il mare, la luce di Venezia. Lungo la passeggiata delle Zattere, l’acqua si tingeva d’azzurro o di verde a seconda dell’umore delle persone, l’aria era leggera e il senso dello spazio dilatato.
L’avvocato Mimiruk chiese a Wilma di illustrare alla corte i dissapori intercorsi negli ultimi anni tra Dino Moser e Rosalba Mocenigo.
“Non si potevano evitare i dissapori” spiegò la suora. “Non quando alla parrocchia di Ol ‘Ngarua si vedevano ogni domenica una trentina di braccianti Kikuyu: donne con un bimbo per mano e uno sulle spalle, uomini anziani e malati vestiti di stracci con appresso solo uno sgabellino per riposarsi di tanto in tanto. Dal ranch della signora dovevano camminare venti chilometri per farsi visitare e curare al dispensario di Ol ‘Ngarua, o anche solo per assistere alla messa. Il dispensario parrocchiale fu fondato nei primi anni ‘90 da siter Alice e oggi viene gestito da due infermiere del posto. Vi si trovano medicinali a prezzo accessibile, bende e siringhe sterili e test di laboratorio sicuri. Dal marzo del 1999 ci vengono anche i braccianti della Mocenigo, tutti Kikuyu, gran lavoratori, non come i Pokot, assoldati per qualche scellino a fare da guardia alle mandrie, che quando si ammalano preferiscono morire piuttosto che provare le nostre medicine. Nel ’99 il dispensario del ranch venne chiuso per una politica di taglio alle spese. Allora lo stipendio di un’infermiera professionale in Kenya si aggirava attorno ai centocinquanta dollari mensili. E poi la signora non gradiva una chiesa nella sua proprietà.”
“Quindi la signora Mocenigo” incalzò Mimiruk, “non era molto amata dai Kikuyu del posto.”
Wilma confermò: “Il fatto che non fosse poi così amata dai Kikuyu non era solo una questione di dispensario e di chiesa. I piccoli agricoltori che vivevano a ridosso del ranch si lamentavano di continuo con Dino per gli animali che sconfinando devastavano le piantagioni, mentre lei si dimenticava spesso di pagare i danni. Per queste ragioni negli ultimi anni c’era maretta.”
Mimiruk le chiese dettagli e per Wilma svuotare il sacco contro Rosalba fu un vero piacere. “Il primo guaio accadde a metà anni ‘90, quando Dino visitò la scuola del ranch sponsorizzata dalla chiesa di Nyahururu, per parlare con il prete Kikuyu del posto di didattica e di attività pastorali; pochi giorni dopo, a mezzo lettera, cosa che lo infastidì parecchio, la Mocenigo gli fece sapere che lì non era il benvenuto, perché la chiesa creava problemi. Le attività di Dino, infatti, non erano mirate solo alla catechesi, ma all’organizzazione sociale e il più possibile autonoma delle comunità, temi verso cui i Kikuyu si rivelarono da subito piuttosto sensibili e pronti ad organizzarsi per far valere i propri diritti, a differenza delle etnie pastorali come i Pokot o i Maasai che, come sapete, sono per loro cultura più passive e accondiscendenti. ‘Sii anticlericale finché ti pare’ le disse allora per telefono, ‘ma lascia libera la tua gente: per i Kikuyu il rito, cattolico, protestante o tribale che sia, è una festa, di più, è un’esigenza!’ Ma lei non volle parlarne.”
“Non ebbero mai modo di confrontarsi a quattr’occhi in merito?”
“Dino si recò lì di persona, ma come l’ultimo degli sconosciuti non fu ricevuto. Trovò invece il figlio bulletto, ancora adolescente, con la voce in trasformazione e i capelli ossigenati, a torso nudo sulla sua motocicletta da cross, con quattro peli nel petto di sbarbatello. ‘La legge del Kenya consente agli sponsor di visitare liberamente le proprie scuole’ disse Dino. Al che il bulletto replicò: ‘Allora, father, vieni in aereo, non in macchina, perché la terra è nostra’. A dire il vero, in passato, affetto e collaborazione non erano mancati, ma più col marito che con lei.”
“A quale forma di collaborazione allude?”
“Dino noleggiava da Alonzo Flores a buon prezzo la scavatrice per i laghetti di raccoglimento dell’acqua piovana di Ol Moran. Dopo la morte di Alonzo, la scavatrice gli fu negata, con scuse diverse. Ma Dino era un montanaro e il lavoro non lo spaventava. Tra i Kikuyu di Ol Moran trovò manodopera volenterosa e con il sistema del food for work (mais in cambio del lavoro) fece scavare a mano decine di persone; questi laghetti divennero per la gente un mezzo di salvataggio nei periodi di siccità. I Kikuyu allora si organizzarono in una piccola cooperativa che vendeva l’acqua ai grossi farmer. La Mocenigo per un po’ riuscì a succhiare la loro acqua gratis, ma nel 1996 i Kikuyu decisero di prezzare l’acqua anche a lei, come facevano con tutti gli altri. Indignata, la signora chiese aiuto al viceprefetto locale, ma invano, dato che la cooperativa agiva in piena legalità. Ritenne Dino responsabile per questo: per aver aiutato i Kikuyu ad utilizzare al meglio le poche risorse idriche, rendendoli autosufficienti anche nell’emergenza.”
“Quindi, sebbene involontariamente, father Moser aveva arrecato un danno agli affari della signora” dedusse Mimiruk.
“Credo di sì. Pochi giorni dopo la lettera al viceprefetto, rincasando molto tardi, Dino attraversò in macchina l’enorme proprietà dei Flores Mocenigo, per evitare un giro di ore ed ore per tornare a casa. Lei andò su tutte le furie. Lui fu fermato dai guardiani Pokot armati di fucile e trattato come un ladro, peggio, come un bracconiere. Portato da lei con la canna di un fucile puntata alla schiena, le fece le sue scuse per l’invasione di proprietà e lei le accettò. Niente astio, pace fatta. Fino a due anni dopo, cioè agli eventi di Ol Moran del 1998. Gli scontri violentissimi avvennero a pochi chilometri dal ranch. Sessanta Kikuyu uccisi e altrettanti orrendamente mutilati, decine di donne stuprate e centinaia di capre da latte rubate o sgozzate. Come vi dicevo, Dino era in prima linea per proteggere le centinaia di Kikuyu dei villaggi limitrofi che rischiavano ancora la vita e per documentare le morti già avvenute quali frutto di un preciso disegno politico. Il suo scopo, oltre che salvare quante più vite possibile, era fornire informazioni e prove alla stampa nazionale e internazionale per costringere Moi, il maledetto, a fermare il genocidio in corso. Al che la Mocenigo scrisse al nunzio apostolico chiedendogli di non continuare a far passare sui giornali un’immagine così negativa del posto, perché in questo modo si rischiava di compromettere la stabilità del governo, il turismo e in ultima analisi l’economia locale. Fu a quel punto che i rapporti risultarono definitivamente compromessi. La gente moriva, la stampa era la sola arma di difesa e la signora pensava al suo business! Alla fine, l’eco sui mass media fu talmente forte che Moi, il demonio in persona, suo amico e sostenitore, dovette venire a Ol Moran, a scaricare la colpa della strage sul viceprefetto locale.”
Quando Rosalba fece il proprio ingresso in tribunale, fu subito chiaro a tutti che l’epoca della ricchezza e del prestigio per lei era ormai tramontata. Entrò in aula vestita semplicemente in pantaloni kaki e camicia di lino bianca, con un cappellaccio di paglia in testa e il volto solcato dalla tensione. Non era più il tempo per il trucco impeccabile e l’abito delle grandi occasioni. Sebbene scortata dall’ossigenato figlio Marcus e da un altro giovane italiano occhialuto pittorescamente avvolto in un mantello Maasai, fu insultata e strattonata dai Kikuyu che le si accalcarono attorno, mossi da rancore verso la ricca farmer che per anni aveva loro sottratto terra ed acqua impunemente, grazie all’appoggio della classe dirigente. Ma con dignità e compostezza, mama Rose non indugiò nel corridoio e in pochi secondi fu seduta al sicuro sul banco dei testimoni. Testimoniare ad un processo per omicidio, in un’aula affollata pregna di sudore e risentimento, era per lei un’umiliazione non da poco, eppure aveva accettato di recitare la sua parte. Avrei tanto voluto evitarle quella pena. Rosalba era stata per me una fata fascinosa e inviolabile fin dal giorno in cui l’avevo conosciuta. Mi ero recato a trovarla nel suo ranch soltanto una volta, ingenuamente fiducioso di poter convincerla a riaprire il dispensario per i braccianti Kikuyu.
Nei Paesi coloniali l’ospitalità era una necessità di vita, ma i bianchi vissuti a lungo con gli indigeni si inselvatichivano: finivano col dire sempre quello che pensavano, perché non avevano né motivo né occasione di mentire. Poi, quando la sera si ritrovavano fra loro, continuavano ad essere sinceri, spontanei, e non ritrovavano più le buone maniere convenzionali dell’occidente. Dino e Wilma appartenevano a questa categoria. Rosalba no. Rosalba aborriva i modi sbrigativi dei missionari, che considerava dei barbari. Per lei non esisteva inculturazione. Continuava a servire il tè agli ospiti sul servizio di ceramica inglese, e guai altrimenti. Non sembrava vivere realmente in Africa. Viveva sotto una campana di vetro riempita d’aria europea, senza la quale sarebbe certamente affogata in quell’Africa bella e selvaggia che la sua mente aveva conquistato solo nella fantasia. La sua realtà quotidiana, infatti, era intrisa di tutt’altri problemi. Nel 1999, Marcus era ormai il neo manager della proprietà; una volta morta anche la madre, avrebbe venduto tutto per una fortuna e si sarebbe trasferito senza indugio nella spiaggia della Florida dove due volte l’anno andava a fare surf con gli amici. Iris, che ormai si sentiva più londinese che keniota, stava per abbandonare gli studi universitari per interessarsi solo di balletto e di opera.
Avevo fatto visita a mama Rose per parlarle dei Kikuyu e invece lei mi parlò del defunto marito Alonzo, grasso e goloso, generoso e irresistibilmente simpatico, che cantava ubriaco con gli amici e raccontava barzellette sconce in spagnolo, bevendo scotch, porto, bailey e tutto quanto gli capitava sul bicchiere, e poi si addormentava russando in presenza degli ospiti, mentre lei lo prendeva a calci sotto la tavola per rinvenirlo. Ma ad Alonzo di solito non bastava una pedata sullo stinco per riaversi; i discorsi mondani e le serate con gli ambasciatori lo coinvolgevano sempre meno. Stava perdendo la vista a causa del diabete e si era fatto sensibile alla causa della cecità, iniziando a donare parecchi soldi ad una scuola speciale nei pressi di Meru, dove i piccoli albini ipovedenti scorrazzavano tra i pendii della giungla di banani. Rosalba mi versò il tè sopra un tavolino di cristallo, allungandomi l’album con le foto toccanti degli albini africani dalla pelle rosa ulcerata dal sole. Nel Meru l’acqua sgorgava dal monte Kenya, le valli erano punteggiate di margherite gialle selvatiche e di piantagioni di girasoli. Dalle colline più alte si scorgeva il deserto del nord. L’orizzonte di sabbia si estendeva fino a Isiolo e all’enorme cattedrale bianca costruita dai missionari cattolici volutamente più grande della moschea locale. Ormai alcolizzato e semicieco, negli ultimi mesi di vita Alonzo non cacciava più e non si recava più a far visita ai suoi piccoli albini; era diventato un peso morto e inutile, un fardello umiliante perfino per se stesso. Eppure Rosalba lo ricordava agile e prestante come nel giorno del loro primo incontro in un caffè di campo San Barnaba a Venezia.
“Venezia è un’isola” esordì. “I ponti sono vecchi, le case immobili sull’acqua. II suo mare va dall’oriente all’occidente. Chi vi nasce, vede il mondo con occhi differenti da tutti gli altri. Viverci è staccare i fili con la terra e farsi lenti, contemplativi. Era una giornata afosa di giugno, con il cielo biancastro ad annunciare la pioggia. Mancavano pochissimi giorni al termine della scuola. Avevo diciassette anni, ero una donna rinchiusa negli abiti di una bambina. Non un pensiero rivolto alla politica, o alla piega che stava prendendo la storia. Semplicemente il mio mondo: la verginità che volevo perdere e il vestito da indossare al ballo delle debuttanti... Ed eccoli là, stupefacenti, i due giovani stranieri seduti al plateatico: sorrisi accattivanti, aria narcisa e pettegola, abiti in seta chiara, cappello panama. Sorseggiavano del tè freddo con degli spicchi di limone. La marea era bassa, e allora come oggi saliva la puzza delle immondizie dal fondo dei canali. Mi invitarono a sedere con loro. Tra un sorriso e l’altro, mi parlarono di viaggi, dei bei posti dell’Europa che avevano visto, e soprattutto del Kenya, delle battute di caccia all’alba, dei barbecue alla luce arancio del tramonto. Racconti gonfiati, si capiva, e complimenti esageratamente esuberanti per me, che portavo ancora le trecce. Avevo i nervi in bilico, la paura mi strizzava la testa e mi paralizzava la lingua; ma la voglia di trasgredire divenne così forte che una porta si chiuse nella mia mente, lasciando fuori l’incertezza, e accettai il gioco, con tutta me stessa.” Interruppe il racconto, abbassò lo sguardo, rise e arrossì. Poi continuò. “Finii a letto con tutti e due, in una graziosa stanzetta di una locanda della Giudecca. Loro bevvero del vino bianco, io finsi di bere. Restammo insieme l’intero pomeriggio. Venuta sera, mi trascinai fino a casa, sul Canal Grande, tra l’umidità insopportabile e il fetore della mucillaggine. Mentre camminavo, si mise a piovere. In pochi attimi, le mie scarpe bianche di pezza si inzupparono e dei forti dolori reumatici mi strinsero le caviglie fino alle ginocchia. Avevo le gambe molli per ciò che avevo fatto, i brividi mi attanagliavano la schiena, e la voce... la voce l’avevo persa, assieme alla verginità, sotto la pioggia. Era una strana euforia, che un po’ mi spaventava. Sentivo ancora nelle labbra il sapore acre e pungente della saliva che sa di tabacco, e da quel giorno cominciai a fumare, forse per tenermi addosso un po’ di quel piacere così insolito, così proibito. La notte, prima di addormentarmi, mi convinsi di aver solo sognato. Per molto tempo raccontai a me stessa di aver sognato, quel pomeriggio afoso di giugno.” Finché un giorno, sette mesi dopo, il destino volle che Rosalba rincontrasse uno dei due stranieri solo sognati: Alonzo, l’amore della sua vita. La cornice ancora una volta era il mare, la luce di Venezia. Lungo la passeggiata delle Zattere, l’acqua si tingeva d’azzurro o di verde a seconda dell’umore delle persone, l’aria era leggera e il senso dello spazio dilatato.
Lei guardava le barche ancorate fare l’amore con l’acqua e i gabbiani sotto il limpido sole, litigiosi per un pezzo di pane. Amava starsene lì ore da sola, a respirare profondamente, a contare le navi del porto, lentissime, secolari come i vaporetti. Di fronte a lei, l’isola della Giudecca, e subito il piacere nella mente. E mentre ricordava, un’onda la bagnò, infrangendosi violentemente sulla fondamenta. Fu in quel momento che, in un tavolino non lontano sotto il gelo di gennaio, vide il cappello panama che conosceva e che ogni notte aveva sognato di rincontrare. Vide quello sguardo burlone nascosto dietro gli occhiali neri, e un soprabito di lana color panna, perché lui amava gli abiti chiari. Rosalba parlava come se stesse scrivendo un romanzo. Ogni sua frase sembrava calibrata e premeditata, calcolata al millesimo in un perfezionismo senza tregua: non c’era modo per l’interlocutore di sdrammatizzare, di riportare i toni ad un livello più colloquiale. “Sentii forte la paura di innamorarmi, ma l’emozione fu più veloce. Ero già innamorata, mi era bastato un attimo. E mi scoprii a tremare, con gli occhi spalancati, immobili, come se fossi morta, morta per l’eternità. Lui mi vide, mi sorrise, sorrise ai miei capelli, aggrovigliati come rami secchi al vento, e i contorni di quel corpo alto e perfetto mi legarono, tirando a sé i lacci. Quando gli fui vicina, si ricordò di me, e allora sorrise di nuovo e di più: di tenerezza, o forse di distacco. Sul tavolino stavolta non c’era del tè freddo al limone, ma un liquore fumante con dentro una scorza di arancia. Alonzo stringeva un piccolo libro tra le mani, un’edizione preziosa ben rilegata, il romance shakespeariano The Tempest. Canticchiò allegramente con imperdibile accento spagnolo: Full fadom five thy father lies; of his bones are coral made; those are pearls that were his eyes... Sea-change, la musica, dolce suono di metamorfosi. Musica divina, lo sfregamento delle sfere celesti nel loro perpetuo moto circolare. Poesia e musica, ah! Due facce della stessa arte. Sssst, lo senti? Tutto è ritmo: i versi, il sole, le stagioni, il cuore, il sesso... Ritmi lenti per la contemplazione, ritmi frenetici per la passione. Ma tutto, tutto si ripete nel tempo.’ Detto questo mi baciò. Mi succhiò le labbra per gioco, e lo sentii così inquietante, come se fosse stato l’uomo più caro del mondo. Il mare, i gabbiani, i vecchi che leggevano il giornale, le mamme con le carrozzine, scomparve tutto, e restammo soltanto noi. Finché il disagio divenne paura. Fitte di paura deboli e poi più forti, terribili, mi trafissero il corpo intorpidendomi a tal punto da sentire il formicolio sulla lingua e sulle labbra, e i miei muscoli, uno dopo l’altro, si irrigidirono. Lui se ne accorse, mi lasciò scivolare via. Ma quando credevo di essergli ormai lontana, mi sentii stringere il braccio con forza ed io, io che non volevo voltarmi, ebbi l’impressione che la manica mi venisse strappata....”
Fin qui il suo barocco racconto. Poi il matrimonio, l’avventura in Kenya, inizialmente terra di vacanze e di battute di caccia. Poi l’acquisizione della proprietà a Laikipia e la costruzione del lodge. Rosalba amava dipingere, e conservava alle pareti decine di ritratti del marito. Allo scorrere delle ore e al girar del sole, man mano che la luce raggio dopo raggio penetrava in casa, un nuovo quadro veniva illuminato. Mi spiegò che i quadri non avevano un posto fisso, ma venivano appesi a turno, poiché troppo numerosi per starci tutti insieme nelle stanze. Eppure ne dipingeva sempre di nuovi. Nei dipinti, i lineamenti di Alonzo apparivano giovani, perfetti e superbi, lo sguardo fiero e sereno. Dai colpi di pennello vibravano canzoni di rimpianto e nostalgia. Tratteggi a pastello colorato per infinite piccole ombreggiature: il gioco della luce sulla superficie del volto. Il riso tra le stoffe e i ciuffi di lana: l’allegria di un letto caldo d’inverno. Tanti piccoli fiori ritagliati da vecchie riviste di giardinaggio: l’esuberanza della natura. Un lungo chimono orientale finemente decorato in oro e smalti copriva e stringeva i corpi sotto le geometrie klimtiane a triangoli e spirali: l’abbraccio. Effimere macchie di acquerello sui lineamenti del volto leggermente incisi sulla carta, e impronte di baci e di polpastrelli sul tenue colore ancora fresco: l’evanescenza dell’erotismo. Pennellate scure, violente e decise, un drammatico contrasto chiaroscurale per un’espressione cupa e impenetrabile, lo sguardo nel vuoto, le sopracciglia aggrottate, la mano a sorreggere la testa: la riflessione. E tanti graffiti, stesure di cera colorata che riemergevano sotto uno strato di china nera raschiata via: dopo la morte, la rinascita. Da ogni quadro emergeva il sorriso iridescente della vita, ed era sempre il sorriso dello stesso uomo. Giorno dopo giorno, tela dopo tela, ruga dopo ruga, dopo una giornata passata al sole d’alta quota, seduta nella sua veranda tra i cespugli di buganvillee, la sera Rosalba aveva dipinto sempre il suo amato Alonzo, che nell’arte non sarebbe mai invecchiato. Quella donna, esile e lunga come un obelisco, aveva gustato gli infiniti pigmenti del mondo nel volto di un solo uomo.
Come d’usanza tra i farmer europei, Alonzo riposava in una tomba ricavata nel suo giardino, sotto una grossa pietra vulcanica ricoperta di ibischi. A terra c’erano ancora dei grumi di cera blu. Rosalba ogni sera accendeva quattro grosse candele ai piedi della lapide in travertino giallo striato, fatto arrivare in bagaglio diplomatico dall’Italia. Il testo era stato inciso in caratteri maiuscoli da un amico scultore, un toscano di Pietrasanta, in memoria del caro estinto e delle sue inclinazioni letterarie:
THERE I SAW ONE I KNEW AND STOPPED HIM CRYING: STATSON! YOU WHO WERE WITH ME IN THE SHIPS AT MYLAE! THAT CORPSE YOU PLANTED LAST YEAR IN YOUR GARDEN, HAS IT BEGAN TO SPROUD? WILL IT BLOOM THIS YEAR? OR HAS THE SUDDEN FROST DISTURBED ITS BED? OH, KEEP THE DOG FAR HENCE, THAT’S FRIEND TO MAN, OR WITH HIS NAILS HE’LL DIG IT UP AGAIN. YOU – HYPOCRITE LECTEUR – MON SEMBLABLE, MON FRERE.[1]
Dino diceva sempre che sarebbe bastato un cartello di divieto di accesso ai cani, di quelli che si trovano all’ingresso dei parchi pubblici, e scherniva quel mondo dorato e artificioso, liquidandolo in dialetto: “Co’ te ghè i schei...” Rosalba invece lo prendeva molto sul serio. “Ora Alonzo è ovunque” dichiarò. “In quest’aria del Kenya che ha tanto amato e che era tutta la sua vita, in questa polvere rossa, nel leopardo, nell’elefante, nell’ibisco, nella pietra che lo ha ucciso. Egli vede il mondo in un granello di sabbia e il cielo in un fiore selvatico; tiene l’infito nel palmo della mano e l’eternità in un’ora. Difenderò la sua terra con i denti.”
Lunghi capelli lisci rossi di henna, viso rugoso per il sole equatoriale, occhi azzurri, grandi e intelligenti, che ti guardavano sempre diritto in faccia, senza paura o imbarazzo; denti grandi e bianchissimi, corpo asciutto, seni piccoli e appuntiti; un cappello di paglia bianca finemente intrecciata, un rivolo di sudore che colava dalla fronte, grandi orecchini d’argento, di lavorazione indiana con pietre di malachite incastonate, braccialetti hindu di vetro ai polsi e alle caviglie. Ai miei occhi Rosalba si manifestava come una donna dura e stupenda, scolpita dal sole e dalla sofferenza, veloce e scattosa nei movimenti, solcata dalle responsabilità della gabbia che lei stessa si era costruita. Ed era bellissima, con tutta quella poesia calcificata nelle ossa stanche. La immaginai trent’anni prima, con la pelle liscia e la freschezza d’animo di un’adolescente, la ninfa acquatica che alle Zattere aveva perduto la verginità abbandonandosi alle voglie di due sconosciuti; e pochi anni dopo, tra le braccia di Alonzo, al chiaro di luna delle notti di Laikipia. Sotto la scorza della scaltra imprenditrice, Rosalba era rimasta una ricca donna di laguna: intelligente, colta, raffinata, pessimista, polemica e sempre velata dall’ombra della melanconia delle gelide calli di pietra grigia, della nebbia che nelle mattine d’inverno inghiottiva ogni cosa, anche la luce fioca dei lampioni. La sua pelle indossava i colori del sole africano, ma sotto l’abito reso fiero e irriducibile dallo scorrere delle dure stagioni dell’equatore, il suo temperamento era rimasto languido e lamentoso. Proveniva da una stirpe di nobili navigatori, che nelle meraviglie dei mondi lontani avevano individuato dei colori preziosi per orientarsi nel caos del tempo e nella monotonia dei paesaggi, come le case variopinte delle isole scandivano la laguna monocolore sfumata nella foschia.
“Non Le manca Venezia?” le chiesi.
Ma lei sosteneva di odiare Venezia e la sua nebbia, l’afa delle bravi estati, il cielo biancastro e il sole fastidioso che impediva di guardare a lungo il mare. Nel suo animo irrequieto non era sopravvissuta l’allegria e la mutevolezza delle isole della laguna, che nessuno poteva contare, perché andavano e venivano con le maree, come gli uccelli; del continuo emergere e inabissarsi di baie, barene, canali, tesori nascosti, città del passato, antiche imbarcazioni romane; dei fazzoletti di terra coltivata in mezzo alle distese di melma, acqua e arbusti; della torre della cattedrale di Torcello nella luce rosa e violetta del crepuscolo, dei colori sgargianti delle case di Burano, con le loro piccole finestre decorate con tendine di pizzo, dei fari rossi degli aerei in arrivo a Tessera, dei fumi nerastri che dalle ciminiere di Porto Marghera salivano fino al cielo, a formare innaturali nuvole scure; della città trasparente di acqua e di vetro, sospesa tra le cupole verdi e i campanili, tra il ritmo dell’uomo e quello delle maree. Ricordava invece le giornate di pioggia, a Venezia più tetre che altrove, le interminabili liti dei marinai, la ressa dei turisti d’estate, gli abiti decadenti da vecchi sognatori del Carnevale, i fiocchi di plastica rossa delle festività natalizie. “I giorni sarebbero passati tutti uguali se fossi rimasta” asserì. “La monotonia dell’acqua avrebbe reso ogni cosa banale e ripetitiva nella mia vita. Se non hai i colori nella mente, se non sei vivo dentro, muori a Venezia: rallenti, invecchi, guardando il mare e i gabbiani, e muori. Quando torno nella casa dei miei genitori, mi manca il sole dell’Africa. Sento gli occhi pesanti come macigni e la testa instabile, mentre mi sembra che la carne mi cada a brandelli per la stanchezza. Quando Alonzo mi parlava del mare, io gli chiedevo: ma quale mare? Dove sono i pesci, le conchiglie? E dov’è il fondo? L’acqua è profonda mezzo metro eppure non vedi il fondo. Ci metti un piede dentro e ti ammali. E’ una fogna, non un mare.”
Di Venezia Rosalba ricordava solo scene desolanti: immondizie e bottiglie vuote, pezze di stoffa che galleggiavano, ratti morti che galleggiavano col resto; l’alta marea come una condanna, una maledizione, i veneziani con gli stivali, gli studenti con i sacchetti di nylon nero ai piedi e i turisti divertiti, che giravano scalzi non sapendo che in quel modo rischiavano di ammalarsi di leptospirosi. Mama Rose fin da ragazza era stata veloce e nervosa. “Camminavo nei vicoli” ricordò, “con i piedi disfatti dalle vecchie pavimentazioni in porfido tutte malmesse. I reumatismi, di cui soffrivano tutte le donne della mia famiglia, mi erano arrivati più in fretta di quel che avrei potuto immaginare, e il dolore fisico aveva fatto crescere in me l’insofferenza. Una sera, camminando a fatica lungo la calle buia, stretta e puzzolente per gli escrementi di cane, strisciai entrambi i muri sudici finché le unghie mi si spezzarono. Striai quei muri col mio stesso sangue, ma la rabbia fu più forte del dolore. Mi gratificò il solo pensiero di scrivere ‘Ti odio Venezia’. E così feci: lo scrissi col sangue su una di quelle pareti logore.” Sospirò, ansiosa e colma di rammarico, e ribadì: “E’ solo acqua di laguna. Perché la chiamano mare?”
I disagi veneziani li avevo conosciuti bene durante gli studi universitari dei primi anni ‘90, ma non ci avevo fatto troppo caso, entusiasta com’ero di vivere per cinque giorni a settimana in una città ricca di fascino e di stimoli. Ogni estate le Zattere si coloravano del bianco e del rosa degli oleandri in fiore, mentre la brezza marina tergeva l’aria. Le case multicolori della Giudecca, tra i lampioni rosa e il va e vieni delle barche, sembravano dipinte in un sogno. Durante la pausa pranzo ero sempre lì, ad osservare le mutazioni, ad ascoltare il rumore delle onde, lo sgorgare delle fontane, il verso dei gabbiani posati sui pali di legno verniciato d’azzurro conficcati nell’acqua come ormeggi. Era la tarda sera di una notte di fine inverno quando, dall’appartamento dove dormivo, in una soffitta fatiscente della corte Contarina, vidi bruciare il teatro La Fenice. Sentii degli scoppi e, affacciatomi alla finestra, notai dei bagliori innaturali: il tetto della Fenice implose su se stesso e crollò, in un attimo. Da ogni angolo del sestiere si alzò l’urlo della gente: “XE DRIO BRUZAR LA FENICE!” Alcune donne della corte blaterarono che c’erano dei feriti. Non esitai allora a prendere la cassetta del pronto soccorso e alcune coperte frugate dai letti dei miei compagni, e mi lanciai di corsa giù per le ripide scale del palazzo e poi per le calli strette, animate solo dalle grida delle centinaia di persone uscite di casa in pigiama e vestaglia. Arrivato sul posto, realizzai con sollievo che non c’era nessun ferito nemmeno lieve tra gli abitanti della zona. Dal cielo pioveva l’acqua calda degli idranti. Il grande teatro andava in fumo, malgrado la fatica disperata dei pompieri. Uno di loro sedeva affranto su un muretto, prendendosi una pausa. Una lacrima gli striava la guancia nera di fuliggine. “Anca i teatri gà un’anima” ammise. “Ghe xe xente che pianxe co ‘i more bruxai.” Tornai sul posto parecchi giorni dopo l’incendio. Erano gli ultimi giorni del Carnevale veneziano e le strade brulicavano di stupefacenti maschere pseudo-antiche; le vetrine traboccavano di dolci, musica e perline. Tutto era una macchia di colore e ogni dettaglio dilettava i miei sensi. Le persone mascherate, dietro i propri veli di mistero, posavano a lungo immobili negli angoli più suggestivi, per le macchine fotografiche dei turisti incantati. Sostai qualche minuto ai piedi dello scheletro del teatro, di cui erano rimaste solo le pareti esterne, completamente annerite dal fumo. I canali tutt’intorno erano stati prosciugati per ripulire bene il fondo, prima di iniziare la ricostruzione. Non avevo mai visto il fondale di un canale di Venezia: vecchie immondizie, ferraglia, elettrodomestici arrugginiti grandi e piccoli, materassi marci e molte altre cianfrusaglie, su un letto di melma nera come pece. Ricordavo quei giorni decadenti con piacere e nostalgia. “Di Venezia ho sempre apprezzato la filosofia” osservai. “Tutto è vecchio di secoli e più. Nell’entroterra le città si allargano, gli alberi si ammalano o crescono troppo, in ogni caso per fare posto alle piste ciclabili bisogna tagliarli. A volte torniamo nei posti che ci sono cari e troviamo tutto cambiato: nuove case, nuove persone... Non riconosciamo più i luoghi della nostra infanzia. E’ triste. Talvolta mi chiedo se c’è un limite, un cerchio oltre il quale le città non si possono estendere. A Venezia, invece, tutto rimane uguale. La gente se la prende con calma. D’accordo, è arrivata la tecnologia, ma non ci si è sforzati di trovare il modo di aggiungere altri pezzi attorno alla città. E’ come se il mare stringesse le case in una dolce prigionia, placando ogni desiderio di ingrandimento e sbarrando la strada alla speculazione edilizia.”
Lei mi ascoltava attentamente in silenzio.
“Quello che ricordo di Venezia sono in particolare le Zattere” continuai. “Alle Zattere, i vecchi senza denti e i neonati nelle carrozzine si sorridevano: si capivano. E’ stato così, che mangiando un panino per pranzo, seduto su una panchina, ho capito. La vita torna alla morte come il sole torna alla terra e le stagioni ripetono all’infinito il loro moto circolare. Sono nato, morirò. In pratica sono già morto. E quando viaggiamo, spesso ci sfugge che il punto dove siamo diretti è lo stesso da cui siamo partiti. Ci mettiamo in viaggio per partire, e non sappiamo che viaggeremo per tornare.”
Rosalba sembrò angosciarsi al suono delle mie parole. Mi guardò con la bocca stretta. Poi, laconica, spazzò dalla propria testa i residui di quella conversazione: “Perché sei venuto qui?” Tutto d’un tratto, pur non capendone il motivo, mi aveva percepito come una minaccia. “La vostra religione è pericolosa, come tutte le altre” continuò, senza lasciarmi replicare. “Un po’ di sano agnosticismo gioverebbe al mondo. Per Marx la religione era l’oppio dei popoli: con la promessa del paradiso, annebbiava le persone in un’ubbidienza passiva. Ora la vostra religione è diventata la cocaina dei popoli: eccitate la gente indebolita dalla fame con le promesse di un impossibile riscatto sociale. I miei Kikuyu e miei Pokot avevano i loro riti e le loro medicine ben prima che voi arrivaste. E’ mio compito e mia responsabilità salvaguardare questa terra e quello che contiene, comprese le sue tradizioni millenarie.”
Il tono del dialogo all’improvviso s’era fatto aspro, senza che io capissi perché. “La cultura non è una scatola, si acquisiscono sempre nuovi elementi” ribattei. “Ormai i Kikuyu si sono abituati al Dio cristiano e agli antibiotici, Lei non glieli può togliere da un giorno all’altro.”
Rosalba sospirò ancora, più profondamente, quasi in preda ad un attacco d’asma o di angoscia. “Voi li avete abituati. Ma non illudetevi. Appena vi girate, torna tutto allo stato selvaggio. Lo sa bene chi coltiva la terra in alta quota. E vale anche per voi preti. Venendo a Laikipia in macchina da Nairobi, passo per Gilgil e osservo il politecnico un tempo messo in piedi con perizia ed efficienza dai missionari italiani e ora ridivorato dalla giungla. Ceduta al clero locale, la struttura è andata a rotoli rapidamente. Ritardi, inerzia, mala gestione, sporcizia e disordine. Un’opera calata dall’alto agli africani è sempre destinata ad essere rasa al suolo progressivamente dal tempo e dai fatti. E comunque, non ho mai negato a nessuno due pillole di chinino, né la domenica libera per recarsi in chiesa.”
Cercai allora di mostrarle gentilezza. “Non è mia intenzione accusarLa o giudicarLa” le dissi, “né sminuire la Sua sensibilità di donna e di scrittrice, o mettere in dubbio le Sue buone intenzioni nella conservazione dell’ambiente e delle tradizioni locali. L’unica cosa che mi sento di dirLe con certezza è che l’Africa è fuori dal Suo cancello.”
Lei si indignò di più. Il viso le si irrorò di sangue, sbatté il pugno sul tavolino di cristallo, si alzò in piedi. Le due vecchie Pokot sedute alla porta smisero di intrecciare i fili di perline e si voltarono a guardarla. In preda alla furia, mama Rose sfoderò tutta la passione di cui era capace: “MA QUALE AFRICA, CHIERICHETTO DI ORATORIO CHE NON SEI ALTRO!!” mi urlò nelle orecchie. “Io ho la mia Africa e voi avete la vostra, dove sfogate le frustrazioni e i sensi di colpa cercando di rendervi utili, dove lottate per trovare un posto nel mondo aiutando gente che non vi ha chiesto di essere aiutata, dove importate sistemi politici, medicine e religioni estranee, dove schiavizzate la gente con gli aiuti internazionali, dove finanziate e sostenete progetti impossibili. E tutto questo perché? Perché in Italia non vi fila più e allora venite qui, a portare le vostre croci dove l’aria è più rarefatta e leggera? Vergognatevi. Voi preti siete tutti uguali.”
“Io non sono un prete.”
“Fa niente, è lo stesso. Sei un postulante, un seminarista?”
“No, io sono...”
“Da cosa scappi? Ci sarà pur qualcosa che ti sei lasciato alle spalle?”
Rosalba mi eccitava nella mente e nel corpo. Di fronte a tanta forza e bellezza, non riuscii a mentire: “Ho avuto due genitori anziani e un po’ all’antica” le confidai. “Credo di scappare da loro, da mia madre in particolare, che ha sempre trovato mille modi per ricattarmi e tenermi legato a lei. Ecco, io nelle mie montagne avevo tutta l’aria del mondo. Eppure in certi giorni sentivo di dover scappare per poter continuare a respirare.”
Finalmente, alla sincerità di quella confessione, l’impeto di Rosalba si placò. Mi chiese dolcemente: “Pensi di esserci riuscito?”
“Non saprei. In ogni caso, l’ho pagata cara. Ho la malaria, e con gli attacchi di febbre il mio cervello diventa un granchio che cammina a ritroso. Mi ritrovo impantanato nelle sabbie della mia vecchia casa, dei miei ricordi... dei miei rimpianti.”
Smisi di parlare, perché incapace di proseguire mantenendo un filo logico. Tutta la mia vita era stata segnata dal senso di colpa e di responsabilità verso i miei anziani genitori. Il dilemma si era fatto chiaro più che mai nel corso della mia permanenza in Africa. Mi trovavo ad un bivio, una prigionia senza scampo che mi angosciava e mi spaccava la testa a metà. L’emicrania mi tormentava sempre più di frequente. Quando i vasi sanguigni dal sopracciglio sinistro iniziavano a pulsare annebbiandomi la vista e il dolore irrorava l’occhio, la tempia e lo zigomo, il senso di frustrazione e l’astenia mi divenivano insopportabili. La volontà disperata dell’io desideroso di viaggiare sicuro e senza legami per le strade dell’esistenza, cozzava col grembo sicuro di mia madre, col legno caldo della casa, le braci del focolare e i colori delle Dolomiti. Sapermi protetto mi dava un piacere confortevole e il senso di colpa sopraggiungeva puntuale ogni qual volta che il legame si allentava; la colpa sfociava nella malinconia e nell’ansia, mi indeboliva nel corpo, facendomi ammalare e riportandomi al grembo dal quale provenivo. Qualunque nuova esperienza veniva tarpata dal pensiero della mia femme fatàle che sentenziava con sguardo severo: “E se poi succede che...” Il maleficio di Bianca non tardava mai ad avverarsi. “E se poi prendi la malaria?” mi aveva detto prima di partire. Mia madre non falliva mai e mi sovrastava ovunque, con i suoi mille espedienti per ricondurmi a sé, ingoiando inesorabilmente la mia pulsione alla vita e all’esperienza. “Due cose al mondo non ti abbandoneranno mai” minacciava la frase incorniciata e appesa nella cucina del tabià di Forno, dono di un qualche vecchio prete. “L’occhio di Dio che ovunque ti vede e il cuore della Madre che ovunque ti segue.”
“Noi wazungu ci vediamo sfuggire via la vita come se fosse inafferrabile” osservai, “imbrigliati come siamo nei desideri e nelle paure, nei rimpianti e negli incubi. La gente di qui, invece, vive il presente.”
Rosalba dissentì: “Gli africani non vanno considerati esempi di saggezza. Sono privi di progettualità e accolgono tutto con indifferenza. Quello che gli doni svanisce e non se parla più. Non ringraziano e non serbano rancore. E’ un tratto piuttosto sconcertante ai nostri occhi. Uno dei miei guardiani l’anno scorso ha sperperato un’ingente somma vinta a carte per fare regali alla moglie e agli amici, e pochi giorni dopo la sua shamba gli è stata confiscata dalla banca: era indebitato fino al collo, la sua casa e la sua terra ipotecate, ma quel giorno non se n’è ricordato e non ha pensato di utilizzare la vincita per estinguere il debito; semplicemente si è lasciato andare all’entusiasmo del momento, senza passato né futuro, con generosità. I romantici pensano che l’arte di vivere nel momento presente sia l’arte di vivere nell’eternità, ma le cose non stanno così. Qui ciò che luccica è polvere. L’oro e l’argento sono polvere. Comprendi questo e il tuo fardello di dolore si alleggerirà.”
“Sono stanco di cercare soluzioni, sono stanco di giocare a nascondino con me stesso e di avere mal di testa.”
“Quanti anni hai?” mi chiese sorridendo teneramente, dimenticando il fastidio appena provato verso il ragazzo cattolico venuto a farle visita. Era la fine del 1999; in meno di tre mesi avrei compiuto ventisei anni. “Dio, quanto sono pochi!” esclamò.
Ci salutammo amichevolmente, stringendoci la mano nel rispetto reciproco, ma la conversazione sulla chiesa e sul dispensario si risolse in un nulla di fatto, a parte una camionetta che lei promise di mettere a disposizione la domenica per portare i Kikuyu a Ol ‘Ngarua; promessa che avrebbe dimenticato di mantenere. Una cosa soltanto cambiò da quel giorno, e gliene sarei stato riconoscente per tutta la vita: la malaria non mi tornò più. Rosalba mi regalò infatti una scatola di pillole cinesi a base di artemisia, un farmaco difficile da reperire, ancora in fase di sperimentazione. “Questo non fallisce. Prendilo” e me lo fece scivolare tra le mani, quasi a scusarsi della scortesia e dell’impossibilità dettata dal proprio ruolo di venire incontro alle mie richieste. E incise indelebilmente il mio animo dicendomi: “Ascolta. Le madri io le conosco bene. Ne avute anch’io, tante, nella mia famiglia, e lo sono a mia volta diventata. La madre col suo abbraccio soffocante crede di curarti, ma in realtà ti avvelena. Ti si avvinghia al collo e sugge il tuo sangue come un vampiro. Per questo ti sei ammalato. La tua morte è la sua vita. Ma lei ha già vissuto. Non serve fuggire lontano. Stai fermo dove sei e scrollatela di dosso.” Poi concluse: “Qualsiasi peccato i tuoi genitori abbiano commesso verso di te bambino, da adulto devi accettarlo come tuo, una costante con cui fare i conti. Soltanto gli sciocchi si interessano della colpa degli altri, dove non c’è nulla da modificare. Il saggio impara soltanto dalla propria colpa e si domanda: chi sono io, cui succede tutto questo? E guarda nel proprio cuore per trovare risposta. Soffermarsi sulle colpe delle madri significa solo rimanere intrappolati nel passato, nel cerchio magico delle leggi biologiche. E’ l’impantanamento nei risentimenti familiari che fa ristagnare la vita. A che serve continuare a navigare su questo terreno alluvionato? E’ molto più importante aprire dei canali di deflusso che ci consentano di uscire dal circolo vizioso. Indagare le colpe dei propri genitori per ricostruire le cause della nostra infelicità ci porta solo ad affogare in un rancore senza sbocchi e a rimanere impigliati come mosche nella ragnatela, senza accorgerci che in questo modo perdiamo la nostra libertà.”
Le parole di Rosalba furono una gentilezza personale che non avrebbe cancellato la sua scelta sociale, ma che avrei serbato nel cuore con gratitudine e reverenza. Quella donna così limitata e affondata nel mare delle proprie angosce aveva saputo, almeno in parte, assolvermi dalla colpa. Vidi in lei un angelo della laguna imprigionato in un corpo femminile che cominciava ad invecchiare. Tornando a casa in macchina mi sentivo così leggero e allegro come quando da bambino, senza che mia madre mi vedesse, mi liberavo delle scarpe e correvo scalzo attorno agli alberi. E mentre le ruote della jeep solcavano la terra polverosa della savana tra gli arbusti secchi, la mia mente correva agile in mezzo agli abeti rossi rigogliosi grondanti di resina e un profumo improvviso, l’essenza di un fiore, tenue o pungente, mi riportava in un angolo della mia storia che non ricordavo, ma che sapevo di aver vissuto, o alla voce di qualcuno che non avevo mai più rivisto nemmeno nei miei sogni. Senza capirne la ragione, mi sentivo divinamente.
L’apparizione di Rosalba al processo durò solo una manciata di minuti. Non fece che confermare parola per parola il racconto di Wilma, certa della bontà del proprio operato a tutela di quella che era stata la terra più cara al defunto marito. Precisò soltanto ciò che Wilma aveva omesso di dire: che il villaggio e la parrocchia di Ol Ngarua erano stati risparmiati dalla strage del ’98 proprio grazie alla posizione di alcuni ranch, compreso quello dei Flores Mocenigo, che gli assalitori avrebbero dovuto attraversare per arrivare alla missione, ma che non attraversarono grazie il veto posto dall’amico presidente. Quando Mimiruk le chiese di definire meglio i suoi rapporti con padre Moser, asserendo che la morte del sacerdote poteva in qualche modo aver giovato agli affari del suo ranch, Rosalba lo fissò dritto negli occhi e dichiarò senza mezzi termini: “Mi scandalizza che Lei alluda ad una mia qualche forma di soddisfazione per questo orribile delitto. Il giorno della morte di Dino Moser mi trovavo a Londra da mia figlia, per partecipare alla cerimonia di apertura dell’anno accademico. Appresa la tragica notizia per telefono, saltai a bordo del primo volo per il Kenya, perché desideravo prendere parte al funerale. Non ho mai odiato Dino e non l’ho mai desiderato morto. In tanti anni di conflitti personali, entrambi abbiamo solo difeso i nostri interessi e le nostre ragioni, senza mai farci del male.”
Correva voce che Dino e Rosalba nell’ultimo periodo si fossero riavvicinati; in città si vociferava addirittura di una segreta relazione sentimentale, una delle tante che i pettegolezzi attribuivano all’affascinante e trasgressivo prete capo. “Gli inservienti della Farm” ricordò Mimiruk, “sostengono che father Moser ogni settimana era solito regalarle del pane appena sfornato, che le veniva consegnato a domicilio dagli autisti della missione. Lei e la vittima eravate divenuti molto intimi?”
Rosalba smentì seccamente, sostenendo che il dono del pane fresco era stata una gentilezza del tutto comprensibile: “Voleva lavarsi la coscienza per aver spinto i suoi Kikuyu a mandarmi quasi in rovina prezzandomi l’acqua. Ma, consentitemi di dirlo, ci sarebbe voluto ben altro che un po’ di pane.” Detto questo, se ne andò com’era arrivata, scortata dal figlio e dal giovane amico che giocava a fare il Maasai bianco, tra gli sguardi sprezzanti dei Kikuyu. Nessuno nei giorni del dibattimento la rivide più.

Fin qui il suo barocco racconto. Poi il matrimonio, l’avventura in Kenya, inizialmente terra di vacanze e di battute di caccia. Poi l’acquisizione della proprietà a Laikipia e la costruzione del lodge. Rosalba amava dipingere, e conservava alle pareti decine di ritratti del marito. Allo scorrere delle ore e al girar del sole, man mano che la luce raggio dopo raggio penetrava in casa, un nuovo quadro veniva illuminato. Mi spiegò che i quadri non avevano un posto fisso, ma venivano appesi a turno, poiché troppo numerosi per starci tutti insieme nelle stanze. Eppure ne dipingeva sempre di nuovi. Nei dipinti, i lineamenti di Alonzo apparivano giovani, perfetti e superbi, lo sguardo fiero e sereno. Dai colpi di pennello vibravano canzoni di rimpianto e nostalgia. Tratteggi a pastello colorato per infinite piccole ombreggiature: il gioco della luce sulla superficie del volto. Il riso tra le stoffe e i ciuffi di lana: l’allegria di un letto caldo d’inverno. Tanti piccoli fiori ritagliati da vecchie riviste di giardinaggio: l’esuberanza della natura. Un lungo chimono orientale finemente decorato in oro e smalti copriva e stringeva i corpi sotto le geometrie klimtiane a triangoli e spirali: l’abbraccio. Effimere macchie di acquerello sui lineamenti del volto leggermente incisi sulla carta, e impronte di baci e di polpastrelli sul tenue colore ancora fresco: l’evanescenza dell’erotismo. Pennellate scure, violente e decise, un drammatico contrasto chiaroscurale per un’espressione cupa e impenetrabile, lo sguardo nel vuoto, le sopracciglia aggrottate, la mano a sorreggere la testa: la riflessione. E tanti graffiti, stesure di cera colorata che riemergevano sotto uno strato di china nera raschiata via: dopo la morte, la rinascita. Da ogni quadro emergeva il sorriso iridescente della vita, ed era sempre il sorriso dello stesso uomo. Giorno dopo giorno, tela dopo tela, ruga dopo ruga, dopo una giornata passata al sole d’alta quota, seduta nella sua veranda tra i cespugli di buganvillee, la sera Rosalba aveva dipinto sempre il suo amato Alonzo, che nell’arte non sarebbe mai invecchiato. Quella donna, esile e lunga come un obelisco, aveva gustato gli infiniti pigmenti del mondo nel volto di un solo uomo.
Come d’usanza tra i farmer europei, Alonzo riposava in una tomba ricavata nel suo giardino, sotto una grossa pietra vulcanica ricoperta di ibischi. A terra c’erano ancora dei grumi di cera blu. Rosalba ogni sera accendeva quattro grosse candele ai piedi della lapide in travertino giallo striato, fatto arrivare in bagaglio diplomatico dall’Italia. Il testo era stato inciso in caratteri maiuscoli da un amico scultore, un toscano di Pietrasanta, in memoria del caro estinto e delle sue inclinazioni letterarie:
THERE I SAW ONE I KNEW AND STOPPED HIM CRYING: STATSON! YOU WHO WERE WITH ME IN THE SHIPS AT MYLAE! THAT CORPSE YOU PLANTED LAST YEAR IN YOUR GARDEN, HAS IT BEGAN TO SPROUD? WILL IT BLOOM THIS YEAR? OR HAS THE SUDDEN FROST DISTURBED ITS BED? OH, KEEP THE DOG FAR HENCE, THAT’S FRIEND TO MAN, OR WITH HIS NAILS HE’LL DIG IT UP AGAIN. YOU – HYPOCRITE LECTEUR – MON SEMBLABLE, MON FRERE.[1]
Dino diceva sempre che sarebbe bastato un cartello di divieto di accesso ai cani, di quelli che si trovano all’ingresso dei parchi pubblici, e scherniva quel mondo dorato e artificioso, liquidandolo in dialetto: “Co’ te ghè i schei...” Rosalba invece lo prendeva molto sul serio. “Ora Alonzo è ovunque” dichiarò. “In quest’aria del Kenya che ha tanto amato e che era tutta la sua vita, in questa polvere rossa, nel leopardo, nell’elefante, nell’ibisco, nella pietra che lo ha ucciso. Egli vede il mondo in un granello di sabbia e il cielo in un fiore selvatico; tiene l’infito nel palmo della mano e l’eternità in un’ora. Difenderò la sua terra con i denti.”
Lunghi capelli lisci rossi di henna, viso rugoso per il sole equatoriale, occhi azzurri, grandi e intelligenti, che ti guardavano sempre diritto in faccia, senza paura o imbarazzo; denti grandi e bianchissimi, corpo asciutto, seni piccoli e appuntiti; un cappello di paglia bianca finemente intrecciata, un rivolo di sudore che colava dalla fronte, grandi orecchini d’argento, di lavorazione indiana con pietre di malachite incastonate, braccialetti hindu di vetro ai polsi e alle caviglie. Ai miei occhi Rosalba si manifestava come una donna dura e stupenda, scolpita dal sole e dalla sofferenza, veloce e scattosa nei movimenti, solcata dalle responsabilità della gabbia che lei stessa si era costruita. Ed era bellissima, con tutta quella poesia calcificata nelle ossa stanche. La immaginai trent’anni prima, con la pelle liscia e la freschezza d’animo di un’adolescente, la ninfa acquatica che alle Zattere aveva perduto la verginità abbandonandosi alle voglie di due sconosciuti; e pochi anni dopo, tra le braccia di Alonzo, al chiaro di luna delle notti di Laikipia. Sotto la scorza della scaltra imprenditrice, Rosalba era rimasta una ricca donna di laguna: intelligente, colta, raffinata, pessimista, polemica e sempre velata dall’ombra della melanconia delle gelide calli di pietra grigia, della nebbia che nelle mattine d’inverno inghiottiva ogni cosa, anche la luce fioca dei lampioni. La sua pelle indossava i colori del sole africano, ma sotto l’abito reso fiero e irriducibile dallo scorrere delle dure stagioni dell’equatore, il suo temperamento era rimasto languido e lamentoso. Proveniva da una stirpe di nobili navigatori, che nelle meraviglie dei mondi lontani avevano individuato dei colori preziosi per orientarsi nel caos del tempo e nella monotonia dei paesaggi, come le case variopinte delle isole scandivano la laguna monocolore sfumata nella foschia.
“Non Le manca Venezia?” le chiesi.
Ma lei sosteneva di odiare Venezia e la sua nebbia, l’afa delle bravi estati, il cielo biancastro e il sole fastidioso che impediva di guardare a lungo il mare. Nel suo animo irrequieto non era sopravvissuta l’allegria e la mutevolezza delle isole della laguna, che nessuno poteva contare, perché andavano e venivano con le maree, come gli uccelli; del continuo emergere e inabissarsi di baie, barene, canali, tesori nascosti, città del passato, antiche imbarcazioni romane; dei fazzoletti di terra coltivata in mezzo alle distese di melma, acqua e arbusti; della torre della cattedrale di Torcello nella luce rosa e violetta del crepuscolo, dei colori sgargianti delle case di Burano, con le loro piccole finestre decorate con tendine di pizzo, dei fari rossi degli aerei in arrivo a Tessera, dei fumi nerastri che dalle ciminiere di Porto Marghera salivano fino al cielo, a formare innaturali nuvole scure; della città trasparente di acqua e di vetro, sospesa tra le cupole verdi e i campanili, tra il ritmo dell’uomo e quello delle maree. Ricordava invece le giornate di pioggia, a Venezia più tetre che altrove, le interminabili liti dei marinai, la ressa dei turisti d’estate, gli abiti decadenti da vecchi sognatori del Carnevale, i fiocchi di plastica rossa delle festività natalizie. “I giorni sarebbero passati tutti uguali se fossi rimasta” asserì. “La monotonia dell’acqua avrebbe reso ogni cosa banale e ripetitiva nella mia vita. Se non hai i colori nella mente, se non sei vivo dentro, muori a Venezia: rallenti, invecchi, guardando il mare e i gabbiani, e muori. Quando torno nella casa dei miei genitori, mi manca il sole dell’Africa. Sento gli occhi pesanti come macigni e la testa instabile, mentre mi sembra che la carne mi cada a brandelli per la stanchezza. Quando Alonzo mi parlava del mare, io gli chiedevo: ma quale mare? Dove sono i pesci, le conchiglie? E dov’è il fondo? L’acqua è profonda mezzo metro eppure non vedi il fondo. Ci metti un piede dentro e ti ammali. E’ una fogna, non un mare.”
Di Venezia Rosalba ricordava solo scene desolanti: immondizie e bottiglie vuote, pezze di stoffa che galleggiavano, ratti morti che galleggiavano col resto; l’alta marea come una condanna, una maledizione, i veneziani con gli stivali, gli studenti con i sacchetti di nylon nero ai piedi e i turisti divertiti, che giravano scalzi non sapendo che in quel modo rischiavano di ammalarsi di leptospirosi. Mama Rose fin da ragazza era stata veloce e nervosa. “Camminavo nei vicoli” ricordò, “con i piedi disfatti dalle vecchie pavimentazioni in porfido tutte malmesse. I reumatismi, di cui soffrivano tutte le donne della mia famiglia, mi erano arrivati più in fretta di quel che avrei potuto immaginare, e il dolore fisico aveva fatto crescere in me l’insofferenza. Una sera, camminando a fatica lungo la calle buia, stretta e puzzolente per gli escrementi di cane, strisciai entrambi i muri sudici finché le unghie mi si spezzarono. Striai quei muri col mio stesso sangue, ma la rabbia fu più forte del dolore. Mi gratificò il solo pensiero di scrivere ‘Ti odio Venezia’. E così feci: lo scrissi col sangue su una di quelle pareti logore.” Sospirò, ansiosa e colma di rammarico, e ribadì: “E’ solo acqua di laguna. Perché la chiamano mare?”
I disagi veneziani li avevo conosciuti bene durante gli studi universitari dei primi anni ‘90, ma non ci avevo fatto troppo caso, entusiasta com’ero di vivere per cinque giorni a settimana in una città ricca di fascino e di stimoli. Ogni estate le Zattere si coloravano del bianco e del rosa degli oleandri in fiore, mentre la brezza marina tergeva l’aria. Le case multicolori della Giudecca, tra i lampioni rosa e il va e vieni delle barche, sembravano dipinte in un sogno. Durante la pausa pranzo ero sempre lì, ad osservare le mutazioni, ad ascoltare il rumore delle onde, lo sgorgare delle fontane, il verso dei gabbiani posati sui pali di legno verniciato d’azzurro conficcati nell’acqua come ormeggi. Era la tarda sera di una notte di fine inverno quando, dall’appartamento dove dormivo, in una soffitta fatiscente della corte Contarina, vidi bruciare il teatro La Fenice. Sentii degli scoppi e, affacciatomi alla finestra, notai dei bagliori innaturali: il tetto della Fenice implose su se stesso e crollò, in un attimo. Da ogni angolo del sestiere si alzò l’urlo della gente: “XE DRIO BRUZAR LA FENICE!” Alcune donne della corte blaterarono che c’erano dei feriti. Non esitai allora a prendere la cassetta del pronto soccorso e alcune coperte frugate dai letti dei miei compagni, e mi lanciai di corsa giù per le ripide scale del palazzo e poi per le calli strette, animate solo dalle grida delle centinaia di persone uscite di casa in pigiama e vestaglia. Arrivato sul posto, realizzai con sollievo che non c’era nessun ferito nemmeno lieve tra gli abitanti della zona. Dal cielo pioveva l’acqua calda degli idranti. Il grande teatro andava in fumo, malgrado la fatica disperata dei pompieri. Uno di loro sedeva affranto su un muretto, prendendosi una pausa. Una lacrima gli striava la guancia nera di fuliggine. “Anca i teatri gà un’anima” ammise. “Ghe xe xente che pianxe co ‘i more bruxai.” Tornai sul posto parecchi giorni dopo l’incendio. Erano gli ultimi giorni del Carnevale veneziano e le strade brulicavano di stupefacenti maschere pseudo-antiche; le vetrine traboccavano di dolci, musica e perline. Tutto era una macchia di colore e ogni dettaglio dilettava i miei sensi. Le persone mascherate, dietro i propri veli di mistero, posavano a lungo immobili negli angoli più suggestivi, per le macchine fotografiche dei turisti incantati. Sostai qualche minuto ai piedi dello scheletro del teatro, di cui erano rimaste solo le pareti esterne, completamente annerite dal fumo. I canali tutt’intorno erano stati prosciugati per ripulire bene il fondo, prima di iniziare la ricostruzione. Non avevo mai visto il fondale di un canale di Venezia: vecchie immondizie, ferraglia, elettrodomestici arrugginiti grandi e piccoli, materassi marci e molte altre cianfrusaglie, su un letto di melma nera come pece. Ricordavo quei giorni decadenti con piacere e nostalgia. “Di Venezia ho sempre apprezzato la filosofia” osservai. “Tutto è vecchio di secoli e più. Nell’entroterra le città si allargano, gli alberi si ammalano o crescono troppo, in ogni caso per fare posto alle piste ciclabili bisogna tagliarli. A volte torniamo nei posti che ci sono cari e troviamo tutto cambiato: nuove case, nuove persone... Non riconosciamo più i luoghi della nostra infanzia. E’ triste. Talvolta mi chiedo se c’è un limite, un cerchio oltre il quale le città non si possono estendere. A Venezia, invece, tutto rimane uguale. La gente se la prende con calma. D’accordo, è arrivata la tecnologia, ma non ci si è sforzati di trovare il modo di aggiungere altri pezzi attorno alla città. E’ come se il mare stringesse le case in una dolce prigionia, placando ogni desiderio di ingrandimento e sbarrando la strada alla speculazione edilizia.”
Lei mi ascoltava attentamente in silenzio.
“Quello che ricordo di Venezia sono in particolare le Zattere” continuai. “Alle Zattere, i vecchi senza denti e i neonati nelle carrozzine si sorridevano: si capivano. E’ stato così, che mangiando un panino per pranzo, seduto su una panchina, ho capito. La vita torna alla morte come il sole torna alla terra e le stagioni ripetono all’infinito il loro moto circolare. Sono nato, morirò. In pratica sono già morto. E quando viaggiamo, spesso ci sfugge che il punto dove siamo diretti è lo stesso da cui siamo partiti. Ci mettiamo in viaggio per partire, e non sappiamo che viaggeremo per tornare.”
Rosalba sembrò angosciarsi al suono delle mie parole. Mi guardò con la bocca stretta. Poi, laconica, spazzò dalla propria testa i residui di quella conversazione: “Perché sei venuto qui?” Tutto d’un tratto, pur non capendone il motivo, mi aveva percepito come una minaccia. “La vostra religione è pericolosa, come tutte le altre” continuò, senza lasciarmi replicare. “Un po’ di sano agnosticismo gioverebbe al mondo. Per Marx la religione era l’oppio dei popoli: con la promessa del paradiso, annebbiava le persone in un’ubbidienza passiva. Ora la vostra religione è diventata la cocaina dei popoli: eccitate la gente indebolita dalla fame con le promesse di un impossibile riscatto sociale. I miei Kikuyu e miei Pokot avevano i loro riti e le loro medicine ben prima che voi arrivaste. E’ mio compito e mia responsabilità salvaguardare questa terra e quello che contiene, comprese le sue tradizioni millenarie.”
Il tono del dialogo all’improvviso s’era fatto aspro, senza che io capissi perché. “La cultura non è una scatola, si acquisiscono sempre nuovi elementi” ribattei. “Ormai i Kikuyu si sono abituati al Dio cristiano e agli antibiotici, Lei non glieli può togliere da un giorno all’altro.”
Rosalba sospirò ancora, più profondamente, quasi in preda ad un attacco d’asma o di angoscia. “Voi li avete abituati. Ma non illudetevi. Appena vi girate, torna tutto allo stato selvaggio. Lo sa bene chi coltiva la terra in alta quota. E vale anche per voi preti. Venendo a Laikipia in macchina da Nairobi, passo per Gilgil e osservo il politecnico un tempo messo in piedi con perizia ed efficienza dai missionari italiani e ora ridivorato dalla giungla. Ceduta al clero locale, la struttura è andata a rotoli rapidamente. Ritardi, inerzia, mala gestione, sporcizia e disordine. Un’opera calata dall’alto agli africani è sempre destinata ad essere rasa al suolo progressivamente dal tempo e dai fatti. E comunque, non ho mai negato a nessuno due pillole di chinino, né la domenica libera per recarsi in chiesa.”
Cercai allora di mostrarle gentilezza. “Non è mia intenzione accusarLa o giudicarLa” le dissi, “né sminuire la Sua sensibilità di donna e di scrittrice, o mettere in dubbio le Sue buone intenzioni nella conservazione dell’ambiente e delle tradizioni locali. L’unica cosa che mi sento di dirLe con certezza è che l’Africa è fuori dal Suo cancello.”
Lei si indignò di più. Il viso le si irrorò di sangue, sbatté il pugno sul tavolino di cristallo, si alzò in piedi. Le due vecchie Pokot sedute alla porta smisero di intrecciare i fili di perline e si voltarono a guardarla. In preda alla furia, mama Rose sfoderò tutta la passione di cui era capace: “MA QUALE AFRICA, CHIERICHETTO DI ORATORIO CHE NON SEI ALTRO!!” mi urlò nelle orecchie. “Io ho la mia Africa e voi avete la vostra, dove sfogate le frustrazioni e i sensi di colpa cercando di rendervi utili, dove lottate per trovare un posto nel mondo aiutando gente che non vi ha chiesto di essere aiutata, dove importate sistemi politici, medicine e religioni estranee, dove schiavizzate la gente con gli aiuti internazionali, dove finanziate e sostenete progetti impossibili. E tutto questo perché? Perché in Italia non vi fila più e allora venite qui, a portare le vostre croci dove l’aria è più rarefatta e leggera? Vergognatevi. Voi preti siete tutti uguali.”
“Io non sono un prete.”
“Fa niente, è lo stesso. Sei un postulante, un seminarista?”
“No, io sono...”
“Da cosa scappi? Ci sarà pur qualcosa che ti sei lasciato alle spalle?”
Rosalba mi eccitava nella mente e nel corpo. Di fronte a tanta forza e bellezza, non riuscii a mentire: “Ho avuto due genitori anziani e un po’ all’antica” le confidai. “Credo di scappare da loro, da mia madre in particolare, che ha sempre trovato mille modi per ricattarmi e tenermi legato a lei. Ecco, io nelle mie montagne avevo tutta l’aria del mondo. Eppure in certi giorni sentivo di dover scappare per poter continuare a respirare.”
Finalmente, alla sincerità di quella confessione, l’impeto di Rosalba si placò. Mi chiese dolcemente: “Pensi di esserci riuscito?”
“Non saprei. In ogni caso, l’ho pagata cara. Ho la malaria, e con gli attacchi di febbre il mio cervello diventa un granchio che cammina a ritroso. Mi ritrovo impantanato nelle sabbie della mia vecchia casa, dei miei ricordi... dei miei rimpianti.”
Smisi di parlare, perché incapace di proseguire mantenendo un filo logico. Tutta la mia vita era stata segnata dal senso di colpa e di responsabilità verso i miei anziani genitori. Il dilemma si era fatto chiaro più che mai nel corso della mia permanenza in Africa. Mi trovavo ad un bivio, una prigionia senza scampo che mi angosciava e mi spaccava la testa a metà. L’emicrania mi tormentava sempre più di frequente. Quando i vasi sanguigni dal sopracciglio sinistro iniziavano a pulsare annebbiandomi la vista e il dolore irrorava l’occhio, la tempia e lo zigomo, il senso di frustrazione e l’astenia mi divenivano insopportabili. La volontà disperata dell’io desideroso di viaggiare sicuro e senza legami per le strade dell’esistenza, cozzava col grembo sicuro di mia madre, col legno caldo della casa, le braci del focolare e i colori delle Dolomiti. Sapermi protetto mi dava un piacere confortevole e il senso di colpa sopraggiungeva puntuale ogni qual volta che il legame si allentava; la colpa sfociava nella malinconia e nell’ansia, mi indeboliva nel corpo, facendomi ammalare e riportandomi al grembo dal quale provenivo. Qualunque nuova esperienza veniva tarpata dal pensiero della mia femme fatàle che sentenziava con sguardo severo: “E se poi succede che...” Il maleficio di Bianca non tardava mai ad avverarsi. “E se poi prendi la malaria?” mi aveva detto prima di partire. Mia madre non falliva mai e mi sovrastava ovunque, con i suoi mille espedienti per ricondurmi a sé, ingoiando inesorabilmente la mia pulsione alla vita e all’esperienza. “Due cose al mondo non ti abbandoneranno mai” minacciava la frase incorniciata e appesa nella cucina del tabià di Forno, dono di un qualche vecchio prete. “L’occhio di Dio che ovunque ti vede e il cuore della Madre che ovunque ti segue.”
“Noi wazungu ci vediamo sfuggire via la vita come se fosse inafferrabile” osservai, “imbrigliati come siamo nei desideri e nelle paure, nei rimpianti e negli incubi. La gente di qui, invece, vive il presente.”
Rosalba dissentì: “Gli africani non vanno considerati esempi di saggezza. Sono privi di progettualità e accolgono tutto con indifferenza. Quello che gli doni svanisce e non se parla più. Non ringraziano e non serbano rancore. E’ un tratto piuttosto sconcertante ai nostri occhi. Uno dei miei guardiani l’anno scorso ha sperperato un’ingente somma vinta a carte per fare regali alla moglie e agli amici, e pochi giorni dopo la sua shamba gli è stata confiscata dalla banca: era indebitato fino al collo, la sua casa e la sua terra ipotecate, ma quel giorno non se n’è ricordato e non ha pensato di utilizzare la vincita per estinguere il debito; semplicemente si è lasciato andare all’entusiasmo del momento, senza passato né futuro, con generosità. I romantici pensano che l’arte di vivere nel momento presente sia l’arte di vivere nell’eternità, ma le cose non stanno così. Qui ciò che luccica è polvere. L’oro e l’argento sono polvere. Comprendi questo e il tuo fardello di dolore si alleggerirà.”
“Sono stanco di cercare soluzioni, sono stanco di giocare a nascondino con me stesso e di avere mal di testa.”
“Quanti anni hai?” mi chiese sorridendo teneramente, dimenticando il fastidio appena provato verso il ragazzo cattolico venuto a farle visita. Era la fine del 1999; in meno di tre mesi avrei compiuto ventisei anni. “Dio, quanto sono pochi!” esclamò.
Ci salutammo amichevolmente, stringendoci la mano nel rispetto reciproco, ma la conversazione sulla chiesa e sul dispensario si risolse in un nulla di fatto, a parte una camionetta che lei promise di mettere a disposizione la domenica per portare i Kikuyu a Ol ‘Ngarua; promessa che avrebbe dimenticato di mantenere. Una cosa soltanto cambiò da quel giorno, e gliene sarei stato riconoscente per tutta la vita: la malaria non mi tornò più. Rosalba mi regalò infatti una scatola di pillole cinesi a base di artemisia, un farmaco difficile da reperire, ancora in fase di sperimentazione. “Questo non fallisce. Prendilo” e me lo fece scivolare tra le mani, quasi a scusarsi della scortesia e dell’impossibilità dettata dal proprio ruolo di venire incontro alle mie richieste. E incise indelebilmente il mio animo dicendomi: “Ascolta. Le madri io le conosco bene. Ne avute anch’io, tante, nella mia famiglia, e lo sono a mia volta diventata. La madre col suo abbraccio soffocante crede di curarti, ma in realtà ti avvelena. Ti si avvinghia al collo e sugge il tuo sangue come un vampiro. Per questo ti sei ammalato. La tua morte è la sua vita. Ma lei ha già vissuto. Non serve fuggire lontano. Stai fermo dove sei e scrollatela di dosso.” Poi concluse: “Qualsiasi peccato i tuoi genitori abbiano commesso verso di te bambino, da adulto devi accettarlo come tuo, una costante con cui fare i conti. Soltanto gli sciocchi si interessano della colpa degli altri, dove non c’è nulla da modificare. Il saggio impara soltanto dalla propria colpa e si domanda: chi sono io, cui succede tutto questo? E guarda nel proprio cuore per trovare risposta. Soffermarsi sulle colpe delle madri significa solo rimanere intrappolati nel passato, nel cerchio magico delle leggi biologiche. E’ l’impantanamento nei risentimenti familiari che fa ristagnare la vita. A che serve continuare a navigare su questo terreno alluvionato? E’ molto più importante aprire dei canali di deflusso che ci consentano di uscire dal circolo vizioso. Indagare le colpe dei propri genitori per ricostruire le cause della nostra infelicità ci porta solo ad affogare in un rancore senza sbocchi e a rimanere impigliati come mosche nella ragnatela, senza accorgerci che in questo modo perdiamo la nostra libertà.”
Le parole di Rosalba furono una gentilezza personale che non avrebbe cancellato la sua scelta sociale, ma che avrei serbato nel cuore con gratitudine e reverenza. Quella donna così limitata e affondata nel mare delle proprie angosce aveva saputo, almeno in parte, assolvermi dalla colpa. Vidi in lei un angelo della laguna imprigionato in un corpo femminile che cominciava ad invecchiare. Tornando a casa in macchina mi sentivo così leggero e allegro come quando da bambino, senza che mia madre mi vedesse, mi liberavo delle scarpe e correvo scalzo attorno agli alberi. E mentre le ruote della jeep solcavano la terra polverosa della savana tra gli arbusti secchi, la mia mente correva agile in mezzo agli abeti rossi rigogliosi grondanti di resina e un profumo improvviso, l’essenza di un fiore, tenue o pungente, mi riportava in un angolo della mia storia che non ricordavo, ma che sapevo di aver vissuto, o alla voce di qualcuno che non avevo mai più rivisto nemmeno nei miei sogni. Senza capirne la ragione, mi sentivo divinamente.
L’apparizione di Rosalba al processo durò solo una manciata di minuti. Non fece che confermare parola per parola il racconto di Wilma, certa della bontà del proprio operato a tutela di quella che era stata la terra più cara al defunto marito. Precisò soltanto ciò che Wilma aveva omesso di dire: che il villaggio e la parrocchia di Ol Ngarua erano stati risparmiati dalla strage del ’98 proprio grazie alla posizione di alcuni ranch, compreso quello dei Flores Mocenigo, che gli assalitori avrebbero dovuto attraversare per arrivare alla missione, ma che non attraversarono grazie il veto posto dall’amico presidente. Quando Mimiruk le chiese di definire meglio i suoi rapporti con padre Moser, asserendo che la morte del sacerdote poteva in qualche modo aver giovato agli affari del suo ranch, Rosalba lo fissò dritto negli occhi e dichiarò senza mezzi termini: “Mi scandalizza che Lei alluda ad una mia qualche forma di soddisfazione per questo orribile delitto. Il giorno della morte di Dino Moser mi trovavo a Londra da mia figlia, per partecipare alla cerimonia di apertura dell’anno accademico. Appresa la tragica notizia per telefono, saltai a bordo del primo volo per il Kenya, perché desideravo prendere parte al funerale. Non ho mai odiato Dino e non l’ho mai desiderato morto. In tanti anni di conflitti personali, entrambi abbiamo solo difeso i nostri interessi e le nostre ragioni, senza mai farci del male.”
Correva voce che Dino e Rosalba nell’ultimo periodo si fossero riavvicinati; in città si vociferava addirittura di una segreta relazione sentimentale, una delle tante che i pettegolezzi attribuivano all’affascinante e trasgressivo prete capo. “Gli inservienti della Farm” ricordò Mimiruk, “sostengono che father Moser ogni settimana era solito regalarle del pane appena sfornato, che le veniva consegnato a domicilio dagli autisti della missione. Lei e la vittima eravate divenuti molto intimi?”
Rosalba smentì seccamente, sostenendo che il dono del pane fresco era stata una gentilezza del tutto comprensibile: “Voleva lavarsi la coscienza per aver spinto i suoi Kikuyu a mandarmi quasi in rovina prezzandomi l’acqua. Ma, consentitemi di dirlo, ci sarebbe voluto ben altro che un po’ di pane.” Detto questo, se ne andò com’era arrivata, scortata dal figlio e dal giovane amico che giocava a fare il Maasai bianco, tra gli sguardi sprezzanti dei Kikuyu. Nessuno nei giorni del dibattimento la rivide più.

[1] “Lì vidi uno che conoscevo e lo fermai gridando: Statson! Tu che eri con me nelle nevi a Milazzo! Quel cadavere che hai piantato in giardino l’anno scorso, ha cominciato a spuntare? Fiorirà quest’anno? O il gelo improvviso ha disturbato il suo sonno? Oh, tieni il cane lontano da qui, che è amico dell’uomo, o con le unghie andrà a scavare di nuovo! Tu – lettore ipocrita – mio simile, mio fratello.” (tratto da T.S. Eliot, The Wasteland)



