3. LE SORELLE DI NYAHURURU

Dopo la pausa, la pubblica accusa chiamò sul banco dei testimoni sister Alice, la suora infermiera della missione di Nyahururu che nel pomeriggio del 2 ottobre 2002, nella buia e spartana sala operatoria dell’ospedale pubblico della città, aveva eseguito l’autopsia sul corpo di padre Dino. Malgrado i suoi quarant’anni di lavoro a Laikipia, Alice borbottava solo poche parole di Inglese e di Kikuyu: la sua lingua era rimasta sempre e solo l’Italiano. L’altra suora anziana della missione, la sua fedele amica sister Wilma, sedette al suo fianco per tradurre in Inglese la deposizione. Alice un tempo era stata tondetta e gioconda, ma ora appariva magrissima e sciupata: un metro e cinquanta per quaranta chili di peso. Il cancro se la stava mangiando viva; le erano state diagnosticate metastasi in almeno sette parti del corpo. Non sapevo con che coraggio, ma lei se la rideva. Sosteneva che ridere era la miglior cura per campare un po’ più a lungo e portare a termine le cose cominciate; con altrettanta allegria diceva che non esiste cura per la malattia che tutti noi ci portiamo dentro, nelle cellule, fin dalla nascita: la mortalità. E che se il suo corpo e il suo sistema immunitario avevano fatto cilecca, il suo spirito era sano e felice, perché non si era mai ammalato e quindi non necessitava di cura. Alice rideva e nessuno l’aveva mai vista soffrire. Seduta al cospetto della corte, quella sagoma ingobbita e giallastra diede subito prova del proprio incrollabile carattere, rifiutandosi di giurare sulla Bibbia in dotazione del tribunale. “Mi sono portata la mia” puntualizzò, esibendo un libricino consumato che l’aveva accompagnata per le strade della vita fin dall’infanzia.
Dopo averle chiesto l’ “How are you?” di rito in Kenya per introdurre qualunque conversazione, il pubblico ministero David Esibi le domandò come mai non avesse accettato il rimpatrio in Italia per sottoporsi ad adeguate cure mediche.
“Perché aggredire le cellule del cancro?” rispose lei, mentre Wilma traduceva all’istante senza condivisione. “Se aggredisco loro, aggredisco l’intero organismo. Alle cellule bisogna voler bene. Il perdono, l’amore sono l’unica cura per il mondo. Ecco, io perdono le mie cellule cattive, gli voglio bene, magari non è colpa loro, indagando bene scoprirei che non sono cattive per scelta, ma per le circostanze. Nessuno è cattivo per scelta.” E continuò: “Una cellula pazza convince le sue vicine a ribellarsi. Vogliono espandersi, uscire dal posto che Dio gli ha assegnato, colonizzare altri posti lontani, alla ricerca del segreto per non morire mai. Trovano tanti modi per vivere più a lungo del dovuto. Attraverso le arterie e i canali linfatici, si spingono fin dove possono arrivare, e poiché sono in preda all’odio, più arrivano lontano e più scoppiano liti per il posto da occupare, e quelle che perdono sono costrette a spostarsi ancora. Finché buona parte dell’organismo che dà loro la vita è saturo e non ha più risorse per tutte. Allora comincia ad ammalarsi seriamente e a morire. Queste stupide cellule accecate dall’odio e dall’orgoglio non si accorgono che una volta succhiata tutta la linfa dall’organismo ospite, moriranno anch’esse di stenti.”
Il 2 ottobre 2002 Alice non stava male, al contrario, era nel pieno delle proprie energie. Eseguì l’autopsia quella stessa mattina. Non volle delegare l’ingrato compito a nessun altro. Si vociferava che il coroner dell’FBI Andrew Opkings, che alla fine avrebbe firmato il referto, in realtà le avesse fatto solo da assistente e che lei soltanto avesse impugnato il bisturi. Opkings da tempo aveva lasciato il Paese e gli avvocati non erano stati in grado di rintracciarlo per avvalersi della sua testimonianza.
“Perché l’esame del cadavere non fu eseguito con calma dai più esperti e attrezzati medici del Nairobi Hospital, come sarebbe stato più logico?” chiese Esibi.
“Perché la Chiesa si oppose” ricordò la piccola suora. “Il nunzio apostolico di Nairobi impose che l’autopsia venisse svolta nel luogo dove Dino aveva vissuto ed era morto. Trattò personalmente per telefono con l’FBI e giunse al compromesso che un loro agente, un coroner, poteva assistere e prendere appunti. Non essendo medico, non potevo firmare il rapporto, ma il nunzio stabilì che dovevo essere io ad eseguire l’esame autoptico.”
“Glielo chiese personalmente?”
“Mi telefonò quella mattina. Mi disse che due agenti dell’FBI sarebbero venuti a prendermi per portarmi all’ospedale. Secondo lui si era trattato di un omicidio e per insabbiare le prove l’FBI stava per far sparire il cadavere; non gli era chiaro per volontà di chi e perché così in fretta. Di sicuro la fretta di portare via Dino era tanta. Il monsignore invece era fermamente intenzionato bloccare il corpo a Nyahururu, prima che le prove del crimine sparissero per sempre. L’FBI alla fine acconsentì all’autopsia in loco, purché venisse eseguita in mattinata.”
Esibi conosceva la fama di sister Alice, e sapeva bene che i Kikuyu presenti in sala volevano sentir parlare di lei. Così le fece la domanda che tutti si aspettavano: “Perché il nunzio affidò a Lei, e solo a Lei, quel compito così delicato? Perché proprio Lei, un’infermiera, e non a un medico?”
La proprietaria di un modesto lodge della città seduta tra il pubblico, di fede pentecostale, si alzò in piedi e urlò: “PERCHE’ DIO E’ DALLA SUA PARTE!”
A quel punto tutti i presenti furono colti da un improvviso furore, un vortice crescente di “Yeah” e di “Alleluja” che sfociarono in un applauso di massa. Per il giudice John Stanislaus ‘Ngomeba non fu immediato ricondurre l’aula all’ordine. E tornato il silenzio, dopo diversi secondi, ordinò ad Alice di rispondere alla domanda, aggiungendo: “Cosa significa che Dio è dalla sua parte? E’ forse perché guarisce tutti i suoi malati?”
Lei sorrise e spiegò: “No. Se potessi garantire la guarigione a tutti i miei malati, forse non verrebbero più così in tanti. Come medico i miei pazienti mi apprezzerebbero di più, ma sarebbero ancora sicuri che il Signore è con me come adesso, adesso che qualche volta ci azzecco pur non essendo medico? Quello che loro sanno del Signore lo hanno imparato dalla siccità, dalle alluvioni, dai leopardi che si aggirano per le colline dove giocano i bambini, dagli elefanti che irrompono nelle shamba mangiandosi tutto... Un bravo dottore che ha tutto sotto controllo e che non sbaglia mai, ma che non ha il Signore dalla sua parte, forse gli sembrerebbe estraneo, perfino fasullo, e non ci andrebbero.” Alice avrebbe potuto avere una laurea in medicina, parlare due lingue e saper usare uno stetoscopio, ma sarebbe stata quella che era agli occhi della sua gente? Avrebbe ancora avuto Dio dalla propria parte?

“Sister Alice never fails” dicevano i Kikuyu: suor Alice non sbaglia mai. Le sue profezie, come le sue diagnosi, erano considerate infallibili. Probabilmente lei falliva più di qualche volta, ma non aveva importanza. La leggenda si era ormai sostituita alla realtà. Per i Kikuyu Alice era grande perché, pur essendo solo una piccola donna e pur parlando una lingua strana, spontaneamente si calava nella parte della guaritrice nel gioco del mondo e dei ruoli sociali. Alice era infermiera, medico, ostetrica, amica, mamma, guaritrice prodigiosa. A chi le chiedeva lumi sulla sua instancabile e appassionata opera missionaria, lei diceva che “Ama il prossimo tuo come te stesso” è il comandamento più grande del Signore in tutte le sue manifestazioni nelle religioni dei popoli. Laikipia la conosceva per la sua encomiabile attività al fronte. Per quarant’anni, senza avvertire stanchezza o sconforto, si era recata ogni giorno con bende e medicine nelle capanne più umili, a strappare i bambini dalla morte sicura per malaria e dissenteria, ad aiutare i vecchi affetti da polmonite a respirare meglio, ad assistere le partorienti, a scovare i piccoli col comune difetto del labbro leporino per iscriverli nelle liste degli ospedali missionari dove avrebbero ricevuto gratis un’operazione correttiva, sponsorizzata dai benefattori italiani.
In anni e anni passati prima nelle giungle di banane del Meru, da ragazza, e poi nelle savane di Laikipia, era stata contagiata da ogni genere di malattia e si era infestata di piattole e pidocchi. Sembrava non vedere i rischi e le differenze tra persone sane e malate, pulite e sporche, belle e storpie. Per lei bellezza e perfezione erano ovunque. Faceva partorire le donne a mani nude e abbracciava i bambini sudici, baciandoli senza indugio nei loro piccoli labbri leporini. Eppure ciò che si diceva di lei celava un fondo di verità, che avevo avuto il privilegio di toccare con mano la mattina in cui, nel cortile del dispensario della missione, era arrivata una giovane claudicante, ripiegata su se stessa, con i lineamenti del viso storpiati da una smorfia di dolore. Era Rose Marie, la moglie dell’autista Charles Magesa. Sanguinava, stava per partorire il suo primo figlio. Come la maggior parte delle donne Kikuyu, aveva lavorato fino all’ultimo momento nella shamba di famiglia. Quando le doglie erano diventate più forti e aveva iniziato a sanguinare, si era incamminata a piedi, da sola, percorrendo diverse miglia di sentieri tra le colline di Engelesha per giungere al dispensario di Nyahururu.

Quando tentai di prenderla in braccio, con l’intenzione di portarla nel letto dell’ambulatorio, lei gridò. Allora vidi la testa del bambino affacciarsi tra le cosce rosse di sangue. Senza pensarci, feci forse la cosa più sbagliata: afferrai la testa e delicatamente aiutai il bambino ad uscire. Lei non si oppose, mentre quella creatura grigia e appiccicosa le usciva tra le gambe. Iniziò a singhiozzare di un pianto liberatorio solo quando le posi il neonato sulla pancia, senza toccare il cordone ombelicale, mentre il sangue zampillava a fiotti. Rimasi imbambolato alcuni secondi, come in uno stato ipnotico, catturato dalle incredibili grida sane e forti del piccolo. Poi realizzai ciò che avevo fatto. Mi guardai le mani, intrise di sangue, e allora corsi, corsi più in fretta che potevo a chiamare Alice. Lei, in ambulatorio, stava medicando una piaga a un bambino disabile. Appena mi vide, mollò garza e pomata, e mi afferrò le mani, osservandole attentamente.
“Sister” balbettai, “ho afferrato la testa e ho tirato fuori il bambino, sister, aiuto...”
“Daniel” disse lei con voce ferma. “Ce n’è un’altro.” E subito fece chiamare un autista per condurre la ragazza in ospedale, in preda ad una forte emorragia. Appena giunta in sala parto, Rose Marie diede alla luce un secondo bambino, un altro maschietto. Come Alice avesse fatto a capire che erano due gemelli solo osservando il sangue sulle mie mani non fu mai chiaro a nessuno, tanto meno a me.
In Italia, di sostenitori sister Alice ne aveva una schiera, e tutti col portafoglio ben fornito. Proveniva da un paesino al confine tra le province di Vicenza e Padova. Madre di famiglia contadina del posto, padre pugliese immigrato metalmeccanico, Alice era l’unica femmina tra quattro fratelli maschi. I suoi fratelli e nipoti avevano fatto i soldi nel campo dell’imprenditoria e dell’oreficeria. Erano tutti poco più che analfabeti, abili venditori, gran mangiatori, bevitori, donnaioli e democristiani: “Votate per chi ci ha fatto diventare ricchi” aveva insegnato loro la madre. E loro avevano imparato la lezione. Negli anni ’90, morta la madre, erano diventati leghisti. D’estate facevano visita alla sorellina e nelle loro vacanze esotiche erano molto prudenti. Assieme ai soldi racimolati per beneficenza, portavano sempre con sé valigette imbottite di medicinali per ogni evenienza. Su ogni scatola di pasticche prescritta dal medico di famiglia, scrivevano dei promemoria a penna biro in dialetto veneto, con calligrafie a zampa di gallina: maroidi (emorroidi), cagotto (diarrea), mallaria (malaria), fogo de santantonio (eritema). Alice, invece, molto legata anche al padre, era cresciuta parlando solo la lingua neutra tra i due genitori, l’Italiano: l’unica lingua che sapeva veramente parlare, eppure – altro elemento alquanto prodigioso – in quarant’anni di Africa si era sempre fatta capire da tutti. Comprendeva il Kikuyu e il Meru, almeno la microlingua medica che le interessava, e rispondendo in Italiano, a carezze e a sorrisi, sapeva portare avanti con gli indigeni delle lunghe conversazioni, si trattasse di Kikuyu, di Meru, di Samburu o di Kalenjin. Per questo a Laikipia si diceva che, proprio come Gesù, Alice aveva il dono delle lingue. Sulla sua figura cavalcava la leggenda che fosse riuscita a convertire al cattolicesimo un doganiere ateo dell’aeroporto di Mosca. I fatti erano un po’ diversi. Era il 1992 quando Alice, per rientrare in vacanza in Italia, optò per una singolare traiettoria. Da Nairobi volò in un decrepito aereo sovietico per atterrare all’aeroporto di Mosca e inginocchiarsi nella terra di Russia. Intendeva rimanervi qualche minuto a tutti i costi, a pregare per la perestroika; da lì avrebbe preso un volo per Roma. Il giovane poliziotto della dogana addetto al controllo passaporti si insospettì per l’insolita deviazione della suora, che viaggiava da sola. La tartassò con mille domande, le perquisì il bagaglio. A complicare le cose, Alice non rispondeva alle domande, non parlando né l’Inglese né il Russo. Ad un tratto fu colta dall’angoscia, ma non se ne preoccupò. Rimase immobile di fronte al gendarme, perché riconobbe il tipo di inquietudine che precedeva l’estasi. Nelle proprie estasi mistiche, Alice ricavava gioia dal senso di dissolvimento dei confini ordinari dell’io. E quella gioia estatica, quel senso di partecipazione a tutta la vita del mondo, all’aeroporto di Mosca non tardò arrivare: “Vidi che il giovane mi stava causando problemi solo per fare bene il suo lavoro” così ricordava l’episodio. “Ad un tratto, provai un’infinita tenerezza verso quel ragazzo bellissimo: biondo con gli occhi celesti, mi sembrava Gesù Cristo. Era Gesù Cristo, impegnato nel proprio lavoro quotidiano. Allora di fronte a Cristo mi sono sgorgate le lacrime, mi sono gettata tra le sue braccia e l’ho baciato su quelle guance levigate e rosa. Grazie, gli dicevo, grazie Signore Gesù!” Il dono delle lingue funzionò. Il gendarme, attonito, le restituì bagaglio e documenti e la lasciò andare.
Una diagnosi psichiatrica avrebbe certamente sentenziato una patologia schizofrenica. Ma quello che in occidente era schizofrenia, nel continente africano era saggezza e profezia. Il contesto sociale determinava il successo al posto dell’abisso, la rispettabilità sociale piuttosto che l’isolamento. Nella missione Alice era trattata come lo erano i pazzi nei villaggi tribali: come profeti, maghi o guaritori. Aveva cominciato a sentire le voci all’età di sette anni, in seguito ad un banale intervento chirurgico di asportazione di una ciste sulla schiena. Si portava quel bozzo tra le scapole da quando era nata e negli anni era cresciuto con lei. Una volta tolto ed eseguita la biopsia, i medici con gran sorpresa vi trovarono dentro una spina dorsale e dei denti: la gemella siamese di Alice. Da allora quella creatura mai venuta al mondo, mai sviluppata, poi asportata e buttata via, giù per il lavandino del laboratorio, rivendicò il diritto di esistere facendo sentire la propria voce. La sua fragile spina dorsale, sezionata e scartata, iniziò a dimenarsi e a nuotare come una biscia nelle acque sotterranee del mondo, in compagnia delle tante anime tristi gettate via dalla superficie della terra, facendo visita di tanto in tanto alla sorella nata, parlandole e mostrandole cose che gli uomini distratti nemmeno guardavano. A undici anni, entrata in un collegio di suore per proseguire gli studi, Alice confessò alla madre priora di sentirsi molto stordita e di temere di essere sul punto di cadere gravemente malata. La priora la confortò: “Non sei malata” le disse, “al contrario, sei molto dotata. Fa’ buon uso del tuo dono”. In quel momento Alice si accettò così com’era e visse tutti i suoi anni nella grazia del Signore, in un senso di continua gratitudine e di condivisione col prossimo. I confini convenzionali tra la salute e la malattia non avrebbero mai più avuto importanza per lei, dal momento che la sua vita aveva un significato. Conoscendola, le colleghe infermiere dei dispensari vicini le scaricavano spesso i casi di malattia mentale, pur sapendo che nemmeno Alice possedeva le conoscenze mediche e i mezzi per trattarli. Quasi tutti i pazienti psichiatrici erano donne. Le donne malate che, per difficoltà economiche o per impoverimento culturale, erano state sradicate dal proprio contesto tradizionale, dalla solidarietà del proprio villaggio, si trovavano presto allo sbando: per loro non esisteva molto oltre la possibilità di ascolto, e spesso nemmeno la confessione cattolica bastava a curare l’anima. Adolescenti sotto shock a causa di abusi sessuali, vecchie che psicotizzavano per la fame e per la sete, madri in preda a crisi nervose per l’angoscia di non riuscire a sfamare i propri figli... Se ne vedevano tante di queste donne disperate, in fila nei dispensari negli avamposti della missione. Venivano tutte medicate allo stesso modo, con un’iniezione di potente sedativo. Altra crisi, altro buco. Alice sapeva di essere impotente, ma non per questo si rattristava.

“Se ho ben compreso, sister” affermò il giudice ‘Ngomeba, “grazie alla Sua natura carismatica e ad anni di assiduo operato, Lei gode di una tale fiducia tra la Sua gente e i Suoi colleghi che il nunzio apostolico l’ha preferita ad un medico laureato per affiancare il coroner dell’FBI nell’esame autoptico della vittima?”
“Credo di sì” rispose Alice con un filo di voce, un timido sussurro sgusciato fuori dalle labbra sorridenti. Ne era lei stessa stupita. Non si era mai vantata dei propri carismi. A chi le attribuiva guarigioni prodigiose, poteri miracolosi e perizia profetica, lei era solita raccontare l’aneddoto di Gesù Cristo che non camminava sull’acqua. Così fece anche in aula: “Un giorno Gesù e i suoi discepoli stavano attraversando un fiume a bordo di una zattera, quando videro un predicatore errante che si mise ad attraversare lo stesso fiume camminando sull’acqua. Tommaso, che aveva sempre bisogno di prove per la propria fede, chiese: ‘Maestro, perché tu, che sei Dio, non cammini sull’acqua come quel predicatore, che è solo un uomo? Perché non hai quel potere miracoloso?’ Allora Pietro, che al contrario era un uomo di fede, lo redarguì severamente: ‘Quel potere miracoloso non ha alcun valore.’ Ma Gesù ammonì Pietro, dicendo: ‘Quel potere miracoloso ha un suo valore, come tutto il resto, e presto vi dirò il suo preciso ammontare’. Completarono la traversata del fiume a bordo della zattera. Giunti sulla sponda, il traghettatore chiese due monete a testa. ‘Ecco’, disse Gesù, ‘quel potere miracoloso vale due monete.’ ”
Alice aveva sviluppato capacità straordinarie all’occhio del profano, ma che a sua detta erano molto meno difficili da acquisire di quel che si credeva. “Be’, sì” concluse la piccola prodigiosa suora infermiera. “Qualcuno mi attribuisce dei poteri miracolosi, ma in realtà non li ho. O forse, ne ho solo due.” Tutta l’aula tese l’orecchio in religioso silenzio, mentre lei svelava il prodigio: “Saper amare. Saper comprendere. Questi sono gli unici, veri poteri miracolosi che il Signore molti anni fa mi diede in dono.”
David Esibi volle comunque ribadire l’attendibilità del referto autoptico. “Era la prima volta, sister, che eseguiva un’autopsia?” le chiese.
“No, mi era già capitato con le vittime di incidenti stradali. L’ultima era stata nel 2000, la povera Linda.” Al nome di Linda un velo di commozione si stese sui presenti.

La foto di Linda Van Owen era ancora appesa nell’ufficio della parrocchia. Cinque anni prima, nell’estate del 2000, Linda si trovava alla missione durante un’esperienza di volontariato di sei mesi promossa da un’organizzazione non governativa dei Paesi Bassi. Le Ong italiane ed europee talvolta inviavano nella parrocchia cattolica di Nyahururu dei giovani stagisti specializzandi in social work, servizi sociali. I sogni della giovane olandese si erano infranti a soli 21 anni, in una delle pericolosissime strade del Kenya. A due passi dalla missione, mentre camminava sul marciapiede in pieno centro cittadino, Linda fu travolta dalla sbandata improvvisa di un matatu in folle corsa, appena partito sovraccarico in direzione Nanyuki. Le ruote del mezzo le schiacciarono l’addome e, sotto gli occhi attoniti di centinaia di passanti, le sue viscere si sparsero per metri sull’asfalto. Dalla strada si levò un urlo di orrore che echeggiò fino al cortile della parrocchia. Alice, Marco e altri si precipitarono a prestarle soccorso. Marco provò a soffiarle in bocca, poi nel naso, per rianimarla. Alice invece, alla vista del corpo supino a terra, cadde in ginocchio e iniziò a recitare delle Ave Maria, una dopo l’altra, compulsivamente. Tra una preghiera e l’altra, implorava il giovane prete che non si arrendeva: “Marco, basta. Lasciala, basta.” Io impugnai la macchina fotografica che portavo sempre con me, anche se le mani mi tremavano, e in modo altrettanto compulsivo, senza fermarmi, catturai tutto quello che potevo: il volto esanime di Linda, Marco chino su di lei con la bocca sporca del suo vomito, i pianti della gente attorno, il sangue sulla strada, le ruote del matatu, fermatosi pochi metri oltre la sua vittima... Andai avanti così, fino a terminare il rullino. Poi insieme sollevammo la ragazza per portarla all’ospedale. La pelle era disarticolata e gli intestini rimasero per terra. Alice li raccolse e glieli posò sull’addome. L’unico ospedale di Nyahururu non aveva sale operatorie decenti né kit di rianimazione, respiratori o monitor. Linda fu dichiarata morta prima dell’arrivo dei flying doctors, i “dottori volanti” che decollavano da Nairobi per prestare soccorso sanitario d’urgenza in tutto il Paese. Marco avrebbe avuto grossi guai con la diocesi di Padova, per aver dovuto pagare il costo dell’uscita dell’aereo, le spese di imbalsamazione e di rimpatrio della salma della ragazza, priva di assicurazione sanitaria. Poiché l’autista del matatu aveva tentato di attribuire la colpa alla vittima, che a sua detta avrebbe attraversato imprudentemente la strada, le testimonianze della gente del posto e le foto furono schiaccianti per incriminarlo di omicidio, così come lo fu l’autopsia eseguita la sera stessa da Alice in una buia stanza dell’ospedale. A me spettò ancora una volta l’ingrato compito di fotografare ogni dettaglio. Più volte avevo aiutato sister Alice al dispensario, ma curare i vivi era tutt’altra cosa. Nella stanza d’ospedale la puzza era nauseabonda, insopportabile per me, a sole sei ore dall’incidente. Indossai una mascherina cosparsa di balsamo, ma fu inutile; il mentolo mi aiutò appena a contenere la nausea. Alice rivoltò Linda come un calzino. La svuotò, per quanto ci fosse ancora da svuotare, la riempì di segatura ed essenze profumate, la ricucì. Poi, con una spugna, le lavò la pelle, la vestì con abiti puliti, le pettinò i capelli biondi. Infine, usando della cipria, ridiede al suo viso una parvenza di gradevolezza. Completato il lavoro, si voltò verso di me. “Sei rimasto fino alla fine” mi disse. “Sei ricco, sei tanto ricco. Ma ricorda: tutto ciò che hai, dallo. Non trattenere niente. Ciò che non è dato è perduto.”

“Con l’autopsia, io e il dottor Opkings cercammo di capire cosa fosse accaduto a father Dino nei minuti e nelle ore prima di morire” ricordò Alice. “Dalla temperatura del fegato, abbiamo dedotto che l’ora della morte risale all’arco di tempo compreso tra le due e le tre di notte. La causa del decesso è un proiettile entrato nella tempia destra sparato a breve distanza, circa sessanta centimetri, con traiettoria dall’alto verso il basso. L’angolo era di circa quaranta-quarantacinque gradi, quindi il killer era in piedi, Dino in ginocchio. Non aveva le mani legate, non gli ho riscontrato dei lividi sui polsi. Ma aveva segni evidenti di percosse sulla schiena e sul costato. Erano impronte di scarpe. Aveva quattro costole rotte, sangue nella vescica e una contusione cranica all’altezza della nuca, provocata da un oggetto abbastanza pesante. Era stato preso a calci nei reni, nella schiena e nel torace, anche se non ho riscontrato perforazioni degli organi interni. Un calcio gli aveva fratturato in più punti lo zigomo sinistro e l’ematoma aveva sfigurato metà del viso.”
Il pubblico inorridì a tali dettagli, ma Alice continuò, mentre Wilma, traducendo, diventava sempre più pallida. “Oltre ai segni delle percosse violente, Dino presentava delle piccole emorragie sulle palpebre, che stanno a significare un principio di asfissia, anche se non così grave da causargli la morte. E’ senz’altro morto per il colpo di pistola, ma aprendo il cranio non ho trovato il proiettile. Ho esaminato il cervello centimetro per centimetro, ma il proiettile non c’era. La ferita interna si estendeva fino alla mandibola sinistra, dove la traiettoria ha finito la sua corsa. L’osso era scalfito dall’interno, ma non forato. Niente proiettile. Tempia sinistra, collo, orecchio e cavità orale erano intatti. Ho cercato anche nelle spalle. Nessun foro d’uscita. A meno che il proiettile non fosse di ghiaccio, deve essere stato estratto da qualcuno prima dell’arrivo dei soccorsi.”
“Di ghiaccio, che intende dire?”
“I proiettili di ghiaccio, mi spiegò Opkings, sono una recente invezione balistica: si sciolgono dentro il bersaglio, non lasciano alcuna traccia di sé e non hanno foro d’uscita. E’ una possibilità, ma non è l’unica. La mascella era fratturata, forse per le percosse, o forse per un tentativo maldestro di aprire la bocca al cadavere mentre era ancora rigido, forse per provare ad estrarre il proiettile dall’interno della cavità orale. Forse. A causa dello stress per le sevizie e la consapevolezza della morte imminente, il corpo rilascia tante di quelle istamine che i muscoli si induriscono rapidamente subito dopo l’ultimo respiro. Partendo dalla lingua, poi nel collo, giù nelle spalle e nelle braccia, fino alle dita, il rigor mortis doveva aver indurito il corpo di Dino fino a farlo sembrare di pietra.”
Alice giunse dunque all’aspetto più imbarazzante dell’intera vicenda. “Un tentativo di autoevirazione è da escludere” precisò da subito. “Non ho rinvenuto elementi che facessero presupporre una forte perdita di sangue nella zona genitale, perciò posso affermare con certezza che il membro è stato deturpato post mortem. Mi trovo a dover contestare le conclusioni dell’FBI: non si è trattato una lacerazione frettolosa, eseguita in malo modo con una lama poco affilata. I testicoli non sono stati toccati e nemmeno la base del pene. Il glande è stato lacerato, non reciso.”
“Con quale strumento?”
“Nessuno strumento. Si è trattato di un morso, uno soltanto. Il pene è stato lacerato con i denti e un pezzo di carne è stato staccato. A comprova del fatto che Dino non può essersi fatto una cosa del genere da solo.”
“Dunque un predatore?”
“Dalla forma del morso non direi.”
“Magari una piccola scimmia antropomorfa, un cucciolo di babbuino. Ce ne sono tanti che girano di notte.”
“Le scimmie non abbassano le cerniere dei pantaloni; se hanno fame di carne, mangiano le parti del corpo scoperte. Pertanto, o la cerniera di Dino era già abbassata o non è stato un babbuino a mordergli il membro. No, mi creda, si è trattato di un essere umano adulto.”
“Uomo o donna?”
“Non lo so.”
“Perché tutto ciò non compare nel referto autoptico ufficiale stillato dal coroner Opkings?”
“Esaminando insieme il corpo, io e il coroner concordammo su quanto sto riferendo ora. Non conosco la ragione per cui egli abbia poi deciso di menzionare una lama poco affilata piuttosto che le impronte di denti. Certamente i denti sarebbero stati oggetto di incongruenza con la tesi dell’autoevirazione e del suicidio.”
Esibi passò al fazzoletto.
“Il fazzoletto trovatogli in tasca era sporco del suo stesso sangue, come dimostrato dal test del Dna eseguito dall’FBI” confermò Alice. “Perciò l’assassino o gli assassini si sono sporcati di sangue, hanno utilizzato il suo fazzoletto per ripulirsi e glielo hanno riposto in tasca. Non sono in grado di affermare se ciò sia avvenuto nel corso delle percosse prima della morte o più tardi, con la lacerazione del membro.”
Esibi aveva terminato e Mimiruk controinterrogò la suora. “Lei sostiene di aver rilevato impronte di denti sul glande della vittima” affermò, “la cui provenienza però resta dubbia: piccola scimmia, uomo o donna. Lei dunque non esclude una donna?”
“Non escludo niente.”
Mimiruk proseguì intrepido: “Nemmeno la consumazione di un rapporto orale spintosi troppo oltre?”
Fu l’ultima cosa che riuscì a dire, perché ‘Ngomeba, visibilmente indignato, lo chiamò vicino a sé, ammonendolo a microfono spento. Nessuno sapeva per quanto tempo l’avvocato avrebbe retto con la propria acrobatica arrampicata sugli specchi. Esordire al processo con tali allusioni sessuali non l’avrebbe agevolato nell’arduo compito di difendere Charles, eppure non sembrava preoccuparsene troppo; al contrario, pareva essersi informato piuttosto bene sulla vita privata della vittima. Pertanto, dopo il richiamo, corresse i toni, ma continuò imperterrito sulla propria linea. “Il personale infermieristico dell’ospedale di Nyahururu” disse, “ha riferito di aver visto per qualche minuto una donna indiana piangere fuori della stanza operatoria, poco prima che venisse eseguita l’autopsia.”
“Molte persone quel giorno hanno pianto in ospedale” osservò Alice.
“Ricorda una donna indiana?”
“No, non una in particolare. Dino a Nyahururu era in buoni rapporti con gli hindu, i musulmani, gli anglicani. In ospedale si accalcò tanta gente, di tutti i colori e di tutte le religioni.”
“Ancora una cosa, sister. Estrarre un proiettile da un cadavere è un lavoro da professionisti. Ci vuole una pinza, ovvero lo strumento giusto, nonché una mano ferma. Un uomo che uccide per impeto, non un killer professionista, può forse estrarre il proiettile dal cranio della propria vittima?”
“E’ difficile.”
“Lei utilizza pinze lunghe nella Sua attività di infermiera?”
“Sì, naturalmente.”
“Gliene sparì qualcuna prima della morte di father Moser?”
“No.”
“Lei conosce Charles Magesa. Le risulta che possedesse una pistola, o che fosse abile nell’uso delle pinze?”
“Io lo conosco come autista e come agricoltore. Non so dirvi altro di lui.”
“Magesa la aiutò mai nel Suo lavoro di infermiera? Fece mai uso di pinze o di strumenti analoghi?”
“No.”
“Eppure Lei aveva l’abitudine di chiedere aiuto a personale non specializzato in caso di bisogno.”
“E’ vero, ma non ebbi mai l’occasione di chiedere aiuto a Charles.”
Poiché l’avvocato Mimiruk non aveva altre domande, Alice poté tornare al proprio posto tra il pubblico. Ma il giudice ‘Ngomeba chiese a sister Wilma di restare: era il suo turno sul banco dei testimoni. L’accusa la esortò ad esporre i fatti della mattina del 2 ottobre. Lei ricordava ogni istante come se fosse appena accaduto, ma descrisse il tutto il più brevemente possibile, perché rievocare quel giorno le gonfiava il cuore di pianto. “Father Marco venne da me alla Farm verso le sei e mezza” raccontò. “Ero da poco sveglia, mi trovavo in cucina. Sentivo che qualcosa non andava perché i guardiani mi avevano riferito che Dino non era rientrato quella notte. Non era mai successo in tanti anni che non rincasasse senza avvisarmi. Dunque, vidi la jeep bianca della parrocchia di Nyahururu e mi preparai al peggio. Marco mi disse...” Parlò in veneto, come usava fare spesso: “Sister, ‘i lo ga copà. Lo hanno ammazzato. Mi appoggiai con la mano ad uno scaffale della credenza e credetti di tirarlo giù. Io peso quasi un quintale, ma di solito non me lo sento addosso: in quel momento sì che l’ho sentito. Per il lavoro che faccio, devo avere il cervello più svelto di un computer. Bene, in quel momento, credetemi, non ci ho capito più niente di niente. Così è andata. Basta, non ho altro da dire.”



Il quartier generale della Chiesa cattolica si trovava a circa dieci chilometri dalla parrocchia del centro città. I Kikuyu lo avevano soprannominato “the Farm”, la fattoria. La strada di terra rossa ciottolata di bianco conduceva ad un grande cancello con un crocefisso in ferro sovrastrante la cappella centrale. La Farm era il cuore pulsante della missione: vi si formavano i giovani preti, si tenevano meeting sociali e ritiri spirituali, venivano ospitati i benefattori. Di fatto si trattava di un lodge per preti, volontari e studiosi di passaggio, a prezzo abbordabile. Gente che voleva fuggire dal proprio inferno personale per stare un po’ in tranquillità in mezzo alla natura pagava seicento scellini al giorno, circa nove dollari, per la pensione completa. Ma la Farm era soprattutto una tenuta agricola, un allevamento di bestiame e uno straordinario esempio di come le potenzialità di Laikipia potessero essere utilizzate al meglio per raggiungere un’economia di autosufficienza e di piccoli scambi a livello locale, al di fuori dei grossi circuiti commerciali della globalizzazione economica. Era la dimostrazione di come anche in Africa si potesse bere acqua di rubinetto e mangiare verdure crude senza ingerire per forza salmonelle del tifo o amebe. Alla diocesi di Padova era costata una fortuna, ma le spese erano state rapidamente ammortizzate dalla buona gestione di Dino e Wilma. Insieme avevano costruito una piccola chiesa, uffici, abitazioni per il personale religioso, aule didattiche, dormitori e stanze dal letto singole, sale da pranzo, un granaio, un letamaio, una porcilaia, una nursery di alberelli - la missione di Nyahururu aveva già piantato diecimila nuovi alberi in tutta Laikipia - e una serra per ortaggi e alberi da frutto difficili da coltivare all’altitudine di 2.600 metri, come le mele. Conigli, pollame, oche e tacchini, mucche libere di pascolare garantivano agli ospiti carne sana e priva di antibiotici. Il mais veniva coltivato tra i filari di giovani alberi; dal campo di frumento si ricavava la farina per il pane; amici padovani avevano donato un container carico di vecchi macchinari ancora perfettamente funzionanti per la produzione di pane e pasticceria. Il pane e i prodotti agricoli in più venivano regalati o venduti alle varie missioni di Laikipia e di Nairobi, oppure utilizzati come stipendi per i lavoratori impegnati nella costruzione dei laghetti nelle zone aride del nord. Sofisticati pannelli solari fatti arrivare dall’Australia garantivano acqua calda a tutte le ore; i frequenti black out dovuti alla carenza energetica del Paese non costituivano un problema, grazie al generatore autonomo di corrente elettrica. L’acqua piovana per l’irrigazione veniva raccolta in un laghetto e in capienti cisterne, mentre l’acqua per uso potabile era estratta da una falda profonda e purissima, mediante un pozzo attivato da un mulino a vento. L’enorme cucina di Wilma era sempre in funzione, per accontentare i palati delle decine di persone che passavano ogni giorno. Alla Farm si mangiava ciò che si produceva: venivano acquistati solamente sale, zucchero, spezie, e quintali di pasta italiana. L’ambiente era pulitissimo, gli edifici costruiti e rifiniti con materiali rigorosamente locali, legno e pietra; gli spaccapietre lavoravano a mano con apposite zappe e setacci. Gli operai fissi, tra la cucina e la fattoria, erano una ventina, tutti regolarmente assunti, con contributi per la pensione e assicurazione per gli infortuni; occasionalmente venivano retribuiti dei braccianti giornalieri per lavori di raccolta, costruzione o manutenzione. Gli uccelli selvatici dai colori sgargianti saltellavavo nei sentieri di pace in mezzo agli alberi, nei prati e nei corridoi di roseti; gli ospiti contemplavano le miriadi di stelle del limpido cielo equatoriale d’alta quota nei giardini interni ai bungalow ottagonali, tra le rose e i girasoli, le palme e gli aranci. La Farm era un monumento all’efficienza e alla bellezza. Era la creatura di Dino e Wilma, frutto di un lavoro pluriennale. I due la amministravano come marito e moglie.
Wilma aveva dieci anni più di Dino e come lui era in Kenya da trent’anni, prima nella parrocchia di Nyahururu, poi a Ol Moran, poi sulla collina che avrebbero trasformato in fattoria. Insieme avevano dissodato campi, posato mattoni, curato ferite di ogni genere. Avevano imparato alla perfezione il Kikuyu e ottenuto il rispetto della gente. Wilma era una montagna imponente, una donna enorme e dominatrice, con uno sguardo sempre imbronciato che incuteva terrore in chi non la conosceva bene. Quand’era chinata sull’orto a raccogliere le verdure, il suo sedere e i suoi polpacci possenti come colonne si avvistavano fin dal vialetto. Se un pollo passava per caso sulla veranda della cucina, in un battibaleno lei lo afferrava, lo strozzava e lo gettava nel lavandino per pulirlo e spennarlo, senza interrompere il filo del discorso, incurante di far inorridire gli ospiti. Il gendarme Wilma miscelava il Kikuyu, l’Inglese (quando voleva darsi un tono) e il dialetto padovano, idioma che usava per le chiacchierate con gli amici ma che talvolta le scappava anche nelle conversazioni meno informali. Era una maniaca dell’ordine e della pulizia. Ridava la tinta ai bungalow ogni due mesi. Aveva insegnato alle suore la magia degli additivi e tutti i segreti degli smacchiatori chimici per il bucato. Non c’era problema di sporco a cui lei non avesse una soluzione. La sua cucina era un monito impressionante: ventidue barattoli di vetro con altrettante etichette che catalogavano tipi diversi di pasta fatti arrivare dall’Italia sfilavano sugli scaffali senza un velo di polvere. Le suore africane che osavano far cadere una briciola a terra incorrevano nelle sue imprecazioni, delle quali la più celebre era “Look what a luamaro”. Ma poi con quelle stesse giovani suore passava lunghe serate a chiacchierare e a ridere a squarcia gola in Kikuyu, lavorando a maglia. “Credi che io abbia bisogno di golfini?” esclamava sferruzzando. “Credi che Dino sia senza maglioni? No, è perché così mi tengo allenato il cervello”. Dino la tormentava in ogni modo, mettendo il dito nella piaga delle sue manie: le scambiava le etichette dei barattoli di pasta, o il sale con lo zucchero. Oppure la faceva ubriacare col suo vino preferito, il Chianti, ordinando di tanto in tanto qualche cassa dall’Italia. Allora la baciava sulle labbra a tradimento, facendola imprecare: “Stupido scemo iconoclasta miscredente, va su par ‘na sucara!”, che al suo paese stava per vai a cagare, visto che le zucche vuote venivano usate come vasi da notte. Poi la accompagnava a letto, le rimboccava le coperte e, prima di spegnere la lampada, le sussurrava: “Che Dio mi perdoni, lo sai che non resisto alle donne coi baffi, guarda qua che ben di Dio!” e la baciava di nuovo, saltandole sopra come se volesse stuprarla, mentre lei lo colpiva con il cuscino per allontanarlo, fino ad addormentarsi esausta dalle risate e dalla sbornia, mentre le suore Kikuyu dalle stanze vicine gridavano per gioco: “PECCATORI!”, ordinando di smetterla con gli schiamazzi notturni.
Da alcuni anni Wilma serbava rancore a father Marco, dal giorno in cui, facendo lo scemo con i suoi ragazzi e saltando in cortile, era caduto su una delle sue aiuole di rose, distruggendola irrimediabilmente; si era ferito con le spine in più punti del corpo, ma lei lo aveva lasciato solo a se stesso, senza nemmeno porgergli un disinfettante. Con Dino, invece, faceva la bacchettona moralista intenta a riportarlo nella retta via, ma era di fatto una madre benevola che gli perdonava tutto. Quando andava a Nairobi per gli esercizi spirituali, gli telefonava almeno due volte al giorno. Sembravano dipendere l’uno dall’altra. Alla Farm trascorrevano insieme lunghe serate a parlare di ogni cosa e a fumare. Wilma proibiva alle giovani suore di fumare, ma la sera qualche volta cedeva alla tentazione: Dino si accendeva sigarette comuni, mentre lei tirava fuori da un nascondiglio segreto una pipa da donna, e quando aveva mal di schiena o si sentiva nervosa, posava la dentiera sul comò e fumava erbe locali nel suo pipino per rilassarsi e dormire meglio. Se le sue collaboratrici Kikuyu l’avessero scoperta, avrebbe perso rispettabilità e autorità. “Quante cose ho fatto, quanto me la sono goduta!” era solita dire. Un giorno, proprio come una mamma Kikuyu, portò al mercato sulle spalle un bimbo di circa due anni, figlio di una sua inserviente, una ragazza madre. Poiché i Kikuyu non concepivano che una donna e un uomo si facessero vedere insieme in pubblico non essendo sposati e non prendevano certo sul serio il voto di castità dei preti e delle suore cattoliche, consideravano Dino e Wilma marito e moglie a tutti gli effetti. “Sister, è vostro figlio?” le chiesero le donne al mercato.
“Certo” rispose lei (“Lascia che ridano” aggiungeva, raccontando l’episodio). “Ero stanca di coccolarmi i bambini degli altri, ho voluto un figlio mio.”
“Ma sister, e il colore?” ribatterono le donne.
Allora lei finse l’imbarazzo: “Oh, mi avete scoperta. Sì, ho un uomo africano, ma non ditelo a Dino, non l’ha ancora capito, lui di colori non ci capisce niente, crede che questo sia figlio suo.”

Parlando di Dino con gli amici più intimi, poco dopo l’omicidio, Wilma si incupiva, ricordando le violenze che avevano martoriato la città di Nyahururu pochi anni prima. “Anni fa era caldo come il sole a mezzodì, ma dopo il Saba Saba del 1997
[1] è diventato freddo come l’alba del Kilimanjaro. Eh, c’erano tempi in cui mi faceva di quelle confidenze da vergognarsi.” Poi sospirava e si metteva a parlare in Inglese, per dare un tono alle proprie massime di saggezza: “There is only one Heaven, not two, and we have to struggle. C’è solo un paradiso, non due, e dobbiamo conquistarcelo.” Alla missione si diceva che il father dei Kikuyu avesse avuto un gran debole per le donne; tra le suore, il chiacchierio sulle sue storie d’amore vere o presunte era pressoché continuo. Il suo modo di interpretare l’apostolato non era certo stato dei più ortodossi, eppure non solo Dino non era mai uscito dalla Chiesa, ma la Chiesa non aveva mai fatto nulla per allontanarlo. Wilma non sembrava sorpresa: “Cosa diceva il cardinale in quel film? Le mamme le ze gelose. Magari le preferise che i fioi i fassa i so’ sporchesi de nascosto, basta che dopo la sera li torne casa a magnare la minestra. E la Chiesa la ze ‘na mamma gelosa. Eh, ci sono stati periodi che dovevo subirmi le sue storie su Joy. Così si faceva chiamare” lo diceva con disprezzo. “Joy, ciò, perché dava gioia al prossimo. Era una puttana zoppa di Nairobi, da Hurlingam. Quartieri alti.”
A Hurlingam, a Dagoretti, fino a Karen ai piedi delle colline Ngong, dove la casa appartenuta ai Blixen era divenuta museo, sorgevano suntuose ville per bianchi, ambasciate, scuole private, compound di lusso circondati da vasti parchi di acacie, buganvillee e mangrovie, lussureggianti lotti di foresta privata recintata da invalicabili siepi e alternati ai pochi ettari ancora adibiti alla coltivazione del caffè. Giravano mercedes guidate da disinvolte donne occidentali, mentre i servitori africani attendevano il matatu alle fermate affollate dai commercianti ambulanti di frutta e snack. Gli operai che costruivano muri di cinta, falsa sicurezza per i wazungu, facevano pausa pranzo senza mangiare e senza bere, perché non potevano permettersi altrimenti. Era l’angolo d’Africa dei venditori di pannocchie arrosto, delle botteghette sepolte nella terra rossa, dei lustrascarpe e dei barbieri di strada, della vita nascosta tra i sentieri e le viuzze, dei bambini che sbucavano ad ogni angolo gridando al muzungu l’unica frase in Inglese che conoscevano: “How are you?”. Sempre più spesso le siepi venivano sostituite da muri e inferriate con addetti alla vigilanza privata armati di fucile. Gli stranieri erano bersagli. Negli ultimi anni erano aumentati gli assalti di commando composti anche da venti persone, che facevano irruzione nei residence uccidendo le guardie. Un professore tedesco che aveva opposto resistenza al furto dell’auto di fronte al cancello di casa era stato ucciso in pieno giorno con due colpi di pistola alla testa; gli esecutori gli avevano rubato l’auto e le scarpe. I volontari delle organizzazioni umanitarie finivano spesso a farsi medicare al vicino Nairobi Hospital: le ferite più ricorrenti erano le fratture ai polsi causate dallo scippo dell’orologio e, per le donne, la lacerazione del lobo dell’orecchio, quando il ladro strappava loro l’orecchino passando di corsa. I figli dei diplomatici e dei ricchi imprenditori, invece, giravano con l’autista privato a bordo di grosse auto blindate, tra casa, scuola, piscina e bowling: una campana di vetro dove coltivare noia e vizi, senza alcun contatto con la realtà, nessun amico africano e la promozione scolastica assicurata grazie alle cospicue rette pagate dai genitori.
Secondo i pettegolezzi delle suore, in questo ambiente Joy faceva la cortigiana d’alto bordo, benché provenisse da una famiglia più che rispettabile: era infatti figlia dell’ambiasciatore svedese e di una donna indiana, illustre clinico dell’Aga Khan Hospital, a sua volta figlia di un’indiana purosangue di Meru e di un medico inglese. “Diceva di essere caduta dalle scale” raccontava Wilma sprezzante, “ma era chiaro che un cliente le aveva spaccato un’anca a bastonate. E nel ’97, quando è successo il fattaccio, sua mamma dall’Aga Khan ha chiamato qua, sul satellitare, ti pensi?! E il sioretto ha mollato tutto per stare cinque giorni in ospedale a Nairobi con lei e si è fatto anche cavare il sangue per una trasfusione, quando qua c’era bisogno di lui, con l’obitorio che scoppiava dopo il Saba Saba! E’ partito bianco e rosa con i capelli biondi ed è tornato storno, pallido come una tavola di marmo e con le tempie grigie. ‘Non puoi capire: il mio dolore è doppio, ho il cuore spaccato a metà’ è venuto a dirmi. Di quelle storie. Ah, la Joy! Camminava col bastone, ma per fare l’amore era un’acrobata, e i schei che la fazeva, con il suo Siva e la sua Sakti e le monate tantriche. Ma per Dino era gratis, la luia, e se lo lavorava proprio bene. Due o tre volte al mese passavano la domenica insieme in una casetta a Thika. Secondo lui era amore. E dopo tornava da me: ‘Guarda Wilma, vuole che mi spreto e la sposo. Va a finire che tra qualche anno la accontento, perché proprio non mi vedo a diventare un vecchio prete inutile, con te che mi fai la puntura e mi lavi il culo.’ Povero scemo, gli dicevo io. Ha fatto a tempo a morire e scommetto che lei è ancora là, a Hurlingam, a dare gioia ai suoi businessman di tutti i colori. Ha avuto il coraggio di venire a vedere il corpo prima dell’autopsia, e l’FBI l’ha anche fatta passare, ma non si è mica fermata per il funerale, no cari, è scappata a gambe levate col suo macchinone nero; e c’aveva pure l’autista, di che colore non so. Troppa fatica restare, ciò, povera anima, stava in piedi per miracolo! Basta, non dico altro.” Eppure, quando Dino tornava, Wilma non lo accoglieva con la minestra, ma con i manicaretti. Secondo lei, la Farm era un nido di lusso irrinunciabile. Non era il comfort, il potere. Dino era capace di tirare avanti tre giorni con una mela e qualche caffè. Era piuttosto la garanzia di poter esercitare il proprio operato sociale e la propria attività giornalistica con una struttura solida come la Chiesa alle spalle: “Da solo sarebbe stato un uomo finito” mi disse una volta, “un’anima polemica e dannata sola in balia dei potenti. Lo avrebbero schiacciato come una zanzara. Lui non era mica stupido, perciò restava nella Chiesa, altro che spretarsi e sposarsi. Quando si dice falso come un prete. Castità? El se stantuffava la so’ Joy. Povertà? El xera el manager, el maneggiava tanti de quei schei. Ubbidienza? El fazeva quel ch’el voleva.”

Wilma si sentiva tesa in tribunale. Era al corrente di troppe cose imbarazzanti e temeva di sentirle amplificate nell’aula giudiziaria. Lei e soltanto lei poteva parlar male dell’amato Dino; in caso di attacco esterno, prendeva sempre le sue difese. Avrebbe voluto scappare dal banco dei testimoni il più in fretta possibile, ma l’avvocato Mimiruk contava sulla sua testimonianza come punto di partenza per dimostrare che la vittima aveva avuto dei nemici. Così iniziò il controinterrogatorio. “Sappiamo che father Moser poco prima di morire era stato minacciato” affermò. “Lei, sister, certamente può aiutarci a far luce sull’episodio.”
Wilma si rassegnò al proprio dolore. Invocò silenziosamente tutto l’aiuto del Signore e svuotò il sacco. “Accadde quattro mesi prima dell’omicidio, sì, a fine maggio. Qualcuno, non abbiamo mai saputo chi, durante la notte si introdusse alla Farm. Non era difficile. I cani di Dino erano delle bestie inutili, bastava dargli qualcosa da mangiare e se ne stavano zitti. Glielo dicevo sempre io, che come guardie non valevano niente. E come se non bastasse, i figli di buona donna che lui aveva assunto come guardiani più di qualche volta si addormentavano. Allora, qualcuno entrò in chiesa e, a colpi di machete, fece a pezzi e tagliuzzò la sedia del prete al centro dell’altare.”
“Cosa disse father Moser?”
“Disse: ‘Wilma, vogliono solo spaventarmi. Cosa vuoi che mi facciano?’ Non voleva darlo a vedere, ma era turbato. Infatti, poche settimane prima di morire, mi diceva spesso: ‘Mi ammazzano’. Io lo rimproveravo, gli dicevo di starsene più buono, di lasciar perdere tante cose, ma non mi stava a sentire. Non stava a sentire più nessuno.”
“Lasciar perdere che cosa?”
Wilma non rispose, Mimiruk incalzò: “Sappiamo che father Moser, nei mesi prima di morire, si recava quasi quotidianamente a Ol Moran, dove per anni aveva retto la parrocchia cattolica. Era stato a Ol Moran anche nel pomeriggio del 1 ottobre, senza più rientrare alla Farm. Per quale motivo?”
“Affari, credo. Stava trattando l’acquisto di terreni per la missione. Questo mi ha detto.”
“Può essere più precisa?”
“Non so altro. Non mi parlava molto di questa faccenda delle terre.”
“Che cosa significava Ol Moran per father Moser?”
“Significava moltissimo” ammise Wilma. “Specie dopo la strage dell’estate del 1998.”
Il giudice ‘Ngomeba la esortò a ricordare i fatti. Tutti i presenti sapevano bene cos’era accaduto quell’estate. Tra il pubblico c’erano molti Kikuyu giunti da Ol Moran per il processo, alcuni dei quali avevano perso i propri cari. Il trauma aveva scalfito le loro vite. Wilma parlò a fatica: “Ci furono una sessantina di morti... centinaia di case bruciate, donne violentate, bambini mutilati, capre sgozzate, vacche rubate. Nei media passò la versione della rivalità etnica tra Kikuyu e Samburu, la solita lotta delle vacche e dell’acqua. Ma tutti sappiamo che la realtà è un’altra. Contro i rivali, oppositori politici Kikuyu, il dittatore Kalenjin Arap Moi mandò un commando di guerriglieri professionisti, forse con l’aiuto della Cia, ad addestrare i pastori Samburu di Likipia a divenire spietati assassini, fomentando le antiche rivalità interetniche e dando loro fucili al posto di lance e machete. Fu un massacro, una pulizia etnica premeditata per terrorizzare i Kikuyu che a Laikipia avevano la maggioranza dell’elettorato. I Samburu armati di mitra trucidarono i Kikuyu che dormivano inermi. Avvenne tutto in una notte.”
“Father Moser come reagì?” domandò Mimiruk.
“Dino arrivò sul posto solo poche ore dopo, all’alba, appena la notizia arrivò a Nyahururu.” ricordò Wilma. “Le violenze non erano ancora del tutto finite, i Samburu si spostavano come un’orda, lasciandosi dietro scie di cadaveri, incendi, sangue, donne mezze morte, capre sgozzate, grida di madri e pianti di bambini. L’insofferenza verso i pastori in quel periodo lievitò nella missione Il comandamento dell’amore passò in second’ordine. Il parroco di Ol Moran, father Gio, si procurò una pistola per difesa personale. La paura e l’odio imperavano. Dino mi disse con rabbia: ‘Se avessi un fucile, sparerei’. E poco dopo, in macchina: ‘Se vedo per strada un Samburu, lo metto sotto.’ La tentazione di individuare nei Samburu gli unici colpevoli era forte anche in un prete scaltro e illuminato come lui. Ma non diceva sul serio. Nei giorni successivi, a mente fredda, ammise che i Samburu non c’entravano. Che il Kenya non aveva un presidente, ma uno spietato capotribù che favoriva la sua famiglia e la sua etnia, con qualsiasi mezzo, uccidendo i suoi nemici.” La possente suora non mancò di sfoderare tutto il proprio rancore verso il deposto presidente Moi: “Era un massone deviato, un adoratore di Satana. Il Kenya in quegli anni era in mano al diavolo.” La sala bisbigliò. “Il diavolo, sì” ribadì lei, animata da un fuoco improvviso che le veniva da dentro, e si rivolse alla gente passando dall’Inglese al Kikuyu: “Il diavolo, l’angelo accusatore, crudele e potente che alimenta le divisioni. Il diavolo divide, soffocando la giustizia e la pace. Lo dicevo sempre a Dino, dopo il Saba Saba del 1997 e dopo Ol Moran, quando la sera tiravamo fino a tardi a parlare del nostro Paese. Gli dicevo: Chi sarà l’eroe che salverà il Kenya dal destino di diventare un altro Ruanda? Satana si è impossessato del potere, ha ucciso i suoi nemici, e non mollerà il suo trono neanche quando tutto il regno sarà inaridito dalla sete e dalla fame. Chi sarà l’eroe che arriverà a riprendersi il regno, a ripristinare la pace e la prosperità in questa fertile terra? Quando tornerà la pioggia, il verde dei nuovi germogli, la speranza? Satana è come una pietra che soffoca il seme impedendogli di germogliare. Ha istigato l’odio etnico, ha distrutto il mercato interno con le importazioni, ha bruciato le foreste per dare le terre ai propri amici, ha seminato veleno nell’unità delle chiese, finanziando le sette di carismatici urlatori che spargono caos tra la gente e contrastano l’operato dei missionari, incoraggiando i popoli all’inattività e alla deresposabilizzazione, facendo loro invocare l’intervento di un improbabile Dio dell’assistenza! Satana ha comprato i propri nemici, li ha sedotti, e ha ucciso chi non si faceva comprare e sedurre. Ha ridotto la nostra terra ad un deserto in mano a iene armate di mitra. Tutti allora ci chiedevamo: chi rimuoverà la pietra di Satana che opprime la terra del Kenya? CRISTO NOSTRO SIGNORE ci ha dato una mano. E Moi, grazie a Dio, se ne è andato per sempre, e tra le fiamme dell’inferno espierà le proprie colpe e i propri atroci delitti.”
Al termine dello sfogo, Mimiruk le fece solo una domanda: “Si dice che father Moser fosse stato iniziato alla comunità Kikuyu di Ol Moran, può confermarlo?”
Wilma avrebbe voluto ricordare ad alta voce tutti i motivi per cui Dino era tenuto tanto in considerazione dalla comunità: il lavoro assiduo e paziente svolto per anni nella parrocchia di Ol Moran, lo scavo di due laghetti di raccolta dell’acqua piovana, il sistema di canalette irrigue che collegavano i laghetti alle shamba, il cantiere di impermeabilizzazione del secondo bacino mai ultimato, perché interrotto dopo l’omicidio. Tuttavia, esausta, rispose solo con un debole cenno per dire sì. Date le circostanze, ‘Ngomeba le concesse una pausa e finalmente lei poté uscire di scena, trascinandosi verso la sedia a fianco di sister Alice, che la aspettava a braccia tese per confortarla. “Brava, sei stata bravissima. Adesso riposati” le sussurrò.
Dopodiché le due sorelle abbandonarono l’aula per qualche minuto, uscendo insieme in cortile a prendere una boccata d’aria. Lasciarono i golf e le giacche sulle sedie per tenere il posto occupato. Il libricino con la copertina in pelle bordeaux sul quale Alice aveva giurato di dire il vero sporgeva da una tasca. Lo presi in mano, aprii la prima pagina, curioso di sbirciare la calligrafia dell’antica stampa miniaturizzata. Cercai il primo verso dell’antico testamento. Genesi 1,1: “Chiamatemi Ismael.” Allora riposi il libro nella tasca del golf, sorridendo. La povera Alice, forse in un momento di scarsa lucidità dettata dalla malattia, doveva essersi sbagliata: quella non era la sua bibbia, ma una vecchia copia di Moby Dick.

Il trauma rievocato dalla testimonianza di Wilma lacerò le coscienze dei Kikuyu come se altri colpi di machete, ancora una volta, infierissero sui loro corpi e sulle loro anime. Dopo la strage di Ol Moran, i tempi bui di Laikipia sotto il governo Moi avevano toccato il fondo più nero con la morte di Dino. Il suo corpo non fu mai esposto in una camera ardente e il fatto di non poter dirgli addio non fu di aiuto a coloro che l’avevano amato. Era accaduto tutto troppo in fretta. Wilma aveva supplicato col cuore in mano, stringendo a sé il sacco di plastica nero contenente i vestiti inzuppati di sangue restituitile dopo l’autopsia, ma il no di Alice era stato categorico: “Gli ho rasato i capelli e gli ho segato il cranio” le disse. “Ciò che resta non è cosa da vedere. Dino è l’uomo che hai salutato ieri sera: quella è la forma della sua anima. Adesso andiamo a casa e preghiamo.” L’FBI sigillò la bara subito dopo che Alice ebbe finito e predispose il trasferimento della salma a Nairobi dove, per volontà degli anziani genitori, fu rimpatriata e sepolta in Trentino, nel paese natale. Le esequie si tennero nella chiesa di Canal San Bovo con i familiari e gli amici di vecchia data. I Kikuyu avrebbero voluto che father Dino riposasse per sempre nella loro terra, ma non fu possibile. Tuttavia, prima del rimpatrio, poterono dare l’ultimo saluto alla bara chiusa con un primo funerale celebrato nel campo sportivo di Nyahururu, perché né la parrocchia né la Farm erano in grado di contenere tanta gente. Il 3 ottobre 2002 tutta Laikipia si fermò. A migliaia, da ogni parte della provincia, affollarono i matatu o si incamminarono a piedi per riversarsi sulle strade della città. Al passaggio del feretro, un numero incalcolabile di persone si inginocchiarono a terra e un velo di sgomento si stese sulla folla in un silenzio assordante. La cerimonia di addio durò oltre sei ore. Canti cristiani e danze tradizionali si alternarono a lunghi silenzi. Poi preghiere, poi discorsi. Infine la benedizione del nunzio apostolico di Nairobi. A ricordare Dino sul palco salirono anche il bramino della comunità hindu e l’imam della moschea cittadina. Una pietra grezza con una foto e un’acacia della febbre gialla vennero apposte nel cortile della missione. I presenti vi fecero ingresso a turno, compostamente, riempiendo la lapide di messaggi e preghiere. Le donne in abiti occidentali, in sari o in caffettani bianchi striati di lacrime, posarono fiori di ibisco sulla tomba senza corpo, e quando la folla si era ormai dissipata, qualcuna tornò indietro per baciare la foto, con la scusa di voler aggiustare i fiori. Dalle bambine alle vecchie matrone, dalle suore cattoliche alle musulmane in velo nero, non c’era donna di Laikipia che non avesse conosciuto e amato Dino. Per i Kikuyu la sua morte fu un evento drammatico di portata cosmica. Dino era un muanake, un iniziato, un membro del clan, uno della famiglia. Era un Kikuyu. A Ol Moran aveva fatto parte del consiglio segreto degli anziani, il più alto nella gerarchia sociale, e la sua gente lo chiamava “Colui che ha potere sull’acqua”, per i suoi insegnamenti sulla costruzione dei laghetti di raccolta della pioggia da usare come bacini di riserva nei mesi di siccità. Con la sua perizia idraulica, controllando l’acqua, Dino aveva controllato le stagioni e la prosperità della sua gente. La sua morte significava disastro. I Kikuyu sapevano che nulla sarebbe stato più lo stesso per le loro vite, per i loro raccolti, per i loro figli, e abbandonarono i lavori di impermeabilizzazione e manutenzione del nuovo sistema idrico. Dino era morto da guerriero, proteggendo la sua gente fino all’ultimo giorno, ma era stato assassinato in modo indegno, forse per vendetta personale, e il suo corpo orribilmente sfregiato senza pietà. Un omicidio del genere ai danni di un iniziato non poteva restare impunito. L’ira della sua anima, errabonda e assetata di giustizia, si sarebbe abbattuta su Laikipia, girovagando di notte per i villaggi, in compagnia degli altri spiriti degli antenati senza pace. Ciò significava sciagura. Non era solo la fine di un periodo di speranza e il crollo di un punto di riferimento. Era lo spostamento dell’asse cosmico. Nulla sarebbe più rimasto al proprio posto e i moti selvaggi dell’acqua avrebbero ripreso il proprio corso: non ci sarebbe stato più rimedio ai cambiamenti climatici e all’irregolarità delle stagioni. L’equilibrio era infranto, l’ordine del mondo sconvolto, le stelle erano cadute a terra e le ombre avevano preso il sopravvento. Tutto era dolore e terrore.





[1] Il 7 luglio 1997: data di una tragedia che verrà descritta nei prossimi capitoli.