8. IL BAMBINO SENZA NOME

Non avendo alcuna intenzione di essere rispedito nel Bellunese come un pacco postale recapitato all’indirizzo sbagliato, mandai giù la mia soggezione e mi recai alla Farm a trovare il prete capo per chiedergli di lasciarmi restare. Dino si trovava nel proprio ufficio. Doveva esserci un fondo di verità in quello che si diceva di lui: non era difficile capire perché piacesse tanto alle donne. Pur avendo già compiuto cinquant’anni, la sua presenza fisica era sorprendente: manteneva il corpo alto e atletico di un ragazzo, con i capelli biondi appena striati di cenere sulle tempie. Immaginai che le rughe sulla sua fronte fossero una panacea per i mali delle tante ragazze del mondo in cerca di sicurezza e di esperienza. Anche se a occhio non gli mancava molto al metro e novanta, non era più il gigante apparsomi a quattro anni, eppure mi sentivo ancora incommensurabilmente più piccolo di lui; per quanto tempo ancora avrei ricordato me stesso come l’odioso bimbetto cocco di brava mamma vestito di bianco con le ali da angelo? Due cani meticci di grossa taglia dormivano indifferenti sullo zerbino all’ingresso, sul quale era tessuta la scritta Kiswahili karibuni. Normalmente in Kenya gli animali venivano tenuti in casa solo per scopi utilitari: i bovini e gli ovini fornivano latte e carne, i gatti uccidevano i topi, i cani facevano la guardia di notte. I cani di Dino costituivano un’eccezione, poiché come guardie non valevano un gran che; lui li teneva e li curava come animali da compagnia, semplicemente perché gli piacevano, e ironizzava sulla loro inutilità: “Li ho educati alla non violenza, non sbranano nessuno, neanche i ladri” diceva.
Dai rami dell’albero del pepe che sovrastava l’ingresso del bungalow pendeva il teschio di un bufalo trovato nella foresta, che i bambini delle inservienti avevano riempito di candeline gialle. Due guardiani sedevano a testa bassa nei loro vestiti lerci color terra; quegli abiti sudici e bucati stridevano con l’esplosione gioiosa dei girasoli, delle buganvillee e dei cespugli di stelle di natale che circondavano l’ufficio. Dino li stava sgridando: gesticolando a piene braccia, pronunciava incomprensibili rimproveri in lingua Kikuyu. Lo odiai senza il beneficio del dubbio: il caporale muzungu che bastonava i servetti negri.
Finita la predica ai due guardiani, mi fece entrare e, dopo essersi abbandonato sulla sua sedia girevole, mi scaricò addosso una lunga sequela di problemi, posseduto da un visibile senso di sfinimento. “I cani hanno mangiato una capra del mio vicino Arcibal” si sfogò, “visto che i signori guardiani, pagati profumatamente con tanto di contributi per la pensione, di notte dormono e a quanto pare non si svegliano neanche alle grida di una capra squartata.” E si infilò in bocca un grosso pezzo di torta che Alice gli aveva lasciato sulla scrivania. La formidabile suora infermiera cantava amore per l’Africa anche in cucina: la sua specialità erano i dolci a forma di simboli. La torta di quel giorno – quand’era ancora intera - raffigurava una brocca, come un vaso alchemico o un ventre materno, che alla base piantava radici, e dal quale fuoriusciva il continente africano con al centro una croce sanguinante, che si ramificava in un albero pregno di frutti; Alice aveva preparato le gocce di sangue con la marmellata di ciliege, i frutti dell’albero con le scorze di agrumi, le foglie con dei pistacchi verdi e le radici con delle striature di crema al cacao. “Uno dei miei preti polacchi (che grande acquisto!) è a letto con la malaria” proseguì Dino, masticando senza remore di distruggere tale capolavoro, “e tocca a me fare la catechesi ai gruppi che arrivano da tutta Laikipia. Wilma si lamenta con me perché uno dei ragazzi sporchi e ignoranti di Marco ha cagato nella doccia, perché non ha mai visto un cesso in vita sua. Marco piagnucola perché qualcuno dello slum gli ha fottuto il lavandino. La diocesi di Padova e il nunzio apostolico vogliono farmi vesovo, ma il dipartimento per l’immigrazione minaccia di non rinnovarmi il permesso di lavoro e di rispedirmi in patria. Ma cosa volete tutti da me? Quando è sorta in voi questa idea che le mie spalle siano tanto larghe da portare tutte le vostre pene? E’ tanto difficile capire che io non sono eterno e che un giorno dovrete sbrigarvela da soli? Il nunzio mi ha appena telefonato dicendomi che i ragazzi di Nyahururu devono darsi una regolata: hanno chiesto alla diocesi soldi per un’altra macchina, l’ultima Marco l’ha piantata nel fango la settimana scorsa, ha lasciato nel pantano la marmitta, perché corre come un disperato. Non si scherza col nunzio, il mese scorso quando è venuto in visita ci ha dato degli assassini visitando i Turkana del nord morti di fame perché non hanno aderito al food for work. E poi è furibondo da quando ha scoperto che i miei preti fanno benedire l’ostia ai chierichetti, quando sono in ritardo per la messa. Povera gente sperduta in mezzo alle montagne: i più fortunati ricevono messa solo una volta al mese e il prete arriva pure con un’ora di ritardo. Gli ho detto mille volte di benedire l’ostia sotto l’altare di nascosto quando entrano in chiesa, ma non vogliono capire. Ma li hai sentiti? Si scambiano le messe come le figurine dei calciatori! ‘Tu Giò, quante devi dirne domenica?’ ‘Due in Kikuyu’. ‘Allora vieni qua, che ti aggiungo questa in Kiswahili.’ ‘No no, quella in Kiswahili no, per carità! Anzi sì, ma allora ti becchi questa a nord di Engelesha, che sono sessanta chilometri.’ ‘Neanche per sogno, non ho tempo.’ ‘Bene, allora vaffanculo.’ ‘Ok Ok, aggiudicato’. Marco, poi, si crede una cima: ‘Imparate da me, domenica scorsa ho detto due messe e mezza. Quella a Sipili cominciava quando finiva quella a Milimani: sono cinquanta chilometri, come facevo ad arrivare in tempo?’ ‘Comprati una radio con l’altoparlante, così puoi dir messa in due posti contemporaneamente!’ ‘No, è più semplice.’ E qui, occhio che viene la furbata. ‘A Sipili il chierichetto più grande ha sedici anni, è un ometto, e naturalmente è vestito da prete, quasi come me. Sai che per loro l’abito fa il monaco. Allora, è bastato dargli qualche scellino e ci siamo messi d’accordo: se sono in ritardo, comincia lui a dir messa, tanto ormai la sa tutta a memoria. Io arrivo quando arrivo. Domenica sono arrivato giusto per la comunione.’ ‘Ma scusa, avrai consacrato le ostie, no?’ ‘Io no, scherzi? Se le consacro, quelli capiscono il trucco.’ ‘Ma per Dio, almeno consacrale sotto l’altare, così non ti vedono, fai finta di legarti le scarpe: è un fatto di coscienza!’ ‘Ma che coscienza e coscienza, ti pare che al Signore gliene freghi di una cosa del genere? Quando sono convinti loro!’ Ecco. E’ ovvio che non tutti dormono in chiesa, qualcuno capisce, parla, e la voce giunge fino a Nairobi. Sai com’è, qua sanno tutto di tutti. Mi telefona il nunzio: ‘L’eucaristia così non è valida!’ E ha ragione. Fra poco Marco manderà i chierichetti anche nei confessionali, tanto qua conta solo l’abito, giusto?”
Per tutti gli africani cristiani, in genere, la celebrazione liturgica domenicale era una festa molto importante. A Laikipia, i pochi preti di Nyahururu riuscivano a dire messa nelle comunità più lontane una sola volta al mese, a rotazione, e pertanto dopo la fervente attesa l’evento si caricava di eccitazione ancora maggiore. Il sabato sera, nel centro della città, si udivano gli urli sfrenati e i tamburi dei pentecostali riuniti in periferia all’aperto; il pastore gridava i propri sermoni al microfono fino all’alba, raggiungendo le orecchie dei fedeli a chilometri di distanza. Anche nelle parrocchie cattoliche, quando la messa veniva celebrata dai sacerdoti indigeni senza il controllo dei wazungu – per esempio quando una comunità veniva definitivamente ceduta dai missionari ai parroci locali – la festa cambiava tono, diventando più nera e selvaggia. Le chiese si riempivano di amanti in delirio per il Signore misericordioso, di esorcisti in abiti tradizionali, di uomini carismatici e di donne rapite dall’estasi. Orde di giovani ballavano al rullo di tamburi e tamburelli, gli angelici canti melodiosi degeneravano in urla stridule e un ritmo primordiale si impossessava della folla. Tutto veniva pervaso da un’energia irrefrenabile nel momento cruciale della liturgia, la transustanziazione, quando un’aurea animista e primitiva avvolgeva la chiesa e palesava la continuità tra gli arcaici sacrifici cannibaleschi e il mistero dell’eucaristia, col suo Cristo smembrato e mangiato. Quando il sacerdote alzava l’ostia verso il cielo, i bambini sdraiati ai piedi dell’altare lanciavano goffi strilli di tromba e le lingue velocissime delle donne emanavano un sibilo di giubilo di fronte alla magia della trasformazione del pane. Tutta l’energia e l’amore del mondo erano evocati in quel momento irripetibile di contatto tra il cielo e la terra, l’intelligenza e l’arcano, quando il divino si incarnava nel pane, nel sangue e nella polvere rossa. Le chiese africane erano leggere, di nuova costruzione, colme di fedeli, di canti e di balli spontanei; non erano appesantite da secoli di incensi, preghiere, speranze, grazie ricevute o non ricevute, e croci spinose da accettare con rassegnazione.
Dino fece un respiro profondo, deglutì l’ultimo pezzo di torta, si prese una pausa. Poi, finalmente, si rese conto di avere un interlocutore nel proprio ufficio. Allora mi chiese: “Tu cosa vuoi? Se Marco ti manda a chiedermi soldi, digli che vada pure a vendere il culo nei suoi lodati bordelli della Rumuruti Road, perché io ormai sono prosciugato. Va a dire in giro che la gente del posto gli ha donato il legname per la sua nuova casa, ma l’impiantistica chi credi gliel’abbia pagata? E dopo l’ultima macchina che ha fatto fuori, a me non ha più niente da chiedere.”
“No, io sono Daniel Merlin” puntualizzai. “Il giornalista.”
Finalmente si ammutolì. Mi scrutò nel viso, abbassò il capo di lato, come per squadrarmi meglio, con uno sguardo criptico a me incomprensibile. “Di Forno” disse. “Certo, il figlio di Gigi e Bianca. Guarda guarda... parente della Tina Merlin?”
“No, mai conosciuta.”
“Già, scommetto che te lo chiedono tutti. Il fatto è che così, su due piedi... non so proprio cosa dirti.”
Davvero non capii. Quell’uomo che tanto mi aveva intimorito tutto d’un tratto mi apparve fragile, colto di sorpresa. Cosa avrebbe dovuto dirmi? “Guarda come sei cresciuto?” E perché quello sguardo improvvisamente smarrito al termine Merlin? Perché il mio cognome in un attimo aveva fatto scomparire le beghe tra preti che per minuti e minuti avevano monopolizzato il suo monologo? Notai il pelo rizzarsi sui suoi avambracci: aveva la pelle d’oca, anche se non faceva per niente freddo.
“Mi ricordo di te, nel ’78. Eri un cucciolo proprio grazioso. Indossavi un vestitino da angelo cucito a mano di cui tua madre andava molto fiera.”
Ti pareva. Per fortuna si rigirò nella sedia e tornò presto ai suoi modi sbrigativi: “Comunque, vedo che ormai ti è spuntata la barba. Adesso fai il giornalista, bene, ma qui non ci sono Vajont che bollono in pentola. Qui non c’è acqua, Merlin.”
“Tutti parlano di siccità” obiettai. “Dicono che dopo il Niño le stagioni sono cambiate. Ma io qui intorno vedo solo verde.”
“Verde, come no? Sto andando adesso dai Turkana. Sono solo una cinquantina di chilometri, dalle parti di Rumuruti, in meno di un’ora siamo là. Vuoi venire a vedere perché il nunzio ci dà degli assassini?” Senza attendere la mia risposta, prese dal cassetto le chiavi della macchina e si diresse verso la porta, ribadendo: “Assassini.”

Dino e gli altri missionari di Nyahururu erano sempre così impegnati che l’unico modo per parlare un po’ con loro sembrava quello di seguirli in macchina. In direzione Rumuruti, le piste di terra rossa in mezzo alla savana erano appena visibili tra i cespugli; spesso correvano sui torrenti in secca tra residue pozze di fango percorribili solo con le quattro ruote motrici. I grossi sassi facevano sobbalzare il fuoristrada a tal punto che stando a bordo si sbatteva di continuo la testa sul soffitto dell’abitacolo. Io e Dino attraversammo chilometri e chilometri di savana deserta alternata a quelli che dovevano essere campi di mais. Nel sedile posteriore della jeep sedeva un anziano Kikuyu dipendente della missione, schiacciato tra i sacchi di mais da distribuire ai Turkana. Soffriva di bronchite, una patologia molto comune per il freddo delle notti d’alta quota, e continuava ad aspirare il muco senza soffiarsi il naso. Un’abbondante candela grigiastra gli scendeva fino alla bocca. I Kikuyu utilizzavano i fazzoletti per avvolgere le banconote; soffiarsi il naso non era affatto un’usanza praticata. Per strada incontrammo alcuni pastori avvolti nelle shuka, i tradizionali mantelli di lana Maasai e Samburu a scacchi bianchi e rossi, che portavano a pascolare le loro vacche sui campi dei Kikuyu, laddove restava ancora qualche germoglio da brucare. Ma la campagna, salendo verso nord, diveniva via via una desolante distesa di piantine di mais morte piccole, sotto il sole che completava spietato l’opera sterminatrice delle rappresaglie umane. Dino indicò un punto piatto e deserto tra la terra e il cielo: “Qui sorgerà un nuovo laghetto per la raccolta dell’acqua piovana.”



“Proprio qui?!”
“Sì, perché?”
Come perché? Quel luogo remoto sembrava un vuoto impossibile per qualunque esistenza umana o animale. Invece, al passaggio del fuoristrada, sbucarono fuori persone da tutte le parti: donne con neonati e pesanti carichi di merce sulla schiena, bambini intimoriti e curiosi, coperti di sporco e di polvere, scalzi sulla terra nera vulcanica. L’aria secca pungeva la pelle, il sole era cocente, l’atmosfera cristallina, il vento battente. L’unica ombra era data dai bassi arbusti spinosi e da qualche rara, scheletrica acacia. Il nord era il luogo delle spine e delle iene, dei cani selvatici e degli avvoltoi. Grossi escrementi secchi segnalavano il recente passaggio del leopardo, alternati alle piccole feci rotonde di una lontana mandria di caprette Samburu. Gli elefanti di giorno riposavano nella scarsa macchia risparmiata dalla deforestazione, mentre di notte attraversavano la savana fino ai campi di mais acerbo e rinsecchito dalla siccità, facendo strage di quel poco che restava, e non c’era modo di contenerli: erano in grado di abbattere cancelli di ferro senza nemmeno accorgersene. “Eppure i Kikuyu li amano” mi spiegò Dino. “L’elefante e il leopardo sono fratelli dell’uomo. Periodicamente, per bilanciare le razzie subite e ristabilire l’equilibrio della vita, specie in occasione dei rituali iniziatici, i Kikuyu uccidono un elefante attirandolo in una trappola, una buca profonda scavata nel terreno, e poi spartiscono la sua carne tra le famiglie del villaggio. Per molto tempo, i parenti dell’elefante non tornano più nel luogo dell’uccisione.” Poi fermò l’auto. “Devo pisciare.”
Mentre uno svuotava la vescica e l’altro scatarrava a terra con tanta foga che pareva dover sputare un polmone, passeggiai sui fili d’erba gialla che bucavano la terra come spilli. Miriadi di stecchi ricurvi mi attanagliarono i piedi attorcigliandosi a mo’ di serpenti. Non sempre in quel luogo sospeso nel nulla c’era spazio per la vita, eppure ciò non intaccava la sua perfezione. Impolverato e sudato, venni avvolto dall’essenzialità pura della terra, del cielo e del vento in mezzo. La mia anima si sentì all’improvviso svuotata, priva di emozioni, fantasie, memoria, sensi di colpa o paura dei predatori. I sogni, i desideri e i timori si placarono, come asciugati dal sole a picco. Era una sensazione strana e nuova. Inspiegabilmente, assaggiai il sapore della pace assoluta: un’aspetto dell’Africa che non mi aspettavo. Mi voltai verso i miei due compagni di viaggio. Dino rideva a crepapelle, parlottando in Kikuyu: aveva cinque bambini scalzi e vestiti di stracci del colore della terra aggrappati alle gambe, due in braccio e uno sulle spalle, che lo assillavano per giocare e non si decidevano a lasciarlo ripartire. Da dov’erano saltati fuori in così poco tempo? “Non posso neanche pisciare” sospirò divertito. “Signore pietà.” Poi però, riaccendendo il motore, colse qualcosa del mio insolito stato d’animo. “Quando sono arrivato qui” mi disse, “ero certo che contemplare anche solo per qualche istante la bellezza di questi luoghi sarebbe bastato a rendermi felice per tutta la vita. La luce e l’ombra disegnavano il paesaggio, c’erano risa di bambini ovunque e di notte le stelle cadenti attraversavano il cielo.” E sorrise di nostalgia per i bei tempi andati della sua giovinezza.
Dopo la breve sosta, salutati i piccoli gai Kikuyu, risalimmo tutti e tre in macchina per proseguire verso nord. Il cielo variabile, come per incanto, crollò in un improvviso e inutile acquazzone, troppo intenso e breve perché la terra appiattita da mesi di siccità potesse assorbirlo e abbeverarsi. “Ma cos’hai, la nuvoletta dell’impiegato?” scherzò Dino. “Qua non casca una goccia da sei mesi. Cazzo, ti teniamo e ti spostiamo per Laikipia come una madonnina della pioggia.” Pochi minuti dopo, indicò il grande arcobaleno che già brillava nel cielo grigio: “I Kikuyu lo chiamano la cintura del cielo”. Almeno per un attimo, era pace fatta tra l’alto e il basso.
Proseguimmo tra le pozzanghere. In Kenya era sufficiente percorrere una manciata di chilometri per veder cambiare l’altitudine, la morfologia del suolo, la temperatura e il paesaggio: spiagge bianche e vette vulcaniche innevate, deserti e foreste, savane brulicanti di animali selvatici e vaste monocolture collinari, boscaglie di baobab e piantagioni di conifere ed eucalipti. All’incredibile varietà climatica e paesaggistica corrispondeva una notevole diversità etnica. “Gli Indiani sono abili commercianti, il mercato è in mano loro” mi spiegò Dino. “Oggi sono in gran parte alleati alla mafia Kikuyu del monte Kenya. Possiedono catene di alberghi, ristoranti, negozi di souvenir, e gestiscono il business turistico. Gli africani che vedi lavorare nei negozi di classe e nei grossi alberghi sono solo dei dipendenti. I Somali e gli Arabi vivono prevalentemente lungo la costa, fino al nord, fino ai deserti attorno a Isiolo. Il resto del Kenya è spartito dai due soliti ceppi, perché ogni mondo è paese. Gli agricoltori: i Kikuyu, la maggioranza della popolazione, con i loro cugini Meru e Akamba, e gli altri sottogruppi. E i pastori: Maasai, Samburu, Kalenjin, Pokot.... Alcune etnie a ridosso dei grandi laghi (i Luo nel Lago Vittoria, i Turkana nel lago omonimo) nel secolo scorso hanno integrato la loro economia tradizionale con la pesca. Qui la competizione per la terra c’è da sempre, specie nei periodi di siccità, anche se non sono mancati lunghi anni di pacifica convivenza e di matrimoni misti. Il nostro Moi è di etnia Kalenjin e per anni ha appoggiato gli interessi dei pastori per accattivarsi i loro voti, ostacolando l’opposizione Kikuyu con violente repressioni, che non di rado hanno sfiorato la portata di veri e propri genocidi. Anche l’attenzione internazionale è di parte. Hai presente i depliant turistici? Sembra esserci posto solo per le foto dei Maasai in costume tradizionale, immagine ben lontana dal complesso pluralismo etnico, culturale e linguistico che è il Kenya”. Father Dino era stato per anni parroco a Ol Moran, una terra storicamente contesa tra i Kikuyu e i Samburu. “Lassù è in corso una devastante erosione del suolo a causa di anni di deforestazione” continuò. “Siccità e carestie sono ospiti puntuali quasi ogni anno. Il deserto avanza da nord spingendo i Samburu ad occupare le aree agricole più meridionali: le loro vacche e pecore mangiano erba e sementi, impedendo la rigenerazione delle praterie e impoverendo ulteriormente il suolo. Questo accentua la competizione per la terra con gli eterni rivali Kikuyu e il governo esaspera il conflitto vendendo alle fazioni armi a buon mercato.”
“Ma i tuoi laghetti hanno fatto scuola” osservai.
“I laghetti non risolvono i conflitti e comunque non vanno bene per i Samburu. I progetti di irrigazione sono difficilmente proponibili ai pastori.”
“Non hanno shamba da irrigare.”
“E che vuol dire? Anche le vacche bevono, mica solo le piante. No, è che hanno l’inettitudine nel Dna. L’appoggio politico per anni ha convogliato in questi clan tutti gli aiuti internazionali più inutili. L’ONU ancor oggi sembra credere all’immagine dei poveri Maasai nella misera capanna di sterco piena di bambini coperti di mosche, e ogni anno invia sacchi di grano gratis. Così i pastori restano nullafacenti, incapaci di autogestione e di ribellione alle ingiustizie. Se non sono ridotti alla fame, i Maasai e i cugini Samburu non mangiano granaglie, ma solo latte e sangue, e col grano delle Nazioni Unite fanno liquori. L’alcol seduce rapidamente le popolazioni in ozio. I pastori sembrano rifiutare la globalizzazione, ma non si accorgono che in questa inerzia ed ebbrezza si sta consumando la fine della loro antica cultura. E a quei benefattori che ancora si commuovono alla foto del bambino Maasai in mezzo alla sporcizia, andrebbe chiarito una volta per tutte che per le tribù pastorali la casa e l’igiene non sono affatto un valore, che le mosche e la merda non sono sinonimo di povertà e tanto meno di fame. Il prestigio sociale e le mogli dipendono dal numero delle vacche. Non importa se le mandrie sono troppe numerose e vanno a male…”
Con scuse vecchie e nuove, i Samburu di Ol Moran non avevano mai partecipato alla costruzione dei laghetti di raccoglimento dell’acqua piovana per far fronte ai periodi di siccità. “Il carattere degli agricoltori è mediamente molto più attivo e intraprendente” sostenne Dino. “I Kikuyu detestano i wazungu. Ci considerano ignoranti, invasori e schiavisti. Per giunta l’odore della nostra pelle gli fa rivoltare lo stomaco: dicono che puzziamo da morto. Per loro siamo dei subumani. Però ci imitano e spesso riescono a fare anche meglio di noi. Hanno la fama dei gran ladroni per la loro furbizia e per il fiuto negli affari. Sconosciuti in Occidente, abituati a sopravvivere senza alcun aiuto governativo, hanno imparato a sfruttare al meglio le loro poche risorse e la loro scaltrezza contadina, in modo da spremere dallo straniero tutto ciò che possono. Se avessero più infrastrutture, sicurezza e naturalmente giustizia, non avrebbero bisogno di aiuto alcuno, perché l’ingegno, la terra fertile e la buona volontà non gli mancano.”
Sull’Africa Dino la sapeva lunga, ormai parlava il Kikuyu con più disinvoltura dell’Inglese, e di recente aveva approvato e sostenuto i progetti di Marco, pur senza eccessi di ottimismo: “I giovani volontari Kikuyu di Marco non durano più di un anno, salvo poche eccezioni. I Kikuyu non hanno l’idea della continuità dell’azione gratuita: la solidarietà, sebbene intensa, viene praticata solo nei momenti di emergenza, come nelle carestie, quando il capo del clan decide di mettere in comune i beni rimasti e ripartirli per garantire la sopravvivenza di tutti. Quindi il volontariato si pratica quando si sta bene di famiglia e si ha del tempo libero, o perché si spera di essere assunti come operatori sociali professionisti: disillusa questa speranza, perché è chiaro che non tutti possono essere assunti, i giovani se ne vanno. Quelli assunti e retribuiti, poi, stanno creando delle invidie in città: sono visti come una classe privilegiata al servizio dei preti italiani, dato lo stereotipo che bianco equivale a ricco. Temo che questo, a lungo andare, possa portare a ulteriori tensioni sociali.”
“Missioni, scuole, cliniche un tempo costruite e gestite abilmente da missionari europei” osservai, “sono decadute o sono addirittura state abbandonate non appena la loro gestione è passata alla Chiesa e all’amministrazione locale. Pensi che educare la popolazione africana all’autonomia sia sufficiente a garantire la continuità dell’operato anche dopo che ve ne sarete andati?”
“Mi stai intervistando?”
“Perché no? Dimmi. Pensi sia davvero efficace istruire le popolazioni del sud del mondo con modelli di economia e politica sociale tipici dell’Occidente? O sarebbe più opportuno, come sostengono alcuni sociologi, tentare di rivitalizzare forme tradizionali di economia informale, quali il dono e lo scambio non monetario, che già esistono e hanno successo nei quartieri popolari delle città africane e nei mercati rionali?”
Tagliò corto: “Devi intervistare Marco, che ha tutte le soluzioni. Alle risposte e ai progetti ci pensa lui. Io pago, e se va storto qualcosa dall’Italia linciano me. Non sto mica scherzando, sai. Dopo la morte di Linda, ho preso tante di quelle pedate che sono in lista per un trapianto di culo. Dico solo che certe iniziative mi stanno benissimo, ma rischiano di avere un carattere puramente consolatorio ed una portata del tutto marginale: sono ammesse e tollerate dal sistema come varianti ininfluenti. Potrebbero essere bloccate non appena riuscissero a svilupparsi in modo da costituire un vera alternativa. La realtà è che la povertà del sud del mondo è la premessa indispensabile all’opulenza del nord, e questa è una rotta difficile da invertire.” Nemmeno i suoi Kikuyu avevano risposte: “Se gli chiedo: saprete portare avanti i progetti della missione quando noi non ci saremo più? Persevererete anche se doveste guadagnare la metà di adesso? Loro tacciono.” Secondo lui, la mancanza di costanza del carattere africano era di ostacolo anche nelle questioni politiche: “Contro il governo si fanno tante manifestazioni inutili, ogni volta represse con la violenza. Non si vuole accettare che il governo keniota può essere pesantemente ostacolato senza alcuna violenza, semplicemente paralizzando il Paese con lo sciopero del trasporto pubblico. Certo, per scioperare bisogna patire. Ci hanno provato l’anno scorso, ti ricordi, ma dopo pochi giorni hanno ceduto e gli autobus hanno ripreso a correre: qui non c’è costanza nella lotta perché non c’è costanza nel sacrificio.” Se Marco era un giovane traboccante di progettualità, Dino appariva un anziano disincantato: il suo scetticismo era una voce che si discostava dal coro per mettere in guardia la missione dai troppi entusiasmi. Eppure anch’egli stava spendendo la propria esistenza per restituire dignità e autosufficienza all’Africa martoriata dalla storia.


Giunti al villaggio Turkana, fummo accolti da alcune donne in costume tradizionale ornate di perline multicolore, le celebri maasai beed, indossate da tutte le tribù pastorali. “Sono di origine cecoslovacca” precisò Dino. “Sono state importate in Kenya nel sedicesimo secolo. Una volta erano in pasta di vetro, adesso le fanno di plastica.” Parlando un Kiswahili stentato, le signore mi diedero il benvenuto, dicendomi che ero il primo muzungu non prete che vedevano nella loro vita. Poi non esitarono a chiedermi del cibo. Il villaggio era allo stremo; il fiume vicino era ridotto ad un sentiero di sassi bianchi taglienti. Ma in macchina non c’era mais per tutti: la ricompensa in cibo, severamente razionata da Dino e dal suo collaboratore raffreddato, spettava solo a coloro che avevano partecipato ai progetti di food for work. Fecero eccezione soltanto per un’anziana donna che aveva perso il marito e i figli, morti di stenti e di malaria, e che non si reggeva più in piedi per lavorare.
La vecchia Turkana giaceva dentro la propria capanna, a fianco del braciere suo unico utensile, seduta a gambe scheletriche distese ricoperte di piaghe, mangiata viva dagli insetti. Fece bollire il tè per gli ospiti, anche se Dino fu il solo ad accettare l’offerta. Con disinvoltura, le si sedette accanto, posandole affettuosamente una mano sulla fronte in segno di saluto e scambiando qualche parola in Kiswahili. Lei gli sorrise con i due denti che le erano rimasti, adagiata sul nylon usato come tappeto, steso sulla terra battuta del pavimento, nella capanna buia e affumicata sotto il tetto di frasche secche. Aveva l’età di Dino, cinquant’anni, e pareva sua nonna. Bevuto il chae offerto dalla vecchia, Dino fece un giro guidato dal capo villaggio, vestito in abiti occidentali, tra le capanne circolari alternate a quelle di più recente costruzione, secondo i canoni dettati dai missionari: casette rettangolari a due stanze, dove i figli dormivano separati dai genitori. Adulti e bambini in pelle ed ossa si aspettavano di ricevere qualcosa, ma il muzungu non aveva con sé nient’altro che il mais già finito. “A poche miglia da qui, i Kikuyu scaveranno un nuovo bacino per la raccolta della pioggia” ricordò.
“La pioggia deve tornare a casa, al mare” affermò severo il capo Turkana.
Dino sbuffò, alzò gli occhi al cielo, insofferente. Si mandò indietro i capelli incolti, impolverati e appiccicaticci di sudore. Poi posò le mani sulle spalle del capo. “E ci tornerà, quanto è vero Iddio” gli disse, come aveva detto fin troppe volte ai capi Samburu. “Però non subito. Il mare può attendere, la tua gente no: il laghetto è indispensabile alle mandrie. Ma se non aiutate i Kikuyu a scavare, loro non vi consentiranno di utilizzarlo ed io non potrò aiutarvi, né adesso ne mai. Vuoi condannare a morte il tuo villaggio pur di non accettare un’innovazione?”
Ma il capo Turkana fu irremovibile: “La pioggia appartiene al mare” ribadì.
Dino alzò le mani in segno di resa: “Così sia.”
Io ascoltavo attonito. Stentavo a comprendere, ma soprattutto ad accettare: “Non dici nient’altro?” obiettai.
“Il capo è lui e ha preso la sua decisione” mi spiegò a bassa voce, per rispettare con venerazione il dramma della morte che incombeva sul villaggio. “Giusta o sbagliata che sia, ne risponderà alla sua gente, non a me. Io qui non sono un capo, non ho voce in capitolo, né il potere di imporre soluzioni. Il nunzio si è commosso e si è incazzato nero con me quando ha visto questo posto. Mi ha detto: ‘Facciamo subito arrivare due camion di beni di prima necessità, li pago io!’ Ma a che scopo? Possiamo forse salvare tutti ogni giorno? In ogni villaggio del Kenya, in ogni paese del mondo? Possiamo fare dell’assistenza gratuita un rimedio? E con quali garanzie, finché c’è al potere un governo che non ama il suo popolo e una politica internazionale che favorisce lo squilibrio nella distribuzione delle ricchezze, incrementando la povertà e l’ignoranza di chi è già povero? E finché permarrà la mentalità passiva dell’africano, che ci mette un secondo a disabituarsi all’idea di doversi rimboccare le maniche per sopravvivere? Se arriviamo qua con due camion, tra una settimana questi avranno fame di nuovo. Ma soprattutto, i villaggi vicini rivendicheranno i loro camion di aiuti. Sarebbe impossibile sfamare tutti e scoppierebbe la rivolta. Certo, così siamo degli assassini, ma non abbiamo altra scelta. Non abbiamo potere.” Sembrava rassegnato alla propria razionale, inesorabile crudeltà. L’amore per il prossimo doveva cedere il posto, sebbene con immane dolore, all’accettazione dell’inevitabile selezione naturale e all’idea che i bambini dovessero morire. Era uno dei drammi che si consumavano nel suo cuore ogni giorno e che da anni lo laceravano.
Un cucciolo di cane piccolissimo e affamato cercava le mammelle striminzite della madre, scheletrica e zoppa, che pur ancora lo leccava per pulirlo e coccolarlo. Cercava di nutrirlo, ma invano, perché non aveva più latte; e ogni volta che si alzava dopo una finta poppata, senza volerlo lo urtava, facendogli male, con la sua zampa morta. Stavo per raccoglierla e portarla a casa con me assieme al suo unico piccolo: avrei potuto facilmente salvarli entrambi. Ma Dino mi strattonò per un braccio: “Che cazzo fai, Merlin?” ringhiò a denti stretti. “Vuoi fare la parte di quello che salva i cani e lascia morire gli uomini? Vuoi farci linciare? Questi hanno fame e noi siamo qui, sazi, soli e disarmati. Hai una vaga idea di cos’è la fame? Fai una mossa sbagliata e ci ammazzano senza lasciarci il tempo di dire ahi.” Mi sentii scosso, ma non ci fu limite al peggio. Qualcuno, infatti, afferrò debolmente la mia mano. Era la manina ossuta di un bimbo minuscolo, dalla pancia gonfia e dal polso grosso come il dito indice di un adulto in buona salute. Nudo, incrostato di fango e di mosche, non aveva l’energia per fare feste al muzungu o per chiedergli una caramella. I suoi occhi erano semichiusi per la spossatezza, spenti come quelli di un vecchio in punto di esalare l’ultimo respiro. Vagava per il villaggio come un automa cieco, un teschio con due gambe smilze che da lì a poche ore sarebbe morto di fame. Dino si scostò ed io mi sentii mancare il respiro, mi venne la nausea e lo sfintere cominciò a bruciarmi; stavo per farmela addosso. Riuscii a malapena a controllare il panico che mi attanagliava il corpo indebolito dalla malaria, perché non volevo che il piccolo mi vedesse piangere. Gli chiesi il suo nome. Lui con un filo di voce sussurrò qualcosa di incomprensibile. Non capii e non potei mai ricordare quel nome. Chiesi aiuto: “Father, cosa dice?”
Dino gli si accucciò davanti e se lo fece sedere sulle ginocchia; gli sussurrò qualcosa in Kiswahili, appoggiando l’orecchio alla sua bocca per sentire meglio la risposta. Infine gli sorrise pizzicandogli il nasetto e si rialzò. “Mi dispiace, non ho capito” mi disse.
Mi sforzai di trattarlo da bambino normale e ancora vivo, camminai un po’ con lui tenendolo per mano, poi lo baciai sulla fronte e lo salutai. Non c’era nient’altro che potessi fare. “Il nunzio ha ragione” affermai con rabbia. “Se il capo villaggio è un criminale o un imbecille, restando a guardare noi diventiamo complici. Nessun bambino dovrebbe mai morire di fame.”
Dino non disse nulla. Forse avrebbe voluto chiedermi se mi sentivo male, se per me tutta quella disperazione, vista per la prima volta, non fosse troppo onerosa da sopportare. Ma non lo fece. Io non cedetti all’autocommiserazione e rimasi in silenzio.

Riaprimmo bocca solo a metà strada, sulla via del ritorno. Lui rispose alla domanda che non avevo più osato fargli, ma che aveva intuito o che forse conosceva in anticipo. Fu un bene: tornare subito sull’argomento della fame sarebbe stato davvero penoso.
“Te ne devi andare, Merlin” sentenziò.
Non ero proprio in vena di ubbidire a un capo Kikuyu che non aveva il fegato e le palle per contrastare un capo Turkana. “E’ perché non sono osservante come dovrei?” insinuai. “O è per via di Claudette?”
“Chi?! Claudette? Chi è, quell’ipocondriaca con gli sbalzi d’umore e coi capelli gialli che abbiamo tirato giù dal dirupo della cascata? Perché, te la fai con lei? Via, Merlin, con tutta la grazia di Dio che c’è in giro.”
Il suo marcato disappunto mi sorprese, di più, mi scandalizzò. Il suo modo di liquidare le persone era a dir poco irritante. Chi mai si credeva di essere? Non contento, continuò: “Al contrario di quel che si crede, dice sempre mio padre, gli ossi non li mangiano neanche i cani. Senza offesa, sai. Personalmente mi piacciono più colorite e tondette, magari anche un po’ meno patetiche, ma sui gusti non si discute.”
Difesi Claudette a spada tratta: “Non l’avete trattata affatto bene.”
“Perché, avremmo dovuto?”
“Ma che modi sono? C’è un limite a tutto: ‘Le uniche vibrazioni interiori che sento sono quelle della mia pancia.’ Ma dai. Le ce l’ha messa tutta per farsi accettare da lorsignori missionari.”
“E ha sprecato il suo tempo, perché la nostra missione non è fornire assistenza psicologica ai volontari. C’è gente che queste cose le fa per professione e si fa anche pagare molto bene. Guarda, Merlin, che in questo dannato Paese ci sono donne che stanno davvero male, donne che si ammazzano di lavoro per sfamare i loro figli, donne che vengono stuprate, torturate e uccise.”
“Quanta retorica.”
“Retorica? Una donna torturata è retorica?”
“L’esistenza dei massimi sistemi non toglie il fatto che ci siano anche i problemi minori, father.”
“Oh certo, il sole rovina i capelli e secca la pelle, che tragedia. Vaglielo a spiegare a Linda, con le budelle spalmate sull’asfalto.”
Eh no, adesso era troppo. “No, non provarci neanche, father. Non fare lo stronzo con me. Lascia stare Linda, che è un’altra storia. Quanto a certi apprezzamenti sul corpo delle ragazze, non dovresti permetterti.”
“Per Dio, te la sei presa? Ma allora è proprio amore!”
“I miei sentimenti per Claudette non ti riguardano.”
“Giusto. Basta con le puttanate. Non ti giudico per la tua fede, Merlin, o per cose di questo tipo, cosa vuoi che mi interessi se vai o non vai in chiesa? E hai perfettamente ragione: i drammi veri sono un’altra storia. Linda è morta, c’è poco da scherzare, e la tua vita privata non è affar mio in nessun modo. Perciò non sprecare il tuo tempo con queste elucubrazioni mentali. Non ci sono burattinai e manovre occulte dietro le quinte. Tu non puoi restare perché non ne hai il fisico. Tutto qua, non c’è nient’altro. Con la malaria c’è poco da ridere: resta qua ancora per un po’ e a tua madre tornerà indietro il tuo fegato in un vasetto di vetro. Mi ha scritto una lettera, poco prima che tu arrivassi...”
“Cos’ha fatto?”
“Hai capito bene. Mi ha scritto raccomandandomi di sistemarti in una stanza vicino alla mia, per tenerti d’occhio. Certo, facendoti dormire sul divano del mio appartamento potrei impedirti di fumare erba e di avere rapporti prematrimoniali con le stagiste, ma non posso mica ordinare alle zanzare di non pungerti. Siamo in Africa, Merlin.”
L’invadenza di Bianca non aveva limiti; nulla di lei avrebbe potuto stupirmi. Ma che quel prete infilasse il dito nelle mie piaghe con tanta leggerezza mi andava giù sempre meno: la mia infanzia, mia madre, ora anche la mia salute. “Non è un discorso di fisico” scandii indispettito. “E’ che non ho assunto alcuna profilassi.”
“E per quale malsano motivo?”
“Per non avvelenarmi il fegato.”
“Ma che bravi, tutti dottori siete. Cosa dici, col senno di poi?”
Purtroppo aveva ragione. Peggio di mia madre, con che con i suoi malefici faceva sì che mi capitasse esattamente ciò che più temevo. Di fatto, ammalandomi, mi ero avvelenato il fegato tre volte tanto.

Prima che mama Rose mi regalasse le sue prodigiose pillole cinesi, la malaria era stata per me una costante e malvoluta compagna di viaggio. Mi ero ammalato la prima volta dopo appena sei giorni dal mio arrivo in Kenya, durante il mio soggiorno a Nairobi. Una volta rientrato in Italia, avrei litigato animosamente con gli specialisti in malattie infettive tropicali: schiere di neodottori e specializzandi non accettavano un contagio da plasmodio dopo soli sei giorni di permanenza in area endemica, quando tutta la letteratura epidemiologica parlava di un’incubazione di almeno otto giorni; per loro le statistiche studiate nei libri dell’università venivano prima di tutto. La realtà tuttavia è sempre più imprevedibile e variegata della letterattura. Una mattina, mentre ero ospite di una redazione giornalistica di Dagoretti diretta da padre Uberto Ferrara – l’amico di Dino al quale il governo aveva negato la licenza radio – mi svegliai con atroci crampi all’addome, vomito e febbre alta: sintomi improvvisi e devastanti. Credetti fosse giunta la mia ora. Father Ubi, così lo chiamavano, un’altra vecchia quercia cinquantenne dalla salute di ferro, mi portò immediatamente a Tinganga, un villaggio a nord di Nairobi a ridosso delle immense piantagioni di banane Del Monte, dove aveva sede un dispensario affidabile gestito da suore cattoliche. Dopo aver attraversato tutta la Karua Forest e la lussureggiante zona residenziale di Girgiri vomitando anche l’anima, A Tinganga un’anziana suora infermiera riconobbe immediatamente i sintomi della malaria, malgrado il brevissimo periodo di incubazione. L’esame del sangue confermò: i miei globuli rossi erano infettati dal plasmodium falcyparum, la malaria falciforme, la variante più pericolosa della malattia. Io che ero appena arrivato nella terra dei miei sogni mi sentii liquefare. Le infermiere mi portarono un cocktail di farmaci servito in un piattino di ceramica inglese: tre pillole di fansidar, amoxicillina, antidiarroico, antistaminico, paracetamolo e, per contorno, fermenti lattici e vitamine B. Ci impiegai oltre dieci minuti a deglutire tutto e l’umiliazione fu la pillola più amara da mandare giù. Addio fegato, vista, capelli. Avrebbe potuto l’anelata Africa accogliermi in maniera peggiore? Cos’avrei dovuto imparare da quella lezione? A starmene a casa all’indirizzo dei Merlin, al calduccio della stube? A dar retta a mia madre? All’epoca non mi ero ancora reso conto che le cose accadono e basta: cercavo una ragione per tutto.
Nei giorni cruciali della malattia, father Ubi e i suoi colleghi giornalisti italiani mi trattarono come un figlio, nutrendomi e cercando di curarmi al meglio. Ma a parte il loro amore incondizionato, o la pena per il povero idiota arrivato senza anticorpi né profilassi e bastonato a tempo di record, tutta quella premura non mi aiutò molto. Giorno dopo giorno, sprofondavo nello sconforto. Dopo decenni di lavoro in Kenya, tutti loro sostenevano di saperla lunga e tuttavia non riuscivano mai a mettersi d’accordo in una versione comune. Il più vecchio e pessimista mi diceva senza mezzi termini: “Questa è una malaria perniciosa combinata col paratifo, un morbo letale. Preparati al peggio.” Il più giovane e ottimista sosteneva al contrario: “La malaria è la più curabile tra le infezioni parassitarie dell’Africa. Sai che una volta il plasmodio veniva iniettato apposta, perché la febbre alta era in grado di uccidere la sifilide e altre fastidiose malattie infettive? Sissignori, è la pura verità: la sifilide veniva curata con la malaria, informatevi.” Uno sbarbatello postulante insisteva con gli antidolorifici: “Perché soffrire inutilmente? Dio non vuole che soffriamo.” Un anziano pittoresco, con dei capelli posticci color nero pece e la mano perennemente infilata nella scatola dei biscotti, sentenziava: “Nella Bibbia sta scritto: Give us joy to balance our suffering. Sai cosa vuol dire? Che la vita di per sé è dolore e che tutti gli esseri viventi possono solo sperare che il Signore guardi giù.” Si crearono anche fazioni opposte circa il luogo e le modalità del contagio. Per alcuni i tempi di incubazione della malattia si stavano accorciando e il plasmodio falciforme diveniva sempre più mutevole e resistente ai farmaci; per altri mi ero ammalato così in fretta perché portatore di un corpo già indebolito dal troppo studio e inadatto alle condizioni ambientali dell’equatore; per altri ancora il mio sistema immunitario non c’entrava nulla e la mia malaria era solo l’ovvia conseguenza di una puntura di zanzara anofele della laguna veneziana, appartenente ad un fantomatico ceppo sopravvissuto alle massicce disinfestazioni del dopoguerra. Venne seriamente presa in considerazione anche l’ipotesi della malaria da aeroporto, “perché le zanzare viaggiano in aereo”. Se non fossi stato ridotto allo stremo delle forze fisiche e mentali, sarebbe stato uno spasso. I colleghi di father Ubi credevano poi che raccontare le proprie disgrazie fisiche fosse utile al malato, come se ciò lo aiutasse a relativizzare e sopportare meglio la sofferenza. Così, un prete campano, esibendo un formidabile talento teatrale, mi ragguagliava sul proprio incontro ravvicinato col morbo falciforme: “Una volta, quand’ero missionario in Uganda, aggio preso la malaria celebrale: febbre a quarantuno e otto! Aggio visto la Madonna, Padre Pio, i miei genitori morti di recente... finché mia madre m’ha detto: ‘Figlio mio. Devi proprio mori’ così, da fesso?!’ Allora me son alzato, me son trascinato fino alla macchina, non riuscivo neanche a inserire la chiave nella serratura... Allora la suora che stava con me m’ha detto: ‘Padre, ce stanno delle suore francesi a cento chilometri da qua, c’hanno un ospedale, ma non son cattoliche, padre!’ E io aggio detto: ‘Sorella, mi porti da ‘ste suore.’ ‘Ma padre, non son cattoliche, padre, e se non son competenti?’ ‘Sorella, mi porti da ‘ste suore.’ Allora m’hanno portato. La suora che m’ha accolto m’ha fatto sdraiare e m’ha fatto subito un’iniezione di chinino: per una settimana aggio dormito in coma e non me son svegliato mai...” E concludeva: “Non temere, Danie’, tanto qua siam tutti preti” oppure “tanto il cimitero è qua vicino.” Ubi commentava: “Daniel, sai qual è la differenza tra un incidente grave e una tragedia? Che l’incidente grave è a Milano, la tragedia è a Napoli.” Poi mi cucinava la pasta al pomodoro, costringendomi a mangiare. Ma il massimo che riuscivo a concedergli era di masticare: non c’era verso di mandare giù un boccone, il mio stomaco sembrava strizzato e atrofizzato; potevo impiegarci un’ora solo per pochi sorsi di tè e qualche spicchio d’arancio. Senza un ricovero ospedaliero, mi disidratai rapidamente e dimagrii altrettanto in fretta. I brividi della febbre iniziavano nel primo pomeriggio e alle cinque la mia temperatura era già così alta da accompagnarsi alle allucinazioni visive: un groviglio di serpenti neri fluttuava sul soffitto della camera, sopra il letto. Poi incombevano le allucinazioni motorie: mi sentivo oscillare e roteare qualche centimetro sopra il letto, sospeso nello spazio nero. Se mi sedevo o stavo in piedi, mi sembrava di ballare sul mio asse avanti e indietro, come una molla inchiodata al pavimento. Le alterazioni sensoriali si fondevano con il baccano delle celebrazioni liturgiche notturne dei pentecostali, con le urla di giubilo, i canti sfrenati e il rullo di tamburi che si levavano dall’orizzonte, e con la voce da tenore di Ubi, che passava per il corridoio canticchiando il Nabucco o il Barbiere di Siviglia.
Finché, nella penombra della terza sera di febbre, mi si definì innanzi agli occhi la sagoma di mio padre. L’ultima immagine che serbavo di Gigi era quella di un vecchio vestito in grembiule nero, seduto vicino alla luce fioca di una piccola lampada da tavolo, a fissare una carta geografica ormai ingiallita dell’Europa che teneva sulle ginocchia. L’avevo visto così, quando ero andato a salutarlo prima di partire per l’Africa, e mi aveva spezzato il cuore. Ma differentemente da Bianca, Gigi approvava che io partissi, anzi, mi spingeva a seguire le mie aspirazioni. “Io ho fatto la mia vita” mi aveva sussurrato con tenerezza. “Guarda fin dove sono arrivato da prigioniero” e aveva indicato sulla mappa un punto nello sperduto nord della Germania. “Ora tocca a te.”
Stringevo tra le mani un orsetto di peluche che mi aveva regalato il giorno del mio primo compleanno. “Papà, te lo ricordi? Me lo tieni tu finché sto via?”
Le sue guance si erano colorate di rosso e gli erano spuntate le lacrime: “Ce l’hai ancora!” mi aveva detto, afferrando il peluche e portandoselo al petto, come aveva fatto infinite volte venticinque anni prima col suo bambino neonato.
Nel buio e nell’angoscia dei brividi della febbre malarica, istintivamente invocai mio padre affinché mi desse forza. Anche solo per un momento, sentivo l’estremo bisogno di un volto amico. “Dammi un dito, papà, solo un dito!” implorai fissando i serpenti aggrovigliati sul soffitto. Quando da bambino giocavo a fare l’equilibrista camminando in bilico sui muretti del paese, Gigi non mi dava una mano, ma il dito indice; non mi reggeva, voleva che me la cavassi da solo, ma quel dito grosso e caldo cui aggrapparmi mi dava sicurezza. Così, implorando nuovamente l’indice dopo oltre vent’anni anni, mio padre mi apparve. Vestito nel suo tetro grembiule nero, come un fantasma disperatamente bisognoso di comunicare nella propria solitudine, Gigi prese forma nella stanza, ai piedi del mio letto. Mi scoprii in uno stato in cui non mi fu possibile carpire la linea di confine tra il dialogo soggettivo interiore, dettato dallo stato alterato di coscienza, e il fenomeno paranormale e oggettivo dell’anima di mio padre realmente presente nella stanza: soggettività e oggettività trascesero in un avvolgente sentimento d’amore. Gigi pronunciò delle parole che potei udire distintamente nella mia testa: “No, sei abbastanza grande per camminare da solo.” Non mi avrebbe dato alcun dito indice. Poi aggiunse qualcosa di più confuso, del tipo: “Quando sarà il momento, vengo a prenderti e torniamo in montagna.” Era giusto. Nelle Dolomiti, solo lassù sarei andato a morire, nella grande madre arcana che era la mia montagna, quell’immensa nostalgia di casa che mi risucchiava a sé; mica da solo, in un letto di un edificio estraneo, in uno dei tanti quartieri bene di una metropoli africana che i miei grilli per la testa mi avevano spinto a visitare spavaldamente. Stetti lì, sdraiato a fianco di mio padre per molti minuti, mentre tutto l’universo assumeva i contorni e i lineamenti di quel vecchio, del suo grembiule da lavoro, dei suoi occhi limpidi e azzurri. “Ti voglio bene, papà” fu tutto quello che seppi dirgli. Lo ripetei tante volte ad alta voce, e poi ancora e ancora, senza respiro: “Ti voglio bene, ti voglio bene, ti voglio bene.” Tutto era così chiaro nella mia mente. Ben presto però mi resi conto di non potermi soffermare troppo a lungo in quello stato beatifico di amore e di gioia: lo stallo mi avrebbe intrappolato, inghiottito e ucciso. Allora dissi: “Vai via, papà, adesso vai via, ti prego, ti supplico, vai via!”. Fu un taglio insopportabilmente doloroso, ma necessario: una lacerazione che avrei ricordato per tutta la vita. Sentii la presenza di mio padre uscire dalla finestra, passando attraverso le tende spesse e scure, a vetri chiusi; vidi Gigi svanire e mi trovai di nuovo solo e angosciato al buio. Avevo appena assistito alla sua morte. Poco importava quando questa sarebbe avvenuta nel filo del tempo scandito dai calendari. Allora caddi addormentato. Dormii di un sonno leggero e convulso. Fluttuai sopra montagne di foreste verdi e cascate cristalline. Quando mi risvegliai sul mio letto a Dagoretti in un bagno di sudore, stordito e con lo stomaco rovesciato, presi consapevolezza di essere fuori pericolo: ogni allucinazione era scomparsa e la febbre sarebbe presto passata.

La voce di Dino mi riportò al presente, sul sedile della jeep lungo la strada del ritorno a Nyahururu. “E poi c’è l’aspetto professionale” osservò. “Di sicuro non puoi stare a letto una settimana sì e una no con la febbre e pretendere di lavorare qui, ma a parte questo, cosa sei? Cosa fai? Vai in giro e fai cose? Non fai altro che parlare con la gente, scrivere e fotografare. Ma a chi può interessare? Noi abbiamo già i nostri divulgatori nella stampa cattolica italiana, tu non sei nel giro e, credimi, non ci entrerai, perché non ne hai il carattere. Allora? Vieni qui col visto turistico, adesso te l’hanno rinnovato altri sei mesi, ma poi? Tornerai l’anno prossimo con lo stesso sistema? E per fare cosa? Il dentista, il fisioterapista, l’ostetrico, una sutura di qua, una piaga purulenta di là....”
In città mi ero creato una certa fama per aver fatto nascere il primo dei due gemelli di Charles nel cortile del dispensario; così, quando Alice scivolando sul fango si era rotta un braccio, mi aveva reclutato come dentista: troppe persone avevano già speso dieci scellini di matatu solo per recarsi in città a farsi estrarre i denti marci, non si poteva mica rimandarle a casa con un nulla di fatto. “Questa è la siringa con l’anestesia, questa è la tenaglia, queste sono le pillole di antibiotici” mi aveva detto la piccola suora infermiera, con la solita semplicità spiazzante. Ed io avevo ubbidito, rimboccandomi le maniche. Ma Dino non approvava: “Non puoi venire qua a fare il macellaio sulla carne dei poveri negri, solo perché ci mancano medici” obiettò. “Se succede qualcosa e scatta un controllo, siamo fottuti. Con Linda ci è mancato poco. Questa non è una vacanza: resta solo chi ha un permesso di lavoro e un impiego serio. Quanto alla nostra signora delle ossa, la tua bella, finito lo stage nemmeno lei resterà. Basta, sono stufo, non siamo i ricettacoli di gente che scappa perché a casa propria non sa adattarsi o non è capace di trovare un lavoro gratificante. Marco ne ha le scatole piene dei visitatori e degli studenti, mi meraviglio che a Padova continuino a fornire i nostri recapiti al primo che capita. Noi qui lavoriamo, non possiamo pagarvi per il finto aiuto che ci offrite e non abbiamo tempo per farvi da balie. Volete aiutare gli altri, avete la sindrome da crocerossini che vi prude nel culo? Imparate ad aiutare voi stessi prima, poi ne riparliamo.”
Tanta durezza mi spense. Mi sentii sentii deluso, umiliato, inadeguato, indifeso e trasparente come un bambino. Maledetta quella volta che mi ero lasciato sorprendere vestito con l’abitino da angelo e le ali di plastica; mi vergognavo come un ladro. Doppiamente maledetta l’idea di risolvere qualcosa recandomi a parlare col capo. Si era verificato ciò che più temevo, il motivo per cui avevo provato tanta soggezione: Dino era un autoritario ed io non ero abituato a trattare con l’autorità maschile, essendo cresciuto con un padre tenero di cuore. Dino era focoso e iracondo, con gli occhi scuri scavati sotto le sopraciglia aggrottate, la voce profonda e ruggente, il viso irrorato di sangue per la rabbia e i tendini ben scolpiti sul collo teso. Parlava sempre a voce alta, abituato a trattare con i Kikuyu della savana, e gli bastava un niente per mettersi a gridare, fosse per insultare, per fare un complimento o anche solo per salutare. E poi aveva quella brutta abitudine di chiamarmi per cognome, facendomi sentire un estraneo. La malattia mi aveva indebolito nel corpo e nella mente, e quell’uomo era troppo vigoroso per la mia capacità di sopportazione, nonché troppo distante dai canoni del missionario buono e dedito al prossimo immaginati da Bianca e Gigi. Dino non sembrava avere niente del prete, tranne forse il fatto che di sabato confessava il personale della missione e la domenica mattina diceva messa alla Farm, e solo quando il suo assistente polacco era malato. Ma cosa importava se mi sentivo maciullato dal peso del suo carisma? A chi poteva importare il mio miserrimo stato d’animo, quando i bambini Turkana, e chissà quanti altri nel mondo, stavano morendo di fame?
S’era fatto tardi, quella sera, e pertanto restai a dormire alla Farm. Nel pomeriggio le suore avevano sfornato il pane fresco: il profumo pervadeva il cortile e i corridoi di roseti che congiungevano i bungalow. Mi sedetti a tavola e mangiai in silenzio tutto quello che mi misero nel piatto, come se niente fosse accaduto. Mi sentivo estraniato, distaccato da tutto, come anestetizzato; le voci esterne, al pari delle sensazioni corporee, mi giungevano asettiche e lontane. Appena uscito dalla sala da pranzo, tuttavia, un improvviso senso di realtà di impossessò di me. Allora mi chinai a terra e vomitai tutto. Dino fu l’unico a vedermi e a prestarmi aiuto. Inaspettatamente, mi resse la fronte, poi mi pulì la bocca col suo fazzoletto e mi accarezzò la testa con insolita tenerezza, con la comprensione di un padre verso il proprio figlio. Quelle mani, quel tocco caldo e delicato, erano proprio di Dino, di quell’uomo spietato, irruento e nevrotico? Erano per forza le sue, non c’era nessun altro intorno. Erano le stesse mani che avevano salutato con affetto la fronte della vecchia Turkana. Il cuore mi accelerò nel petto. Quel breve attimo di calore bastò a farmi capire perché la sua gente lo amasse tanto. “Merlin” mi disse. “Tirati su, per Dio! Se Wilma ti vede in questo stato, ti perseguita tutta la sera con le sue tisane calmanti. Fanno schifo, parlo per esperienza.” Poi si mise a massaggiarmi le spalle. “Dai, Merlin. Come si dice? ‘Un bambino che muore è caro agli dèi’. Più o meno.”
“Vuoi consolarmi, father? Dimmi, mi hai preso per un coglione, o per uno dei tuoi parrocchiani?”
“Tu non sei coglione, Merlin. Sei solo giovane. Vai via di qua, salvati finché sei in tempo.”
Opposi resistenza con ogni forza residua, perché non accettavo di veder crollare i miei sogni senza battere ciglio: “Ognuno ha il diritto di essere felice e il dovere di provarci” affermai.
“D’accordo, bravo. Questa è una frase che va bene per i Baci Perugina, ma non va bene qui. Qui non è eccitante, non è divertente, al contrario, è un’impotenza continua. Come ti sei sentito oggi?”
“Arrabbiato.”
“Dì pure sconvolto. E non è stata la fame di quella gente, te lo assicuro. E’ che hai palpato con mano cosa significa non poter fare niente di niente. Il dover stare a guardare le tragedie della storia, della vita che ti scivola via, mentre tu te ne stai lì, immobile, pieno di buoni propositi ma non di soluzioni, né tantomeno di risposte. E’ davvero questo che vuoi? Non penso proprio. Per me è troppo tardi, i Kikuyu mi hanno preso l’anima, ma a te non deve succedere. Dammi retta, tornatene a casa. Qui non sarai mai considerato un eroe e non sarai mai felice come speri. Guardami: io non lo sono.”
“Questo non lo credo assolutamente.”
“E fai male.”
“Ti guardo e vedo un uomo forte e vincente, uno che sta bene dov’è. Uno che sa sedersi su un pavimento di sterco, ad accarezzare una donna mangiata dai parassiti e a bere un tè con latte andato a male.”
“Il latte non era andato a male, era fermentato. I pastori lo bevono così.”
“Lo vedi? E’ questo che intendo. E’ difficile starti accanto senza sentirsi deboli e insignificanti.”
Dino rallentò il massaggio. “Ma senti che roba” mormorò. “No, Merlin, è che mi sono messo il cuore in pace. Stando qui, anno dopo anno, mi sono visto costretto ad accettare l’infelicità come una componente essenziale della mia vita. Io vivo ogni santo giorno con le conseguenze delle mie azioni e con il peso delle mie responsabilità. E la colpa è solo mia: non c’è nessuno contro cui puntare il dito, perché finora ho vissuto esattamente la vita che volevo e gli errori che ho commesso sono dipesi soltanto da me. Dimmi pure che sono un uomo onesto, dimmi che quando avrò un piede nella fossa potrò ritenermi soddisfatto per aver condotto un’esistenza coerente con le mie inclinazioni, brillanti o idiote che fossero. Ma per l’amor di Dio, non dirmi che sono felice.”
Divincolai le spalle dalle sue mani e mi voltai per guardarlo negli occhi. E come ubriaco, blaterai: “Mio padre non è affatto morto, e allora perché ho sognato il suo fantasma? Tu me lo sai spiegare?”
Non avrei mai dimenticato l’espressione che Dino assunse alla mia insensata domanda. Fu come se le pieghe della sua storia e il turbine delle sue vicende personali gli scorressero davanti tutte insieme all’improvviso, devastandolo. Fece un passo indietro, distanziandosi da me. Per una volta, ero stato io ad indossare le vesti della temibile Medusa: in un solo istante l’avevo raggelato e, pur non capendone minimamente il motivo, la gratificazione fu grande. Me ne vergognai. Quanto sarebbe durata quell’insulsa sfida? Quando avrei deposto le mie stupide ali da angelo?
“Perché sei venuto qui?” gli domandai. “Perché hai scelto questa vita?”
Mi rispose nel modo più naturale: “Non me lo ricordo.” E mi sembrò sincero.