Dino Moser era stato un vecchio amico dei coniugi Merlin, i miei genitori. Quando lo conobbero, Bianca e Gigi Merlin erano sposati già da molto tempo. Si erano incontrati per la prima volta nel lontano 1942, in un fresco mezzodì di fine di agosto.
Bianca se ne stava con le spalle contro la credenza. Indossava una lunga gonna nera a pieghe e una camicetta di lino con colletto di pizzo sotto il golfino bordeaux striminzito, che le stringeva ancor più le spalle minute e ingobbite, forse per il tanto tempo passato sui libri e sui quaderni, o forse per non far vedere quel poco seno che aveva. La testa di boccoli biondi sembrava troppo grossa su quel corpo smilzo e quel collo fragile. Aveva gli occhi grandi, vicini e intelligenti sul naso lungo e dritto, la pelle chiara di chi stava poco all’aperto e le mani delicate e sottili di chi non aveva mai svolto lavori pesanti; mani così diverse dalla scorza e dai calli del padre minatore e della madre a servizio nella villa di vacanza di una nobildonna veneziana. Bianca era una maestra di Rivamonte che aveva ottenuto un posto alla scuola elementare di Forno di Canale; guardava il mondo con sospetto e stringeva il foglio di referenze autografato dal parroco del suo paese con il timore e la premura di una forestiera desiderosa di mostrarsi onesta e di farsi voler bene nella valle a lei estranea. La casa dei Merlin era grande e, per arrotondare le entrate, la famiglia affittava un paio di stanze alla brava gente di passaggio. Gian Giacomo Merlin, per tutti Gigi, per campare faceva vari lavoretti saltuari e aiutava il padre nella bottega di sali e tabacchi. Non godeva di ottima fama dal giorno in cui, ventenne, lavorando in orto in un caldo pomeriggio di luglio, aveva commesso l’errore di attraversare la strada a torso nudo; le vecchie del paese si erano affacciate ai balconi di gerani urlando allo scandalo e la domenica successiva il parroco l’aveva richiamato pubblicamente in chiesa durante l’omelia, demolendolo come pessimo esempio di costumi scabrosi. Bianca era stata messa in guardia e non si sentiva affatto a proprio agio mentre, accordandosi con la signora Merlin per il prezzo della stanza, Gigi girava attorno alla tavola scrutandola. Il giovane cappellano lo aveva incrociato in piazza poco prima e gli aveva strizzato l’occhio. “Ho mandato una ragazza a casa tua” gli aveva detto. “Corri a vederla.” Gigi era corso e, appena entrato nel tinello e dato uno sguardo a quella minuta e diffidente signorina, aveva pensato: “Mi piace.”
Bianca mostrò qualche segno di cedimento solo il giorno in cui, camminando per il centro di Forno, lo scoprì per caso a fare le pulizie nella vecchia casa della confraternita della Beata Vergine dei Battuti, accanto alla chiesa parrocchiale. Seppe allora che Gigi, malgrado tutto, era un assiduo frequentatore della chiesa e un volontario dell’azione cattolica. Del resto, era cresciuto in una comunità di montanari retti da profonda fede, abituati alla fatica e al sacrificio, superstiti coraggiosi della drammatica alluvione del 1882; gente forte e solida, dalla vita semplice contrassegnata dai ritmi del lavoro agricolo e della fienagione. Ci vollero comunque altri quattro mesi prima che lei accettasse di andare a messa in sua compagnia. Finalmente, una memorabile domenica di aprile, Bianca e Gigi entrarono insieme nella chiesa di Forno. La cosa fece scalpore. Bianca indossava il velo e l’abito nero, come di consueto nella casa del Signore, ma non si era accorta di avere una calza bucata all’altezza della caviglia; il parroco, passando per l’abituale ispezione prima della cerimonia, le infilò il dito indice nella pelle svelata dal buco e la invitò ad uscire. Il giorno in cui lei scivolando sul ghiaccio si era ferita ad un ginocchio, poi, Gigi le aveva dato un passaggio fino a scuola facendola salire sulla canna della propria bicicletta: un’azione deplorevole aspramente contestata dagli anziani del paese. Erano queste le piccole trasgressioni della piccola vita di Bianca e Gigi, che avrebbero ricordato per sempre il tempo della giovinezza con la convinzione di essere stati protagonisti di tante avventure. Trascorsero da fidanzati un paio di anni davvero felici, circondati dalle bellezze della valle pazientemente scavata dal torrente Biois, che dal Passo San Pellegrino scendeva fino a Cencenighe imboccando una stretta intagliata di rocce arenarie, con le fiancate ricoperte di boschi di abete rosso, sotto lo sguardo imponente delle tre Cime D’Auta, che alle prime luci dell’alba e al calare del crepuscolo si tingevano dell’inconfondibile rosa dolomia. Bianca e Gigi camminavano mano nella mano tra i sentieri della valle, tra le mandrie di mucche al pascolo; tra le impronte dei caprioli che all’alba si avvicinavano alle case in cerca di cibo; tra il profumo dei latticini freschi esalato dalle malghe e i camini della domenica, che fumigavano aromi di speck, burro fuso, sugo di lepre e braciole di cervo; tra le coltivazioni di papaveri, a corolla rossa e violacea, dai quali le donne ricavavano i semi per preparare i dolci della quaresima. Spesso dopo la messa vespertina, se il tempo non era buono e la gente si rintanava subito in casa, Bianca e Gigi sgusciavano di nascosto sotto il ponte che collegava il paese alla strada statale, dove la corrente del Biois sulle rocce si faceva impetuosa e a tratti assordante; per qualche minuto si baciavano sotto la pioggia, riparandosi con le grandi foglie delle malve a ombrella.
La guerra pose fine alla leggerezza di quei giorni. Nel 1943 la Valle del Biois venne bombardata. Gigi fu chiamato al fronte e dovette partire per la Grecia, dove pochi mesi dopo si trovò catturato dai nazisti, per l’esattezza da un ventenne tedesco con gli occhi stralunati che non dormiva da settimane e che tremava come una foglia impugnando il fucile. Stipato in un camion assieme ai commilitoni, venne condotto in un campo di concentramento a nord della Germania, dove i prigionieri di guerra lavoravano tutto il giorno, riempiendo con pesanti sassi i crateri provocati dalle bombe inglesi cadute sulle piste di atterraggio; un triangolino di pane e un bicchiere d’acqua doveva bastare loro per tutta la giornata. Ogni sera, nella sua angusta gelida cella, Gigi ricordava le sue Dolomiti e la dolce pudica Bianca, mai sposata e mai avuta; recitava il rosario, votandosi alla Madonna, supplicando aiuto con tutta la fede che serbava nel cuore. Bianca, rimasta a insegnare nell’Agordino, con la madre e le sorelle Merlin ascoltava ogni notte la radio inglese, nascosta in soffitta, per conoscere il reale andamento della guerra. La Madonna quella volta fu clemente: i nazisti persero il conflitto e abbandonarono i campi di concentramento. I prigionieri, liberi all’improvviso come per miracolo, scalzi o con vecchie suole di legno ai piedi si incamminarono verso sud, dove li attendevano i camion alleati per ricondurli a casa. Gigi, assieme ad alcuni compagni di prigionia, percorse a piedi nudi centinaia di chilometri. Sopravvisse rubando patate sotterrate nei campi, ammazzando topi e mangiando funghi di prateria. “Ma lei era sempre là, davanti a me” raccontava. L’immagine di Bianca, sua futura sposa, brillava senza sosta nella sua mente, una stella guida in grado di fargli sopportare la fame, il freddo e ogni sorta di umiliazione, mentre nella valle del Biois la rappresaglia tedesca incendiava i paesi e Caviola, a due passi da Forno, veniva interamente distrutta.
Nel 1945 Bianca e Gigi si sposarono nella chiesa di Rivamonte e andarono a vivere nel fienile dei Merlin. I pochi rustici della Val Biois risparmiati dagli incendi appiccati dai tedeschi in ritirata, che nel dialetto locale si chiamavano tabià, dopo la guerra smisero di essere solo fienili e depositi di legna: vennero ristrutturati e adibiti ad abitazioni, piccole baite in legno che dall’alta valle scendevano fino al cuore dei paesi. Quello dei Merlin era un rustico del tipo più comune, con il pianterreno in muratura e il fienile in grosse tavole, sostenute da uno scheletro di travi squadrate, alcune delle quali disposte trasversalmente nelle pareti esterne. Bianca decorò il terrazzo con mensole di gerani; alla parete appese la gerla, la tradizionale cesta per il trasporto della legna sulle spalle. Gigi riprese in mano l’attività commerciale dei suoi genitori, sebbene danneggiata dal fuoco nemico. La bottega riaprì più bella di prima e il lavoro lentamente riprese, assieme alla ricostruzione. Infinitamente grati per l’aiuto ricevuto dalla Madonna, Bianca e Gigi condussero una vita nel rispetto delle leggi della Chiesa e aiutarono il prossimo come poterono. Ma la grazia del Signore presto li abbandonò di nuovo. La fede e le centinaia di rosari mariani, recitati puntualmente ogni sera prima di coricarsi, non bastarono più a far esaudire i loro desideri. Il figlio tanto atteso non arrivò. Gli anni passarono. Gigi riempì ceste e ceste di funghi inoltrandosi nei vasti boschi e sottoboschi di abeti rossi, alternati ai larici nella valle alta e ai faggi delle quote più basse, dove gli unici suoni udibili erano le zampette degli scoiattoli che saltellavano sui rami, il cinguettio degli uccelli, il fruscio della neve polverosa che cadeva dai tronchi ondeggiati dal vento; percorse infinite volte i prati sopra il limite del bosco lungo le vie alte dei pastori. Bianca sfornò centinaia di torte di fragole e mirtilli. L’acqua dei torrenti e dei laghetti alpini solidificò in mirabili sculture di ghiaccio e sgelò per innumerevoli stagioni, mentre il paese cresceva, i prati si attrezzarono come piste da fondo e i figli degli amici diventavano grandi. Forno di Canale nel 1964 prese il nome di Canale d’Agordo. Estati e inverni si susseguirono nel tabià dei Merlin, tra la rassegnazione e la speranza che Dio avesse semplicemente chiuso gli occhi per un po’, sapendo che dopo tanto bene elargito durante la guerra non gli si poteva chiedere troppo. Bianca e Gigi pensarono perfino di intraprendere la difficile strada dell’adozione, ma quale giudice li avrebbe accontentati? Il loro reddito era basso e un paesetto di montagna aveva ben poco da offrire ad un bambino. Finché un giorno, all’improvviso, Dio riaprì gli occhi e avvenne il miracolo. Nel 1974, quando entrambi erano ormai prossimi alla cinquantina, arrivai io. La mia nascita fu registrata all’ospedale di Agordo nel primo pomeriggio dell’11 marzo. Il nome pseudostraniero andava di moda negli anni settanta; nel bellunese era la generazione dei Daniel, David, Loris, Devis, Manuel.
Gigi si rivelò da subito un padre tenero e premuroso con me, per nulla severo o autoritario. Ogni suo no era motivato da una ragione spiegata con pazienza al suo figlioletto affamato di perché. Non mi lasciava prendere le decisioni da solo, ma si premurava sempre di farmi capire che ero ascoltato, che ero una persona, sebbene di dimensioni ridotte. Così, se non potevo nuotare nel torrente, era perché i vortici dell’acqua impetuosa avrebbero potuto risucchiarmi verso il fondo; se non potevo correre scalzo nei prati, era a causa delle vipere che talvolta si nascondevano tra l’erba alta a caccia di piccoli roditori; se la domenica non mi era permesso di marinare la messa, era perché il Signore si sarebbe rattristato nel non vedere i bambini in chiesa: “Gesù riceve fin troppe preghiere dai vecchi. Almeno una volta alla settimana vuole sentire cos’hanno da dirgli i bambini.” Con mio padre tutto aveva un senso. Lavorando in orto con lui, imparai la pazienza di stare seduto per ore su uno sgabello ad estirpare la gramigna dalle zolle, perché i diserbanti avrebbero fatto male alla terra e alle piante buone; i ritmi di crescita del radicchio e dell’insalata; la giusta inclinazione del sole per fare crescere al meglio i pomidoro; la potatura dei meli e dei peri; la raccolta dei rifiuti organici della cucina da spalmare sulle zolle fresche di vanga; il momento giusto per la semina dei legumi; come costruire spartani spaventapasseri inserendo piume di tacchino o di fagiano in una patata appesa al filo della biancheria. Il mio vecchio padre mi insegnò più di tutto che la terra, madre di creature vive, era anch’essa viva. A volte, d’estate, con il suo pesante annaffiatoio di ghisa abbeverava anche le porzioni di terra a riposo: “La terra ha sete” mi diceva. Il sabato e la domenica mi portava con sé nelle sue lunghe passeggiate: “Tra le montagne” diceva, “là ci si sente liberi.” A meno di sessant’anni si ammalò di cuore e non poté più salire in quota, dove l’ossigeno scarseggiava; da uomo prudente, non si spinse mai più oltre il limite del bosco. Tuttavia tra gli alberi c’era già tanto di cui godere. Era il regno dei licheni a nord dei tronchi del larice, degli scoiattoli a caccia di pinoli sui rami dell’abete rosso, delle felci e dei muschi abbarbicati sulle rocce, dei sentieri ricoperti di aghi secchi, dei gelsomini e delle malve, dei caprioli e dei serpenti. Nel bosco Gigi mi insegnò a conoscere i funghi, a distinguere le specie commestibili da quelle velenose e i loro habitat ideali: le amanite rosse a puntini bianchi, splendide solo da guardare, le trombette e le russole non pregiate, ma buone da farci la pasta, meglio se accompagnate dai porcini e dai finferli. Per tutta la vita, non avrei trascorso una sola giornata al mio paese senza mangiare funghi a pranzo o a cena. Nei pomeriggi più caldi, mentre Bianca stava rintanata in casa a sbrigare faccende o a correggere i temi dei suoi alunni, io e papà sgattaiolavamo di nascosto a pescare e a prendere il sole in mutande sulle rocce del Biois o del Liera. Qualche volta, a bordo del Maggiolino color panna del ’63, andavamo fuori paese, a guardare le cascate e a fare il bagno nei laghetti, dove trovavo spesso altri marmocchi con cui giocare. Quando scattava il coprifuoco, poco prima dell’ora di cena, ci asciugavamo e vestivamo in gran fretta, e rincasavamo alla chetichella. Se Bianca avesse anche solo sospettato che il suo impeccabile marito mi permetteva di giocare in mutande nei torrenti, la cosa avrebbe avuto conseguenze inimmaginabili.
Bianca impostò la mia educazione sulla fedeltà incondizionata ai dogmi cattolici e sul senso di colpa qualora fossi venuto meno alle mie responsabilità. La maestrina di Rivamonte sapeva come fare presa sul suo bambino, dal momento che il cuore di Gigi non funzionava al meglio, e la cardiopatia – diceva lei – si era manifestata proprio per lo sforzo e la responsabilità di crescere un figlio. Così, molto presto, mi inculcò in testa che il mio vecchio padre malato avrebbe potuto morire da un momento all’altro per colpa mia: un ricatto morale per tenermi buono da piccolo e per non farmi scappare da grande. Secondo lei, avrei dovuto mantenermi candido e puro come nel 1978, il giorno della festa per l’elezione in Vaticano di Albino Luciani, quando i pargoli di Canale d’Agordo entrarono in chiesa in fila per due vestiti da angeli, e padre Dino – allora missionario in erba – venne a farci visita in casa dopo la cerimonia e mi prese in braccio, facendomi il solletico sulla pancia e giocando un po’ con me e con le mie ridicole ali da angioletto. Bianca era in ansia cronica per la salute dell’unico uomo che l’aveva amata e sopportata, e del suo unico bambino avuto tardi: il cappellino era d’obbligo anche con il cielo nuvoloso e il maglioncino anche nei mezzogiorni di luglio col sole a picco. Non avrei mai dimenticato la sua mano dentro la maglietta, sul collo e giù fino alle scapole, e la sentenza: “Ecco, ti sei scalmanato a giocare, sei sudato, adesso ti ammali.” Quella stessa mano mi stringeva forte per attraversare insieme la strada dove passavano sì e no un paio di macchine al giorno, per condurmi in chiesa, al confessionale. La carne era per lei una corazza ingombrante in cui Dio aveva deciso di far nascere e crescere le sue anime per metterle alla prova e dove erano sempre in agguato le tentazioni del demonio, viscida bestia strisciante tra le cellule organiche. Ogni peccato da lei scoperto veniva immediatamente punito. Naturalmente, di peccati mortali tra i sette e i dodici anni ne avevo commessi parecchi, e di tutti mi ero sinceramente pentito e mortificato al ritmo dell’atto di dolore: “Mio Dio, mi pento e mi dolgo con tutto il cuore dei miei peccati, perché peccando ho meritato i tuoi castighi, e molto più perché ho offeso te, infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa....” A sette anni, per esempio, venni sorpreso mentre tornavo a casa da scuola tenendo per mano una compagna, una graziosa moretta con la quale mi ero sbaciucchiato per un po’ dietro ad un capitello; fui costretto a rinunciare al gelato della domenica come fioretto alla Madonna e a devolvere tutti i proventi del mercatino estivo – che ogni anno alla fine della scuola allestivo davanti alla bottega con i fondi di magazzino – ai poveri negretti dell’Africa che morivano di fame.
All’età di dieci anni, invece, fui giudicato colpevole di aver sbirciato le cameriere dell’albergo del centro, che dopo aver servito il pranzo si concedevano una pausa prendendo il sole sull’erba in costume da bagno. Il calendario segnava già l’anno 1984, ma per Bianca si trattava ancora di uno scandalo intollerabile. “Le donne sono la causa di tutti i brutti pensieri del mondo” affermò in quell’occasione. Anche il suo unico figlio ne era stato contaminato. La cosa mi costò un aumento da uno a tre della razione quotidiana di rosari mariani obbligatori; per tutto il mese, dovetti recitare tre rosari inginocchiato ai piedi del letto assieme a lei, ogni sera subito dopo cena. Ma il mio debole corpo in trasformazione raggiunse l’apice della vergogna a dodici anni, con la prima erezione e polluzione notturna. Al mattino, senza capire bene cosa fosse successo, gettai le mutandine bagnate nel cesto della biancheria. Bianca le scovò. Come una furia, mi cercò in cortile, mi afferrò per un braccio, trascinandomi fino in bagno. Qui, mutande in mano, sopracciglia aggrottate e l’ira di Dio in volto, mi chiese spiegazioni. Io arrossii ammutolito e il mio silenzio fu per lei una conferma. “Non ti devi toccare mai, per nessun motivo” intimò. “E non sognarti di dirlo a nessuno. Non accennarlo neanche a tuo padre, che gli fai venire il crepacuore, povero vecchio.”
Nelle mie fantasie di bambino, Bianca si diffondeva ovunque come una nebbia blu, uno spirito sinistro in grado di risvegliare i licantropi della notte, una luna bugiarda crepuscolare alimentata dall’evaporazione delle acque sotterranee, l’alito umido di un Dio oscuro e onnipresente, in cui era sospesa e fluttuava ogni vita. Era l’acqua dell’oceano, il mare primordiale origine e tomba del sole, il liquido amniotico, la materia prima in persona, la terra e la vipera che in essa si nascondeva, il colore nero e la rugiada; ma anche l’acqua benedetta, capace di ricomporre tutto ciò che veniva separato, un albero della vita carico di frutti nel cuore di una foresta stregata. Man mano che crescevo, Bianca mi si infiltrò nelle ossa sottoforma di un costante richiamo alla quiete. La coscienza di adulto mi imponeva la separazione, ma a questa si opponevano con violenta irruenza timori di ogni genere e angoscia di fronte alle esperienze della vita. La nostalgia agiva su di me come un veleno paralizzante, rendendomi gracile e ansioso. Ovunque andassi, anche nel cuore dell’Africa nera, terra dai contrasti così lontani dalle morbide tonalità di rosa e viola delle Dolomiti, lei mi stava sempre appresso: era la mia ombra. Come il ritmo del respiro, come il sole che esplode al mattino e che la sera ritira a sé i suoi raggi, lei era la diastole e la sistole della mia esistenza. Mi dava la vita come un Dio creatore e mi uccideva come un teschio con la falce. Mi nutriva e mi divorava. Come la Sfinge, mi poneva l’enigma mortale annunciando l’ineluttabile; come la Medusa, mi uccideva congelandomi con lo sguardo. Bianca era una grande città biblica custode di uomini e bambini, vergine inviolata e puttana corrotta; era la Chiesa, ora sposa virtuosa di Cristo, ora meretrice infedele; era Maria, vergine e madre, in grado di autofecondarsi come una dèa antica. Da bambino, recitando le litanie lauretane dopo il rosario, l’avevo invocata come vas, utero ctonio e vuoto, e come turris, fallo ascensionale e spirituale. Viveva questa femme fatale nella mia mente. Utero e sepolcro, popolava le mie fantasie come un drago degli abissi che custodiva in pancia una perla argentea. Nei miei sogni, la mia santa madre era un segno grandioso nel cielo, “una donna vestita di sole, con nel capo una corona di dodici stelle, e la luna sotto i suoi piedi”; ma più di tutto, era l’essere mostruoso con la bava e le fauci spalancate che attendeva in agguato, pronto a mangiare il bambino. Assai presto da ragazzo avrei dimenticato la rigidità cattolica, le visioni apocalittiche e i brividi delle fiabe gotiche, ma nel mio intimo avrei pagato caro l’allontanamento da casa, gli studi universitari, il lavoro di giornalista, in una parola, la mia vita. Avrei pagato la mia indipendenza di individuo adulto con l’ansia e il senso di colpa per aver abbandonato la mia iraconda e misericordiosa madre, nonché il mio indifeso padre malato.
Dopo un’infanzia trascorsa senza caramelle e gelati per risparmiare spiccioli da devolvere ai negretti di padre Dino, inevitabilmente fin da adolescente percepii il desiderio di vedere con i miei occhi quelle terre lontane e di conoscere di persona i missionari con i quali Gigi e Bianca avevano sempre tenuto una fitta corrispondenza, inviando loro in beneficenza tutto il poco denaro che potevano. Così, atterrai per la prima volta in Africa nel giugno del 1999 ricco di belle speranze, infarcito di propositi romantici e frammenti poetici, certo che nelle mie vene doveva scorrere qualcosa in più dei geni di Forno e Rivamonte. “I’m looking for the face I had before the world was made” era il verso che più mi frullava per la mente: sono alla ricerca del volto che avevo prima che il mondo fosse creato. Consideravo la ricerca delle mie origini come qualcosa di molto serio, un’autentica sfida spirituale. Il mio voleva essere un viaggio sulle orme di una qualche vita passata. Magari mi sarei scoperto una rincarnazione del barone Van Blixen o di un pluridecorato guerriero Maasai? Ragionavo così a venticinque anni, quando misi piede in Kenya.
La prima cosa che visitai di Nairobi fu il luogo dove il 7 agosto dell’anno prima una bomba piazzata presumibilmente da Al Qaeda aveva fatto esplodere l’ambasciata americana. Il sette in Kenya era sinonimo di iella e sciagura. L’angolo tra Moi Avenue e Haile Salassie portava ancora i segni della strage, con le sue centinaia di morti e di mutilati. Lo scheletro del grattacielo della Cooperative Bank of Kenya era rimasto in piedi ma sventrato, con i vetri scoppiati e i muri neri di fumo. Ovunque restavano sassi, macerie, fiori appassiti e tanta commozione, e i fantasmi delle vittime senza giustizia aleggiavano sopra le strade. Lì negli anni a venire sarebbe sorto un parco e una lapide con incisi i nomi degli innocenti morti senza un perché.
Tale assenza di identità individuale, di pace e di chiarezza, suscitava in me un’inattesa attrazione, una sottile e inspiegabile nostalgia. Era il fascino dei quartieri popolari, dei mercati caotici, dell’assenza di forme chiare e distinte: non solo nella povertà dei formicai umani delle baraccopoli, ma anche nelle aree più vivibili, nelle piccole case dignitose in cui le famiglie dividevano con gli animali i loro pochi metri quadrati. Il tutto svelava l’inconsistenza delle costruzioni occidentali, che di fronte al dramma della fame apparivano solo un manicomio di astrazioni. Nairobi era il trionfo dell’informale e del bricolage. Non capivo se si trattasse di una forma di sviluppo spontaneo e alternativo, sebbene martoriato dalla violenza, dai sordidi traffici mafiosi e dal constante senso di precarietà, o di un ripiego in mancanza di meglio, in attesa di accedere alla terra promessa della modernità a portata di tutti e dell’economia ufficiale. In particolare negli slum e nei quartieri popolari, mi sorprendeva la fantasia della gente, la molteplicità degli espedienti messi in atto per cavarsela, anche se tale scarsa professionalità non sembrava sinonimo di assenza di competenza. Gli artigiani erano i veri protagonisti della strada: lucidatori di scarpe, dentisti, barbieri, fabbri che lavorano con materiale di recupero, sarti di quartiere, garage all'aperto, piccoli trasportatori su camion traballanti e variopinti, procacciatori di clienti per safari, minuscoli chioschi di latta stracolmi di sacchetti di pane americano, concentrato di pomodoro, latte in polvere, caffé solubile, bibite, sigarette e biglietti della lotteria. In questi grappoli urbanistici c’era posto per tutti, a prescindere dalla religione, dall’etnia e dallo statuto sociale. Gli scellini in circolo in queste reti erano tutt’altra cosa dalla moneta straniera: i dollari sembravano una cosa astratta. Le monetine e i biglietti di piccolo taglio unti e bisunti, invece, erano ben annodati in un angolo della biancheria intima, accuratamente nascosti sotto i vestiti, tirati fuori con precauzione, contati e ricontati durante le contrattazioni dei prezzi. Il mercanteggiare conservava il primato dei rapporti umani sul gioco anonimo della domanda e della offerta. Nascere, morire, essere malati, avidi, sporchi, violenti, affamati, corrotti; doversi rinventare ogni giorno per sopravvivere, prigionieri di un’incoscienza analfabeta, perennemente sospesi in un suggestivo universo di spiriti buoni e cattivi, protetti da riti magici e ridicole preghiere: nei miei primi giorni in Africa, pensai che quella era forse la vita come avrebbe dovuto essere, la vita della terra, senza buonismi. La vita dei quartieri popolari non era incapsulata nella testa o nel cuore: era l’intero corpo a vivere. Era la vita di mio padre, a piedi scalzi per le strade spazzate dalla guerra, povero ma mai misero, ignorante ma astuto, maestro nella dignitosa arte dell’arrangiarsi, del non buttare via niente e del non demordere: ortolano, boscaiolo, muratore, soldato, cartolaio, innamorato appassionato che scriveva lettere d’amore alla sua fidanzata accovacciato sulla paglia della stalla, tra lo scondinzolare delle vacche.



